“Lo Stato totalitario fa di tutto per controllare i pensieri e le emozioni dei propri sudditi in modo persino più completo di come ne controlla le azioni”

“Tutti i documenti sono stati distrutti o falsificati, tutti i libri riscritti, tutti i quadri dipinti da capo, tutte le statue, le strade e gli edifici cambiati di nome, tutte le date alterate, e questo processo è ancora in corso, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. La storia si è fermata. Non esiste altro che un eterno presente nel quale il Partito ha sempre ragione”.

George Orwell

È notorio quanto George Orwell nella sua articolata produzione letteraria abbia parafrasato – e in alcuni casi anticipato, quando non proprio ispirato – alcune fra le strategie che il Potere mette in atto per mantenere sotto giogo la popolazione.

Di queste strategie manifestamente manipolatorie, quella da sottolineare con mai troppa ostinazione è certamente l’alterazione del senso comune delle parole o addirittura la loro risemantizzazione. Certo, si tratta di un fenomeno che i linguisti attribuiscono anche a una naturale e spontanea evoluzione di una lingua vitale: ma quando alcuni termini entrano in breve tempo nel lessico condiviso attraverso una ripetizione martellante adoperata dai Media in maniera spudoratamente sinottica, e quando il senso comune viene ossessivamente e ipnopedicamente alterato, risulta chiaro il tentativo di innestare nell’immaginario comune una visione d’insieme utile al Sistema.

L’ossimoro di una vaccinazione obbligatoria per essere liberi somiglia tremendamente a Freedom is slavery, tanto per intenderci.

Come non rilevare così lo squillante parallelismo con quanto sta accadendo oggi, ora, sotto i nostri occhi? Negazionista, terrapiattista, No-Vax, No-Mask, complottista: negli ultimi dieci anni alcune parole sono state non solo inventate di sana pianta ma anche – laddove già presenti – tanto radicalmente inzuppate di significanza, così fortemente incistate negli elenchi del lessico-canaglia, così ventralmente polarizzate e caricate, che non sono nemmeno più semplici parole.

Sono capi d’accusa.

Capi d’accusa che ricordano gli stigmi del Socing – capi d’accusa a cui ormai ogni Tribunale attribuirebbe verità ontologica. Parole impronunciabili che – se direzionate a un singolo, o un gruppo – hanno il potere intrinseco di scardinarlo, senza ulteriori ragionamenti. Senza ulteriori indagini. Senza processo. Come un maleficio devastante che sta entrando – letteralmente – nelle nostre case. E che – se non fermato per tempo – potrebbe rendere impossibili attività quotidiane come il lavoro, la spesa, avere una casa. Un mondo di cittadini senza diritti non è poi così distante.

E tutto questo è accaduto grazie anche alla compiaciuta e asservita complicità dei mezzi di comunicazione tutti, all’unisono.

Fra i più potenti vassalli, ecco poi Facebook che sguinzaglia le sentinelle degli algoritmi per captare la dissidenza, per deportarla, oscurarla, stigmatizzarla: dentro un corto circuito frizzante il Sistema forgia e impone il nuovo lessico condiviso affinché la controcultura, utilizzandolo, venga identificata e distrutta senza processo. A mezzo Standard della Community.

Curiosamente, in quest’ottica non possiamo ignorare un altro elemento di spicco della letteratura contemporanea che – a modo suo – ha fatto della parola e del suo utilizzo non solo una forma espressiva, ma una vera e propria strategia di fuga dai legacci del controllo. Si tratta di William Burroughs con la sua tecnica del Cut-Up.

Burroughs era convinto che tutti noi avessimo una sorta di innesto, un automatismo, che ci faceva comportare, essere, vivere e pensare esattamente come il Potere voleva. Stranamente, credeva fosse qualcosa di contagioso.

L’unico modo per fuggire a questo innesto – che chiamava preregistrazioni – era proprio la tecnica del Cut-Up: una mescolanza di parole, concetti, immagini iconiche apparentemente slogate tra loro e che tuttavia costruivano un senso percepito più profondo, di conseguenza irrintracciabile dall’antesignano dell’algoritmo che egli appellava la macchina di controllo. In estrema sintesi, si può dire che la strategia suggerita fosse l’essenza stessa della Poesia: inafferrabile dalla tecnica meccanica. Inarrivabile per qualsiasi intelligenza artificiale. Una escape strategy contro un nemico che si configura come terribilmente attuale.

Per meglio comprendere cosa intendesse l’autore, ecco un estratto da Il Biglietto che esplose (1962):

[…] come prima cosa bisogna isolare e tagliare le linee associative della macchina di controllo […] sentirai un’unica brutta voce e vedrai un brutto spirito è fatto di preregistrazioni brutte e vecchie più fai andare i nastri e più ne farai il cut-up meno potere avranno  fai il cut-up delle preregistrazioni fino a farle sparire  fino a farle sparire nel nulla”.

L’interpretazione che do qui alle preregistrazioni è quindi quella di una sorta di possessione da parte di un’entità extradiegetica che eterodirige il pensiero collettivo conculcandosi nella comunità umana, e dalla quale occorre liberarsi con uno sforzo catartico e dal sapore liturgico, un’operazione di Bellezza non mediata e non filtrata da concetti e principi presaldati. Qualcosa che ricorda da vicino la follia taumaturgica dello sciamano.

Ecco dunque che, ancora una volta, la libertà passa dalla prassi della Bellezza.

Ed è assai singolare che in questi ultimi quindici mesi di totalitarismo in nuce – punta d’iceberg di derive meno recenti – proprio la Bellezza è stata la prima, e forse l’unica, a essere definitivamente imbavagliata.

Scarcerare quindi la Bellezza – con tutte le sue apotropaiche implicazioni – non può che essere il primo, necessario passo per aggirare le sentinelle del linguaggio automatico e per finalmente dirigersi verso la scarcerazione, ultima e definitiva, dell’umanità tutta.

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