Spesso ci siamo sentiti dire che chi contesta le misure che i governi hanno assunto, ufficialmente per combattere la pandemia, o chi mette in dubbio la narrazione ufficiale, non crede nella scienza. Secondo l'antropologo Martino Nicoletti invece il "covidismo" non ha nulla a che fare con la scienza o con la razionalità; si tratta a tutti gli effetti di una nuova religione, dogmatica e assolutista, con i suoi riti e i suoi roghi. Lo abbiamo intervistato per comprendere la natura e gli obbiettivi di questa nuova fede, da lui analizzata nel libro "Covidismo 2.0, la nuova religione globale"
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La recente riflessione dell'antropologo Martino Nicoletti sul fenomeno del "covidismo" ha suscitato un ampio dibattito. Secondo Nicoletti, ciò che è emerso nei due anni di pandemia non è semplicemente una risposta sanitaria a una crisi, ma una vera e propria religione globale, caratterizzata da dogmi, riti e una struttura di potere che si è imposta sui cittadini. La sua analisi, presentata nel libro "Covidismo 2.0, la nuova religione globale", si propone di esplorare come la narrazione ufficiale della pandemia abbia trasformato la scienza in un dogma, perdendo di vista il suo fondamento razionale.
Nicoletti sottolinea che la scienza, tradizionalmente vista come opposta alla religione, ha subito un processo di trasformazione. Le misure di contenimento e le comunicazioni ufficiali hanno generato un clima di paura e terrore, elementi che, secondo l'antropologo, sono tipici delle religioni dogmatiche. La narrazione della pandemia, con i suoi "profeti" e riti, ha portato a una sorta di adesione collettiva che ha reso le persone "fedeli" a questa nuova religione, accettando senza riserve le misure imposte.
Un aspetto interessante della sua analisi è la persistenza di comportamenti rituali anche dopo la diminuzione dell'emergenza. Nicoletti osserva che molti continuano a seguire pratiche come l'uso delle mascherine e la disinfezione delle mani, anche quando non vi è più necessità. Questo fenomeno, secondo lui, dimostra come i valori e le paure generate dalla pandemia siano stati interiorizzati, creando una nuova forma di comportamento sociale che trascende la logica razionale.
Inoltre, l'antropologo avverte che il "covidismo" ha aperto la strada a un modello che potrebbe essere applicato ad altre emergenze, come quella climatica o geopolitica. La creazione di un nemico da combattere, che sia un virus o un avversario politico, diventa un modo per mantenere un certo controllo sociale, spingendo le masse a svendere diritti e libertà in cambio di sicurezza. Nicoletti evidenzia come la paura possa diventare un potente strumento di manipolazione, in grado di spingere le persone a sacrificare le proprie libertà per un'illusoria protezione.
Infine, la riflessione di Nicoletti invita a una presa di coscienza critica. La sua analisi non si limita a una mera denuncia, ma cerca di stimolare una riflessione profonda su come la società si stia adattando a queste nuove narrazioni e su quali siano le conseguenze a lungo termine di questa trasformazione. La sfida, secondo lui, è quella di preservare una memoria collettiva e di resistere a una narrazione che tende a cancellare il passato in nome di un futuro incerto.
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