Divieto di manifestare: da Teheran a Pechino, i modelli ispiratori del governo

L’uso della “dottrina Cossiga” da parte del governo Draghi sta portando all’obiettivo sperato: la stretta sulle manifestazioni, che certamente fa molto comodo al governo per reprimere il dissenso. Il ministro Lamorgese, che non ha impedito un disastroso rave party, e ignora l’emergenza sbarchi, ora si scopre improvvisamente fautrice della linea dura. Il copione è noto.

L’annunciata stretta sulle manifestazioni è il nuovo tassello di quella deriva autoritaria in atto in Italia da marzo 2020 e che sta trasformando il Paese da democrazia occidentale a dittatura sudamericana. Il diritto di manifestare è garantito dalla Costituzione italiana, dall’articolo 20 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, agli articoli 21 e 22 della Convenzione Internazionale dei Diritti Civili e Politici e dall’articolo 11 della Convenzione europea dei Diritti umani.
E già qui vediamo come Draghi sta usando la scusa degli infiltrati per bypassare un bel po’ di leggi. Ma come siamo messi a diritto di manifestare?

Ad oggi l’Italia è messa peggio della “terribile” Russia di Putin. La legge russa punisce severamente solo le manifestazioni non autorizzate e su questo punto ha giocato Navalny, organizzando appunto manifestazioni non autorizzate per riuscire appunto a far parlare di se, essendo un personaggio in realtà poco noto in Russia. Ma manifestazioni anti-Putin ci sono state in tutta la Russia, dalla Siberia dove il presidente non è molto popolare, all’Estremo Oriente russo sino alla stessa Mosca, in alcuni casi proteste realmente guidate da gruppi di destra estrema come i “nazbol”. Va ricordato che a Mosca sono bastate le proteste di piazza affinché il sindaco Sobjanin, invece di reprimere, abolisse il green pass (che comunque non era richiesto per lavorare).
Proprio come in Italia, vero?

La scusa dell’estremismo è ampiamente usata anche dal regime cinese per reprimere le manifestazioni: l’estremismo islamico è il pretesto di Pechino per picchiare durissimo sulla minoranza uigura dello Xinjiang. In Mongolia Interna sono state considerate “manifestazioni estremiste” quelle pacifiche di alcune madri che protestavano contro la graduale sostituzione linguistica del mongolo col cinese mandarino nelle scuole. Senza citare poi il caso di Hong Kong, protagonista di una feroce repressione della democrazia da parte di Pechino: in diversi casi le autorità cinesi adottarono una scusa ben nota anche in Italia per soffocare le manifestazioni: il Covid. Sulla carta però anche la legge cinese garantirebbe libertà di riunione sia ai cittadini cinesi che hongkonghesi. Ovviamente è una farsa, come dimostrano ampiamente i fatti di Hong Kong, ma anche quelli di Piazza Tiananmen del 1989.

Altro recente caso di violazione del diritto di riunione pacifica è avvenuto nella patria di Gandhi, dove la legge indiana nata dall’esempio del padre delle manifestazioni non violente (l’articolo 9 della Costituzione del 1949) è stata violata e le proteste pacifiche sono state violentemente represse.

L’Iran ha una situazione simile a quella italiana. Le autorità iraniane hanno messo sempre più paletti alla libertà di riunione, adducendo spesso a pretesto il vero limite alla libertà di parola vigente in Iran: la critica all’Islam.
Nel 2020 anche gli ayatollah hanno preso a pretesto il Covid 19 per stringere ulteriormente le maglie delle proteste e della critica indipendente. La polizia postale iraniana ha messo a punto alcune tecniche per trovare le fake news riguardanti il Covid 19 e la sua gestione da parte del governo di Teheran. Sul sito di Amnesty International si legge che centinaia di persone sono state arrestate in seguito alle proteste pacifiche in piazza.
A Singapore sono permesse solo le manifestazioni su argomenti permessi dal governo mentre in Egitto il governo ha la possibilità di cancellare le manifestazioni.
Sono questi i modelli di Draghi? Evidentemente sì.

Facciamo notare che, come nella Russia di Putin la situazione è meno drammatica che in Italia, così anche nel Brasile del “fascista” Bolsonaro, dove hanno avuto luogo proteste antigovernative anche recentissime così come non sono poi così rare le manifestazione nell’Ungheria del “terribile” Viktor Orban.

L’Italia si sta avvicinando piano piano agli Stati totalitari, passo dopo passo, foglia dopo foglia, mentre indica come “dittatoriali” stati dove tutto sommato le manifestazioni antigovernative sono ammesse. E anche l’accusa di “fascismo” è  tipica dei totalitarismi moderni, per delegittimare movimenti popolari spontanei -come quello no green pass- che disturbano il manovratore.

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