Dal robot giudice al robot monaco: nel 2021 il transumanesimo ha fatto passi da gigante

Noi ragazzi nati tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 non lo sapevamo, ma probabilmente siamo stati vittime di una finestra di Overton: gli eroi dei cartoni animati giapponesi che guardavamo, i vari Mazinga, Goldrake e Jeeg Robot, non erano umani ma gigantesche macchine, e, nel più “umano” dei casi erano cyborg. Sarà complottismo ma a volte pare arrivare da lì l’inizio del transumanesimo: i guerrieri meccanici più efficaci di quelli umani. Tenendo poi conto che si parla di Estremo Oriente, zona del mondo che pare particolarmente propensa alla robotizzazione della società.

A questo ci fa pensare la notizia che arriva dalla Cina in questi giorni: un giudice robot. Che è un passo oltre il guerriero robot, perché in questo caso deve giudicare esseri umani, quindi deve dare prova di un discernimento che non può essere garantito dall’intelligenza artificiale. Almeno così la pensa il Nobel Sir Roger Penrose: la vera intelligenza non può essere artificiale.

Non la pensa così Shi Yong, il capo del progetto: anzi, valuta un’accuratezza su 97 per cento dei casi esaminati. Oltre che la cosa più inquietante: il giudice robot può identificare il dissenso contro lo Stato.

Tutto questo è raggelante, da mondo distopico, soprattutto per l’ultima chicca: un’identificazione automatica del dissenso contro lo Stato. Ci chiediamo però, riprendendo i ragionamenti di Penrose, come sia possibile una simile accuratezza in un robot. “Alcune azioni del pensiero umano possono certamente essere simulate computazionalmente. Per esempio la somma di due numeri o anche le operazioni aritmetiche o algebriche più complicate. Ma il pensiero umano va al di là di queste cose quando diventa importante comprendere il significato di ciò in cui si è coinvolti” spiega Penrose: come può un robot giudicare un essere umano che è qualcosa più di due calcoli? I limiti dell’intelligenza artificiale li vediamo tutti i giorni sui social, nei quali rischi il blocco per un algoritmo, poi magari corretto dall’intervento umano, come ad esempio nel caso di un concessionario la cui pubblicità è stata censurata perché il cognome del proprietario è stato riconosciuto dall’algoritmo come epiteto razzista. Quindi al robot giudice cinese potrebbe bastare una parola sbagliata in un contesto normale per condannare l’imputato per oltraggio allo Stato che in Cina è un vero e proprio dio.

Ma la Cina non è l’unica nazione che pensa al giudice robot. Ce n’é un’altra, insospettabile: l’Estonia. Un progetto assai meno inquietante di quello cinese, in quanto il giudice robot estone sarebbe atto solo ad esaminare piccoli documenti che comunque avrebbero anche l’occhiata di un giudice umano. Tuttavia, anche in quel caso, la strada è tracciata.

Altro campo che si vuole robotizzare è quello del giornalismo. Certo, da due anni a questa parte i giornalisti umani paiono robot intenti a ripetere la solita minestra del virus per puntellare il potere. Ma un essere umano può avere crisi di coscienza, un robot no. Ai potenti del mondo i giornalisti robot farebbero davvero comodo.

Ma l’intelligenza artificiale sta arrivando ad invadere un campo umano per eccellenza: quello della spiritualità. Questo fenomeno è evidente soprattutto nel Buddismo: sia in Giappone che in Cina sono stati costruiti monaci robot per predicare.

Ma come può un robot, che non ha anima, predicare qualcosa che riguardi l’anima? Questo caso è forse ancora più estremo di quello del giudice e del giornalista meccanici. E’ un qualcosa che toglie senso alla religione stessa.

“Restiamo umani” diceva qualcuno qualche anno fa. Certo, quando ti scagli contro la robotizzazione ecco piovere l’accusa di luddismo. Però qui si stanno superando dei limiti che sembrano mirare a rendere l’uomo obsoleto.

E se qualcuno ai piani alti comincia a pensare che l’uomo non serve più perché sostituibile e che siamo troppi, sappiamo a cosa si rischia di andare incontro

ANDREA SARTORI

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