Nell’era in cui il Leviatano, scatenato, divora lo Stato di diritto nella beota acquiescenza dei più, succede, tra le altre belle cose, che omosessualità, fluidità sessuale e altre tendenze assortite vengano imposte alla società tutta come valori fondamentali meritevoli di una tutela privilegiata, assicurata nientemeno che dall’ombrello della legge penale. Valori considerati a tal punto vitali e inattaccabili da ritenere che debba essere prevenuto e represso persino un atteggiamento interiore non omofilicamente ispirato; e che chi in cuor suo nutra verso di essi un atteggiamento non favorevole incarni nientemeno che un nuovo tipo criminologico. Con il risultato paradossale che a chiunque sia portatore, in virtù dei propri particolari costumi sessuali, di questi nuovi valori – organici alla nuova morale mediaticamente codificata e politicamente pilotata – il sistema penale assicurerebbe una tutela ben più ampia di quella garantita agli altri consociati, e della quale tutti – compresi i portatori di cui sopra – già godono.

Si vuole, in altri termini, creare una vera e propria specie protetta. 

Non sovviene, agli avanguardisti della democrazia, come sia stata proprio la punizione del pensiero, cioè dell’atteggiamento interiore, ad assicurare al regime sovietico come a quello nazista l’eliminazione anche fisica del dissidente, il suo internamento in carcere o in manicomio. Non sovviene come il cittadino delle società cosiddette democratiche sia tutelato contro gli abusi del potere statuale dal principio per cui possono essere puniti come reato soltanto i comportamenti materiali, cioè i fatti che possano essere oggettivamente accertati in sede processuale e che corrispondono alle fattispecie incriminatrici previste dalla legge. Non sovviene come il diritto penale non prenda in considerazione la vittima del reato – se non in casi eccezionali e per categorie di soggetti che versano in uno stato di minorata difesa (minorenni, incapaci) – bensì la condotta lesiva e il suo autore. Per il semplice fatto che il bene giuridico – la vita, la proprietà, l’onore, la libertà personale, la famiglia, la incolumità pubblica, ecc. – viene protetto in sé, a prescindere dalle caratteristiche del soggetto a cui fa capo (una vita è sempre una vita, per esempio), altrimenti si creerebbe una evidente quanto ingiusta discriminazione.

Una delle parole magiche più usate e abusate come grimaldello di lotta politica per inoculare nelle masse una prospettiva ideologica funzionale all’ideologia di turno, è proprio la “discriminazione”. Una parola non estranea al diritto, ma alla quale è stato assegnato, per dolo o per colpa, un significato che dilata e stravolge quello coerente con il sistema giuridico di appartenenza.

Il principio di uguaglianza o di non discriminazione (in senso proprio) è enunciato dalla Costituzione, il cui art. 3, al primo comma, stabilisce che 

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

La norma costituzionale si rivolge al legislatore e prescrive che questi non debba adottare leggi che generino ingiustificate disparità di trattamento fondate su motivi di razza, sesso, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali o sociali. Significa, in altri termini, che il legislatore non può disciplinare arbitrariamente in modo disuguale fattispecie uguali o viceversa, perché produrrebbe leggi viziate, come tali soggette a censura di incostituzionalità in base al parametro dell’art. 3. Il costituente, con ciò, non si è certo sognato di negare la realtà insopprimibile di ogni differenza. Anzi, sul presupposto ineludibile della esistenza delle differenze (di sesso, razza, ecc.), stabilisce che esse non siano motivo sufficiente perché la legge disciplini diversamente fattispecie uguali. 

La norma costituzionale, sopraordinata nella gerarchia delle fonti, nel porre il principio di non discriminazione si rivolge quindi al legislatore e non direttamente al singolo cittadino. Se infatti quello stesso criterio viene trasferito direttamente in seno alle leggi ordinarie, che hanno per destinatari i singoli cittadini (come ad esempio le norme penali), si ottiene l’effetto paradossale di sanzionare comportamenti individuali che sono, e non possono non essere, espressione delle libertà fondamentali.

Un conto cioè è affermare, come fa l’articolo 3 della Costituzione, che non devono essere emanate norme discriminatorie tali da introdurre disparità di trattamento nei limiti segnati. Altro conto è stabilire in via legislativa che il singolo individuo non deve comportarsi in modo discriminatorio, altrimenti sarà punito. Per la ragione evidente che, nell’agire quotidiano di ciascuno, è normale e doveroso discriminare, che vuol dire scegliere: il privato cittadino, infatti, ha il diritto di compiere qualunque azione lecita in base a motivi propri insindacabili da parte della pubblica autorità, ed è libero di adottare qualunque comportamento tecnicamente discriminatorio.

Discriminazionenon è affatto in sé una brutta parola, significa solo che sono libero di scegliere il barbiere in ragione delle sue preferenze calcistiche, di evitare un venditore perché troppo assillante, o un locale perché rumoroso o sporco. 

Appartiene alle facoltà degli esseri viventi non ridotti in schiavitù quella di scegliere tra possibilità diverse, con le conseguenze che ogni scelta comporta. Ogni diritto di libertà è esso stesso un diritto di scelta.

Il risultato pratico di questo equivoco, cioè dell’ingresso indebito del termine nelle maglie della legge ordinaria, e penale in particolare, oltre al controllo delle coscienze, è il restringimento delle possibili scelte individuali. Ad esempio, mentre sarebbe effettivamente discriminatoria la legge che stabilisse una diversa retribuzione a parità di prestazione a seconda delle inclinazioni sessuali del lavoratore, non può certo dirsi discriminatoria, e quindi illegittima, la scelta del privato cittadino di non assumere come babysitter una attivista lesbica, poiché questo rientra nell’esercizio delle sue libertà fondamentali. La riforma in cantiere ci concederebbe benevolmente di continuare a fare le nostre scelte, purché però esse non siano informate al “motivo omofobico”.

Dunque, una norma – come quella che il ddl Zan vorrebbe introdurre – che faccia riferimento al concetto di discriminazione senza ulteriore specificazione di contenuto è priva di ragionevolezza, oltre che spalancata a ogni possibile arbitrio interpretativo da parte del giudice.

La distorsione strumentale del termine “discriminazione” ha una sua genesi storica. Il termine appare infatti per la prima volta nella Convenzione di New York del 1965 sulla propaganda e sulle discriminazioni ispirate a motivi razziali. Si riferiva a una precisa situazione di fatto: alla realtà della segregazione razziale praticata dal regime sudafricano e alle disparità di trattamento praticate dal governo di Pretoria nei confronti dei negri. E condannava le leggi che violassero in tal senso il principio di uguaglianza compromettendo il godimento delle libertà fondamentali da parte di una specifica categoria di soggetti nel campo della vita pubblica.

Una Convenzione, quale atto di diritto internazionale, ha come destinatari gli Stati firmatari, i quali si impegnano ad adeguare alle direttive sottoscritte i rispettivi ordinamenti interni, in armonia con i principi generali di questi.

Il legislatore italiano ha ratificato tale convenzione tramite la legge Mancino-Reale (l. 654/1975) e ha assunto in blocco quel complesso normativo per estenderlo all’antisemitismo nazionalsocialista e affini. Ma, ratificando la convenzione, invece di realizzare il necessario adattamento ai princìpi generali dell’ordinamento nazionale, si è limitato a trasporre la norma di diritto internazionale nel diritto penale interno, il quale ha come destinatario non il legislatore, ma il singolo cittadino potenziale trasgressore. Con ciò ha confuso piani che avrebbero dovuto rimanere distinti e ha creato una palese incongruenza foriera di distorsione e di abusi, prima di tutto nel gergo istituzionale e a seguire nel gergo corrente. La legge Mancino-Reale è il relitto legislativo – insensato e anacronistico oltre che viziato, appunto, per difetto di coordinamento con i principi generali dell’ordinamento italiano – cui si annette il ddl Zan. Il quale ultimo, infatti, non nasce come normativa a se stante, bensì come ampliamento di un testo di legge preesistente dalla potente e incontrollata carica liberticida. Così si è realizzato il paradosso per cui una normativa tanto dissennata da non avere trovato, di fatto e per fortuna, applicazione pratica in Italia (la legge Mancino-Reale) viene ripescata dal meritato oblio e adattata alle stralunate esigenze dalla pederastia in carriera, auto-elettasi razza discriminata.

La distorsione strumentale del termine “discriminazione” serve, in sostanza, a uno scopo meramente politico-ideologico, quello di rendere forzosamente uguali diversità di volta in volta soggettivamente percepite come svantaggiose, così da fondare correlative rivendicazioni di forzato egualitarismo e la pretesa di un intervento rieducativo sulla collettività intera. 

Con l’effetto che diventa così potenzialmente “discriminatoria” ogni realtà che non garantisca al soggetto una soddisfazione adeguata alle proprie aspirazioni personali e che trovi sponda nei paradigmi inseguiti dalla propaganda. La proiezione giuridica di questo gioco di prestigio onomastico è che non basta più che la legge faccia il suo mestiere, ovvero quello di assicurare parità di trattamento a parità di condizioni. No.

In nome del contrasto a ogni discriminazione, si pretende che la legge cambi la natura delle cose, suggellando con la sua forza persuasiva un intervento rieducativo sulla intera collettività. 

ELISABETTA FREZZA