Nella tarda serata di giovedì 21 varco la soglia del pronto soccorso del Centro Traumatologico Ospedaliero (CTO) di Torino per un brutto infortunio al ginocchio. Pronti via, mi imbatto nell’ormai classico scanner facciale per il rilevamento della temperatura. Per adempiere al suo scopo teorico, cioè misurare la temperatura corporea, basterebbe un banale termometro istantaneo, invece l’aggeggio è – guarda caso – dotato di una telecamera che rileva la temperatura inquadrando il volto della persona. Perché mai usare un banale termometro quando puoi obbligare la popolazione a partecipare al perfezionamento degli algoritmi di riconoscimento facciale?

Superato lo scanner è il turno di un’infermiera, la quale, da una postazione poco distante dalla sala di aspetto, registra i dati anagrafici e pone le “domande Covid“. Si parte con le solite: hai i sintomi dello terribile morbo (tipo febbre, mal di gola o mal di testa), sei stato in contatto con positivi nelle ultime settimane e via dicendo. Dopo una lunga sfilza di “no” mi vengono poste due domande del tutto inaspettate: la prima vuole sapere se “Sei in attesa di fare un tampone nei prossimi giorni”, la seconda, è – ovviamente – se sei vaccinato.

Cosa mai può fregare alla direzione ospedaliera se nei prossimi giorni ho in programma di partecipare al rito laico del tampone? Non capisco.

Stesso discorso per la domanda inerente allo status vaccinale, a cui però si aggiunge la palese violazione della privacy: perché tutte le persone in sala d’attesa devono sapere se ho fatto il vaccino o meno? E oltre alle persone con cui devo condividere l’attesa, c’è il problema del personale sanitario.

Perché il personale sanitario che mi assisterà nella diagnosi di un ginocchio rotto deve sapere se ho deciso o meno di vaccinarmi? O se sono in dolce attesa che mi entri uno spazzolino nel naso? Che utilità ha dal punto di vista clinico?

Infatti l’infermiera che mi chiama nel suo gabbiotto per il triage, informata dalla collega del mio peccato esistenziale, inizia a comportarsi in maniera apertamente scortese nei miei confronti. Tra l’altro neanche in maniera sottile, ma lasciando trapelare tutto il suo disprezzo verso la categoria in cui mi ha catalogato. Della serie ti passo il foglio girando la testa per non guardarti in faccia, sminuisco il danno che ti sei procurato, contraddico qualsiasi affermazione che fai sul tipo di infortunio, vatti a sedere in sala d’aspetto che tanto sei solo un codice bianco. La signora è arrivata a farmi sentire in colpa per essermi presentato al pronto soccorso per quella che “sarà al massimo una distorsione”. Epilogo?

Stampelle per minimo un mese, bendaggio rinforzato, punture di eparina, antinfiammatorio, tachipirina, radiografia e risonanza magnetica per vedere se il legamento crociato si è solo danneggiato o è proprio saltato del tutto. Ottima diagnosi di triage insomma, per niente gravata da pregiudizi di natura ideologica. La professionalità prima tutto.

Meno male che ne saremmo usciti migliori, dicevano…

LORENZO TORIELLI

 

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