La crisi del gas e dell’energia somiglia ormai ad un cavallo imbizzarrito che rischia di travolgere famiglie ed imprese. L’Unione europea, che ha scatenato il problema imponendo le sanzioni alla Russia, è come mummificata.

L’ennesimo summit sulle ennesime proposte della Commissione europea per affrontare la situazione si è chiuso verso le quattro di stamattina, venerdì 21 ottobre, con un sostanziale nulla di fatto. Ok solo ai futuri acquisti comuni di gas per riempire il 15% degli stoccaggi e all’obbligo di solidarietà: se uno Stato resterà senza gas, gli altri dovranno darglielo. Poi tante parole su ulteriori approfondimenti ed ulteriori proposte. Un modo molto educato per dire che si sono presi a pugni (verbali) e che non sono d’accordo su nulla.

Checché se ne dica e se ne scriva, Draghi non ha salvato un bel niente. Il summit non ha spostato una sola virgola rispetto ai prezzi insopportabili del gas e alla sua scarsa disponibilità. Basta leggere con attenzione il comunicato stampa UE invece dei grandi media. Dunque non si vedono schiarite all’orizzonte: le famiglie e le imprese continueranno ad essere strozzate dalle bollette e dai razionamenti.

In seguito ad una scelta di lunga data dell’Ue, il prezzo di tutto il gas (e dunque anche il prezzo che compare sulle bollette) è dato dal prezzo del poco gas scambiato al TTF, una Borsa speculativa con sede ad Amsterdam. Ne ha parlato l’avvocato Della Luna durante la puntata di “Dietro il sipario” di ieri, suggerendo la necessità di difendersi dai rincari applicati dalle aziende fornitrici di gas: esse in realtà acquistano la quasi totalità del gas a prezzi ben più bassi.

Si tratta di un problema reale, ma all’interno di questo ne sta emergendo un altro: paradossale e altrettanto grave. Diverse aziende del gas stanno mandando disdette ai clienti. Esercitano quello che i burocrati chiamano “diritto di recesso unilaterale”. Praticamente, quando sono in vigore vecchi contratti che stabiliscono un prezzo fisso del gas molto basso e lontanissimo da quello corrente, le aziende preferiscono perdere i clienti piuttosto che perdere dei soldi continuando a rifornirli di gas.

Su questo si è espressa l’ARERA, l’autorità per la regolazione dell’energia. Dice in sostanza che un comportamento del genere da parte delle aziende è legittimo, a patto però che il cliente consumi meno di 20.000 metri cubi di gas all’anno e che  il “diritto di recesso unilaterale” dell’azienda sia esplicitamente previsto dal contratto. Inoltre, dice l’ARERA, la sospensione della fornitura di gas deve essere annunciata con un preavviso di almeno sei mesi. Nel caso di consumi superiori al 20.000 metri cubi annui, invece, le aziende del gas possono esercitare il “diritto di recesso unilaterale” solo dopo essersi rivolte ad un giudice che accerti la “impossibilità sopravvenuta” o la “eccessiva onerosità” del contratto.

Il comportamento delle aziende che preferiscono perdere i clienti piuttosto che perdere i soldi deriva da un provvedimento del governo Draghi. Nell’agosto scorso, ha vietato alle aziende dell’energia di modificare unilateralmente i contratti fino al 30 aprile. Modifiche unilaterali del genere riguardavano di regola i vecchi contratti a prezzo fisso e si traducevano, ovvio!, in un rincaro salato.

Dietro alle modifiche unilaterali che Draghi ha vietato alle aziende, potevano esserci ingordigia di guadagno e volontà di speculare. Ma potevano anche esserci problemi reali: l’impossibilità effettiva di mantenere i prezzi pattuiti tempo fa. Questa impossibilità, se davvero esiste, deriva da errori dei manager, certo. Ma chi mai avrebbe pensato, anche solo un anno fa, che il gas avrebbe preso prezzi così folli?

Così fatta la legge, trovato l’inganno. E se le aziende preferiscono perdere i clienti, è segno che i problemi legati al prezzo dell’energia sono davvero gravi.

GIULIA BURGAZZI

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