Adesso che c’è la guerra, c’è anche una gran voglia di riformare l’Unione Europea e i suoi processi decisionali sanciti dai trattati. Draghi è in prima linea nel sostenerlo, in nome di una “maggiore linearità” dei processi decisionali e di un “pragmatico federalismo”. Lo testimonia il discorso che ha tenuto ieri, mercoledì, al Parlamento europeo.

La riforma dell’UE si annuncia come un gran suppostone. “Maggiore linearità” e “integrazione” significano in pratica far sparire la necessità dell’unanimità per le decisioni UE in politica estera e in materia di sicurezza. Addio alla possibilità, che ora i Governi nazionali hanno, di porre un veto per fermare i provvedimenti ritenuti dannosi agli interessi nazionali.

In questo modo, la politica estera dell’UE potrà essere sempre più direttamente influenzata da un’altra istituzione che ha sede a Bruxelles: il quartier generale della NATO.

I Governi degli Stati UE, lo si vede bene ora con la guerra in Ucraina, seguono generalmente infatti una linea atlantista o anche ultra atlantista. Però ogni tanto spunta un recalcitrante: l’esempio più recente è l’Ungheria. Ebbene, senza più veto sparirà la possibilità di recalcitrare e di opporsi.

Il tutto sotto l’etichetta di una “maggiore linearità” e “integrazione”: la linea propugnata da Draghi. Nel suo discorso, ha sostenuto la necessità di “superare il principio di unanimità”, anche se non risulta abbia citato esplicitamente il veto.

Salvini, i casi sono due. O non ha mica capito cosa è la riforma che piace a Draghi o si è convertito all’ultra atlantismo acritico. Ha infatti twittato entusiasmo per Draghi e per la riforma dei trattati che definiscono l’assetto dell’UE.

L’UE possiede un bizzarro ambaradan istituzionale. Da decenni si parla della necessità di correggerlo modificando i trattati. Sarebbe effettivamente opportuno farlo, se le tendenze non fossero quelli attuali.

Uno dei punti più dolenti riguarda il fatto che il Parlamento europeo, l’unica istituzione UE eletta dai popoli, non esercita la funzione legislativa tipica dei Parlamenti di tutto il mondo. O meglio, non la esercita da solo. Un caso più unico che raro. Però il dibattito attuale non considera questa anomalia. Si parla invece di eleggere i deputati del Parlamento europeo anche attraverso liste sovranazionali, e non solo nazionali. Lo stesso Parlamento europeo è d’accordo.

Altro che liste sovranazionali. Modificare la procedura legislativa UE sarebbe un esercizio più utile: e, di nuovo, ora non se ne parla proprio. In questo campo, organi e poteri si intrecciano e l’iter è labirintico e opaco.

La Commissione Europea propone le leggi ma non le approva. Il Parlamento europeo propone – propone soltanto – correzioni alle proposte della Commissione Europea. Il Consiglio UE, che riflette i Governi degli Stati membri, propone a sua volta altre correzioni: che di norma non coincidono con quelle uscite dal Parlamento europeo.

Dopodiché iniziano riunioni a porte chiuse di politici e burocrati per trovare un accordo. Non si rende pubblico chi, in quella sede, propone un compromesso. Non si rende pubblico chi lo accetta a nome del suo Governo o del suo gruppo parlamentare. E’ il cosiddetto trilogo. Il voto finale, che in Parlamento è pubblico, pone a tutto ciò un suggello formale di democrazia.

Di riformare questa procedura non si parla. Di rendere il Parlamento europeo un vero parlamento, con tutti i poteri tipici di questo organo, men che meno. L’UE è e resterà di fatto impermeabile alla volontà dei suoi popoli. E ora si accinge a diventar impermeabile anche agli interessi nazionali dei suoi Stati.

GIULIA BURGAZZI

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