Qualora foste assaliti da un improvviso dubbio, mentre state guardando Sanremo alla TV, o passeggiando per le vie della vostra città vi capitasse di imbattervi su un manifesto elencante il programma degli spettacoli estivi, o anche foste solamente intenti a sorseggiare un caffé seduti davanti a un monumento storico, così da chiedervi: ma cosa rende così importante, quella trasmissione, quei cantanti, quei nomi sui manifesti, quella scultura? Che cosa ne determina il valore?

La risposta ahimè non sarebbe sempre la stessa poiché per ognuno di questi esempi cambiano le considerazioni, il contesto, la percezione nonché la storia.

Io vivo a Verona, una piccola meraviglia italica tra le cui mura convivono contraddizioni, stacanovismo, romantiche leggende, quotidiani provincialismi e sontuosi spettacoli. Questi ultimi si svolgono per lo più in Arena, considerata il più grande teatro a cielo aperto del mondo e una delle mete turistiche e artistiche più ambite in assoluto. Se ci riferiamo all’anfiteatro è quantomeno indubbio che il suo valore lo determini la storia stessa, un capolavoro architettonico che testimonia la magnificenza della civiltà romana.

La Storia… Un monumento, un’opera d’arte, una poesia, un quadro, una danza, una musica ci restituiscono quasi sempre una storia; partirei proprio da qui per ragionare su quali elementi si basa il riconoscimento di un valore, in questo caso artistico.

Nel 1987 ebbi la fortuna di assistere a uno dei concerti più strabilianti ed emozionanti della mia vita, sul palco dell’Arena si esibì Peter Gabriel; erano tempi in cui, con l’avvento del Festivalbar di Vittorio Salvetti, l’anfiteatro veronese, tempio indiscusso della Lirica, aveva aperto le porte alla musica cosiddetta Pop, e per quanto fossero  evidenti le motivazioni economiche di tale scelta, il criterio con il quale venivano selezionati gli artisti aveva una sua logica e una, oserei dire dignità intellettuale. Ciò che serpeggiava tra i commenti della critica mescolata alle dichiarazioni degli addetti ai lavori di allora è che alla base di tali proposte  vi fosse il riconoscimento di un consolidato valore artistico come requisito necessario per esibirsi su quel palco.

Se diamo una rapida occhiata al programma estivo areniano di quest’anno troveremo tra gli altri questi nomi: Francesco Gabbani, Benji e Fede, Diodato, Mannarino, Marracash e perfino il sempreverde Jerry Calà. Se poi dovessimo ripassare in rassegna il cast di Sanremo 2021, tanto per ricollegarci all’introduzione del presente articolo, ritroveremo i vari Orietta Berti, Francesco Renga, Maz Gazzè e Noemi in compagnia di Fedez, Willie Peyote, Ghemon, Colapesce e Dimartino, Lo Stato Sociale e ovviamente i rivoluzionari Måneskin. È pressoché evidente che sul presunto valore artistico di questi personaggi si potrebbe quantomeno sollevare qualche ragionevole dubbio ma volendo prendere le dovute distanze dalla retorica del tipo “sì ma però sono bravi” o “i gusti sono gusti” o peggio ancora “si vede che è un artista” e chi più ne ha più ne metta, proviamo per una volta a costruire un pensiero critico e non a imporre un pensiero senza critica.

I due esempi riportati sopra, ovvero il cast di Sanremo e gli eventi in programma all’Arena non sono che una minuscola parte di tutto ciò che rappresenta un dibattito che si colloca trasversalmente tra letteratura, discografia, televisione, teatro, cinema, arti di ogni genere e non ultimo il web, quest’ultimo non solo da considerarsi come veicolo di diffusione ma vero e proprio strumento di creazione di contenuti artistici e/o presunti tali.

Vi pongo di fronte a una provocazione, una mia supposizione ma non poi così lontana dalla realtà: se dovessimo interrogare un campione di cento italiani e chiedessimo loro se conoscono per esempio Fedez, è plausibile pensare che una altissima percentuale affermerebbe di conoscerlo; se poi allo stesso campione chiedessimo di intonarci un breve passaggio di una qualsiasi sua canzone è altrettanto probabile che a soddisfare la nostra richiesta risulterebbe essere una percentuale molto più esigua.

È quindi ragionevole pensare che personaggi come Fedez siano arrivati alla popolarità non tanto per le loro qualità artistiche su cui mi astengo dall’esprimerne un giudizio ma per la loro visibilità, fatta di apparizioni TV, post sui social, dichiarazioni alla stampa e così via.

Achille Lauro, altro fenomeno mediatico odierno, pur con una già nutrita produzione discografica pregressa arriva a Sanremo nel 2020 gareggiando come elemento “trasgressivo” di rottura degli schemi preceduto da un vorticoso sciame di polemiche alquanto sterili e puerili nonché tremendamente anacronistiche ma sufficienti a crearne un’icona del pensiero astrusamente alternativo l’anno successivo, ovvero l’edizione di pochi mesi fa, il tutto in un clima di venerazione, stupore, indignazione e sdoganamento totale delle più insostenibili tesi su cosa rappresenti il genio o la sregolatezza incarnata alla perfezione, per ciò che concerne l’immaginario collettivo, dai trionfatori del Festival, i “ribelli” Måneskin.

“Diamo al pubblico quello che vuole, finchè lo vuole, anzi convinciamolo che è proprio quello che vuole”, questa sembra essere la logica nell’epoca delle visualizzazioni record, milionarie, quelle che vengono messe all’apice delle presentazioni, che determinano il consenso, termine quanto mai politico e niente affatto corretto proprio nel momento in cui il politically correct ha raggiunto i suoi massimi storici.

La libertà di espressione che, con l’avvento di internet ha, o meglio avrebbe finalmente avuto la possibilità di essere divulgata senza filtri e ostacoli viene brutalmente soppesata, e in alcuni casi calpestata, oscurata, derisa, censurata a favore di ciò che risulta virale, condivisibile, moralmente accettabile, difendibile. La rivincita del vuoto assoluto!

Qui non stiamo discutendo se sia giusto o meno che un Mannarino possa avere la possibilità, a onor del vero legittima, di esibirsi su di un palcoscenico come quello dell’Arena, ma se ciò che ha dimostrato con il suo ingegno sia all’altezza di certe scene e di una storia centenaria in cui le perentorie arie dell’Aida di Verdi hanno squarciato il cielo quanto e come le sublimi melodie di Puccini, quel palco in cui le chitarre dei Deep Purple e dei Pink Floyd hanno tracciato rotte sconosciute, dove nuovi mondi si sono palesati sulle note di Pat Metheny e Keith Jarret. Possono certi luoghi, educatamente elevarsi al di sopra delle ridicole tendenze, può la cultura rappresentare ancora un riferimento per le persone di questo incredibile paese? Come si può guardare avanti, parlare di innovazione, occuparsi di arte senza interpellare chi veramente di arte si occupa? E ancora, non sarebbe più attendibile e auspicabile che i luoghi e i relativi palcoscenici che custodiscono e rappresentano la storia e la cultura di questo paese fossero a loro volta gli scenari su cui consacrare ed esaltare le opere dell’ingegno più significative, siano esse classiche, moderne o ancor più alternative?

È innegabile che i presupposti dell’atto creativo ci insegnano che il contesto è un parametro imprescindibile affinché la bellezza possa essere ammirata nella sua totalità, da tutte le possibili prospettive. Dovrebbe bastare alzare lo sguardo sulla volta della Cappella Sistina per capirlo, o contemplare Roma dalla terrazza sul Pincio, o anche soltanto ascoltare Rhapsody in Blue di Gershwin da un vinile, in religioso silenzio, decantando un vecchio cognac.

Alla base della creatività artistica, c’è da sempre o quantomeno ci dovrebbe essere, un’idea, una visione, una passione e poi una tecnica e una misura nel dare a tutti questi elementi una forma sia essa solida, visiva o fluida come nel caso della Musica.

Tutti questi passaggi ci raccontano una storia, suggerendoci riflessioni, interpretazioni, agitando le nostre emozioni, aumentando la nostra percezione, smuovendo le nostre coscienze e facendoci scoprire qualcosa di nuovo che ancora non conoscevamo.

Il valore artistico è proprio questo cadenzato percorso alla ricerca della bellezza e dell’utopica perfezione, nulla a che vedere con la brama di successo o dello scandalo, con il mito dell’apparire o il talento fine a sé stesso.

Oggi il valore artistico parrebbe non solo aver sostituito i suoi parametri di riferimento ma addirittura sembrerebbe non essere assolutamente considerato con lo scopo di fare spazio al flusso continuo di contenuti privi di una precisa identità, avulsi da una qualsivoglia descrizione lucida, personale o anche provocatoriamente visionaria della realtà; l’interpretazione è stata sostituita dalla mera rappresentazione di stilemi, preconcetti instillati con cura nelle menti distratte e assenti che hanno finito per appiattire la percezione della realtà, sempre più semplificata, guidata, assistita, controllata.

L’artista è ormai alla mercè  del suo stesso pubblico o mercato e viceversa, poiché si è persa completamente la capacità di sviluppare un pensiero critico, perché cercare il consenso è più importante che provare a capire, a pensare, ad ascoltare.

Così, per quanto proviamo a essere noi stessi, saremo sempre scambiati per qualcos’altro, tuttavia questo non ci impedisce, talvolta, di improvvisare…

CRISTIANO CONTIN

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