In un tempo oramai andato si accusava di “doppia morale borghese” chi aveva l’abitudine di rimodulare il proprio pensiero secondo convenienza. L’oggetto di simili strali era solitamente l’elettore della DC e il cittadino facente parte della “maggioranza silenziosa”…

Ora che il che l’autoproclamato “ceto medio riflessivo” detiene il potere in questo nostro Paese la doppia morale non solo non è scomparsa, ma si è accentuata a punto tale da divenire un fenomeno dalle dimensioni grottesche.

Pensiamo all’istituto dello sciopero, un diritto descritto tradizionalmente per decenni con toni mistici dalla sinistra sindacalizzata e dai suoi aedi e sostenuto con foga in ogni situazione.

Apprendiamo però oggi che lo sciopero portato avanti dai portuali di Trieste, forse una delle ultime testimonianze di una coscienza di classe in questo paese, sarebbe nientemeno che un “ricatto”. Proprio così: se a indire l’astensione dal lavoro non è la triplice sindacale, ma un gruppo di lavoratori autorganizzati allora costoro “danneggiano la produttività” e “danneggiano il Paese”. Le bandiere rosse della CGIL, insomma, divengono in un attimo vessilli della più retriva Confindustria.

Del resto, si sa, in piazza oggi si scende per protestare contro un regime morto nel 1945 e non per arrestare la deriva liberticida effettivamente in atto.

Sulla base di questa trasformazione antropologica che ha investito i “rivoluzionari” del tempo che fu, potremmo azzardare che le scene da repressione cilena giunte da Trieste pochi giorni fa siano state costruite non tanto per dare una dimostrazione di forza da parte del Viminale, ma come “circenses” per allietare proprio quelli che si riempivano la bocca con la parola “sciopero”, “protesta”, “picchetto”, ecc…

Potremmo risolvere dialetticamente la questione affermando che quando si è intimamente stalinisti non esiste cosa che faccia saltare i nervi più della vera autorganizzazione, ma in verità forse il degrado estremo del cosiddetto “pensiero di sinistra” in questo Paese ha radici più psicologiche, ovverosia nella raggiunta terza età da parte di coloro che gridavano che avrebbero cambiato questa società. Costoro possono anche aver raggiunto posizioni di spicco, ma sanno benissimo di non aver realizzato nessuno dei propositi per cui dicevano di lottare, sanno benissimo che solo chi è disancorato dal Paese reale può affidare qualche speranza ai partiti del blocco che egli sostiene.

Questa acidità nel giudicare una protesta vera risiede dunque nell’invidia, nella consapevolezza della incapacità di potere mai più creare le basi per un reale protagonismo. Questo vale per i “venerati maestri” del tempo che fu, e anche per i loro discendenti.

Per dirla con Preve se la tragicomica parabola del serpentone metamorfico PCI-PDS-DS-PD si è oramai chiusa, col sostegno pieno da parte della CGIL verso i “padroni” si chiude anche la parabola di un popolo che si volle rivoluzionario e che in realtà è solo la quintessenza della invidia sociale.

ANTONELLO CRESTI

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