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Notizie20 Settembre 2021

Elezioni in Russia: la prova che l’occidente non ne capisce nulla

Visione TVDi Visione TV·8822 contenuti pubblicati
Andrea Sartori analizza le recenti elezioni in Russia, evidenziando il calo di consensi per Russia Unita e la crescita del Partito Comunista. Si discute anche del contesto politico occidentale e delle implicazioni di un eventuale cambiamento di leadership in Russia.
Punti chiave
  • Putin vince ma perde consensi, Russia Unita al 49%.
  • Il Partito Comunista cresce dal 13% al 20%.
  • Navalny non è l'oppositore principale di Putin.
  • Le elezioni russe sono paragonabili a quelle occidentali.
  • Senza Putin, la Russia rischia il caos e il ritorno al comunismo.
L'articolo

Alle parlamentari Putin vince ma non sfonda, mentre cresce il Partito Comunista dell’eterno Gennady Zyuganov. “Russia Unita”, il partito del presidente, si attesta al 49 per cento, in calo rispetto al 54 per cento delle elezioni del 2016. I comunisti, che alle ultime parlamentari si erano attestati attorno al 13 per cento, sono cresciuti sino al 20 per cento. Per Putin anche solo un calo di qualche punto è considerabile un mezzo flop.

Mentre leggete queste righe faccio notare una cosa: stiamo parlando con i toni con cui, fino a qualche anno fa, si parlava delle elezioni di un qualsiasi Paese democratico occidentale: il partito del presidente perde punti, l’opposizione cresce. E l’opposizione è il Partito Comunista, erede del passato totalitario esattamente come da noi potrebbe essere Fratelli d’Italia. Eppure i giornali occidentali ne hanno parlato come di elezioni farsa o hanno agitato il fantasma dei brogli elettorali quando in Italia governa un partito, quello democratico, andato al potere senza elezioni e che anzi aveva perso sonoramente all’ultima tornata elettorale. Le ultime elezioni americane, poi, sono risultate molto più controverse di quelle russe, in un contesto di piena inversione dei poli nel quale il vecchio “mondo libero” sembra mosso da logiche che sembravano tipiche dei Paesi comunisti, mentre i Paesi dell’ex blocco comunista sembrano molto più lontani dal totalitarismo. E a proposito di comunismo, molti commentatori hanno parlato di exploit del KPRF, il Partito Comunista della Federazione Russa. Un risultato in realtà nemmeno così sorprendente: il Partito Comunista è stato il secondo partito in quasi tutte le tornate elettorali (tranne nelle parlamentari del 1999, in cui risultò addirittura primo ). Perché il principale oppositore di Putin non è Navalny, come urla la propaganda di regime in Occidente: è il Partito Comunista.

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Navalny, l’uomo su cui l’Occidente punta per rovesciare Putin, non è popolare in Russia, e lo è comunque meno dei “dinosauri” Zyuganov e Zhirinovsky. Anche nel caso di una sua partecipazione alle elezioni, il risultato non sarebbe cambiato: anzi, forse avrebbe addirittura favorito Russia Unita, levando ulteriori voti ai comunisti e a Zhirinovsky. Alexey Navalny è stato messo fuorilegge in quanto “estremista”. E in effetti molti fra coloro che si strappano i capelli per lui ignorano che le sue posizioni sono di estrema destra e Putin, pur essendo un nazionalista e un conservatore, ha bandito tutti i movimenti estremisti di destra: quindi le sinistre al caviale che applaudono Navalny e si strappano i capelli per la sua messa al bando non si rendono conto di applaudire se non un fascista qualcosa che gli si avvicina parecchio. E un “fascista” che comunque non sfonda: l’Occidente punta su un cavallo elettoralmente sbagliato.

Quindi cosa fare? Detronizzare Putin per vanificare la vittoria nella Guerra Fredda e ritrovarsi una Russia nuovamente comunista? Perché questo sarebbe il risultato della fine di Putin. Che, piaccia o meno, è il leader più democratico di tutta la storia russa che aveva conosciuto sino ad oggi solo la tirannide zarista e quella comunista. Ed è anche il leader più moderato in quanto, a parte i comunisti e l’ultranazionalista Navalny, tra gli oppositori vi è Zhirinovsky che propose di lanciare l’atomica sul Bosforo e che salutò favorevolmente l’elezione di Obama perché “distruggerà l’America”. Vediamo quanto gli oppositori di Putin sarebbero “concilianti” quando, va detto, nei momenti di crisi più alta tra Occidente e Russia fu la freddezza di Putin a non rispondere a diverse provocazioni (tra le quali l’abbattimento del jet per il quale Zhirinovsky invocava l’atomica sulla Turchia) e evitare di portare il mondo sull’orlo di una catastrofe nucleare.

Oppure in Occidente sanno fin troppo bene che le alternative a Putin sono impresentabili, ma anche prive della capacità politica del presidente: il KPFR è retto da un autentico relitto del passato come Zyuganov che si era scelto un delfino piuttosto ridicolo, il “re della fragola” Pavel Grudinin dall’aspetto e dalla mentalità dalemiane, mentre anche Zhirinovsky si avvia all’ottantina senza veri delfini. Non è più una questione ideologica o di democrazia (e oggi l’Occidente ha lo stesso livello di democrazia della Cina), ma di vera e propria avversione verso la Russia. E i padroni del discorso sanno che senza Putin la Russia ripiomberebbe nel caos vanificando i vent’anni putiniani in cui ha riconquistato il suo spazio sulla scena mondiale.

ANDREA SARTORI

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