“Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più”.

Quinto Potere (1976) di Sidney Lumet

Howard Beale è un anchorman televisivo di grande successo. Il suo indice di gradimento a un certo punto precipita e i boss decidono di licenziarlo. Howard allora dichiara davanti alle telecamere che si ucciderà.

I cinefili più incalliti, avranno riconosciuto a questo punto parte della trama di Quinto Potere, il popolare film di Sidney Lumet, anno 1976. Un affresco geniale sul modus operandi dei media di massa, e un apologo icastico sul ruolo assunto da tv e giornali nella vita di tutti noi, volenti o nolenti. I volenti, perché karmicamente predeterminati, e i nolenti, beh, perché nessuno può sfuggire al recinto percettivo costruito sulle spalle di una massa che di fatto agisce la dominazione per processo inerziale, per conto della Dominatori Inc., e determina la curvatura dimensionale di tutti (belli e brutti), non dissimilmente da un buco nero che, in virtù di mole e densità, accartoccia tempo e spazio.

Howard Beale in Quinto Potere di Lumet.

Negli intenti di Lumet, più che una critica tout court alla televisione, pare vi fosse una denuncia contro “la disumanizzazione delle persone”. Quest’ultima a me suona invero come una dichiarazione “normalizzata”, vagliata e sanzionata da qualche boss di livello, ma tant’è.

La grandezza predittiva di Quinto Potere sta nell’aver chirurgicamente individuato nel moto proprio di schermo e giornali lo spin di un processo in folle accelerazione (dai ‘70 a oggi, un processo entropico), quel coacervo di disinformazione, intrattenimento da reality e strapotere delle corporation.

E fin qui, la routine di una società del controllo ormai pacificamente integrata in una stasi coscienziale terminale, beota e anche divertita, e hallelujah! A un certo punto però nella trama realistica del film, si innesta un elemento preternaturale, allorché Howard viene fulminato sulla via di Damasco da visioni mistiche e notturne inquietudini degne di un padre del deserto. In breve Howard coaguala attorno a sé una messianica aura televisiva, potentemente disfunzionale e disorganica, in forza della quale veicola tutto lo sdegno e il risentimento per un’informazione corrotta e ipocrita, e lo fa in diretta nazionale e senza che nessuno possa porre alcun freno. Grandi sommovimenti variamente intestinali e panico emetico dei direttori di produzione, colleghi, macchinisti ecc…

Nonostante il mezzo televisivo reagisca tentando la consueta alchimia del recupero spettacolare del personaggio, ri-appropriandosi di un’audience deterritorializzata, e riterritorializzando gli inediti spazi di una rabbia nazionalpopolare fino ad allora lasciati scoperti sulla mappa (al motto di “Sono incazzato nero e tutto questo non lo accetterò più!”), al network proprio non gli riesce di ingabbiare il vecchio messia impazzito, che sproloquia verità carsiche e indicibili almeno fino al tragico epilogo, e buonanotte a tutti.

E qui, entra in gioco la mia di esperienza mistica!, quando una domenica sera qualunque, di quella “qualunquità” anonima che ci ha regalato un anno e mezzo di monoteismo dispotista televisivo, compaiono Santoro e Annunziata, e mentre mi aspetto il quadro aduso di un teatrino sovraordinato fatto di monologo catechizzante o, al limite, di finte contrapposizioni per coppie binarie (sbirro buono/sbirro cattivo, complottista/collaborazionista, ecc…), invece un germe di verità salta fuori, quel genere di cimento che invece assomiglia più a Padre Merrin vs Demone Pazuzu (LEsorcista), schiuma verde dalla bocca e tutto il resto. La verità che promana dalla scheggia impazzita.

Il proscenio si sgretola, e Santoro dà voce a quella follia panica, di un in vino veritas televisivo di rara epifania.

La Annunziata, che, non dimentichiamolo mai, fu protagonista mesi prima di un agghiacciante spettacolo MinCulPop, in cui invitava a iniettare il siero “prendendo” (ob torto collo, è proprio il caso di dire) gli italiani, vi fosse necessità, perfino manu militari. E’ difficile pensare fosse solo l’auspicio servile del freddo funzionario, laddove ebbe piuttosto la sembianza di un target aziendale, di un piano semestrale, l’illustrazione di un protocollo in pochi decisivi punti. Di lì a poco, comparve l’ectoplasma marziale Generalissimo Figliuolo, nell’improbabile ruolo di un Sergente Hartman della purga. Così va la vita. Io persi mesi di sonno, e diventai anche un po’ licantropo. Ma questa è un’altra storia.

Ora ci si può interrogare sul perché a Santoro, uomo di sistema, si sia concesso “tanto” spazio di espressione, laddove è molto difficile ormai credere che una rappresentazione televisiva in pieno palinsesto imperiale, venga lasciata a se stessa, come viene viene, e senza l’ombra di un controllo in radice.

Eppure, io il roseto ardente l’ho visto. Ho visto il mar Rosso (se non proprio il mare, almeno un ruscello) aprirsi e poi richiudersi subito dopo sulle armate sgangherate di un’Annunziata in preda al furor panico. Ho visto le gote di Santoro irrorate da improvvisa saturazione pressoria. E ho visto la Annunziata incepparsi, con la dis-grazia macchinica di un rumoreggiante Indesit degli anni ‘50. In breve, ho visto cose che voi umani… E Santoro non è il solo Howard Beale, in questi giorni, a quanto pare.

Dello stesso ordine – l’ordine di un disordine cosmico, ca va sans dire –, per cui l’universo non ha regole, ma solo abitudini (e le abitudini si possono cambiare!), la materializzazione di un Rivera, così disarmante, naìf e tetragono finché si vuole, ma che finito nel torchio (se vespaio o vespasiano, dura dirlo) inaspettatamente disarticola, mercé lo sfruttamento del peso specifico dell’interlocutore, un Vespa attonito e balbettante. Io la chiamerei, naiveté a sfondo disattivistico.

Siamo nel territorio perturbante della variabile impazzita, del trickster o elemento inatteso. È dunque un trovarsi a metà tra il tarocco del Folle, con la sua naturale, ancorché inconsapevole carica eversiva, e l’elemento impianificabile. Questi personaggi, ibridati tra farsa e tragedia, con punte di comicità esilarante, potrebbero essere lo strumento divino (per chi ci crede) o semplici variabili impazzite di un esperimento condotto su vasta scala da una vedette cosmica con il senso dello humor.

Subito dopo il Quarto – di potere –, la stampa, magistralmente codificato da Orson Welles, e poco prima del sesto, Internet, la TV sussume, definisce ed estroflette la temperie di un popolo allo sbando, a cui non resta che affidarsi a una provvidenza se non ultraterrena, almeno quantistica, in assenza di garanzie istituzionali, consapevoli che solo un elemento nascosto nelle pieghe del caos potrà salvarci: un dispositivo paziente attende che il controllore si distragga nell’attimo fatale, quella microporzione di tempo in cui il liquido trasmuta in gas, mandando a gambe all’aria baracca e burattini.

GIOELE VALENTI

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