Eroe. Persona dotata di eccezionali virtù di coraggio e abnegazione. Oppure, per la mitologia classica: essere semidivino, figlio di un mortale e di una dea. Due modi per dire la medesima cosa. Lo stesso Eros è il dio dell’amore. Forse è proprio quel sentimento, la molla decisiva: spinge a superare i limiti, a cessare di temere la morte. È così che si diventa eroi. Ergendosi a difesa di qualcosa di sacro, a rischio della propria vita.

Primo Levi scrive che i prigionieri di Auschwitz furono sommersi dalla vergogna quando dovettero assistere all’impiccagione di un ribelle. L’Ultimo, lo chiama lo scrittore. Aveva osato rivoltarsi, sfidando i carnefici. Lo fece anche un battaglione russo caduto nelle mani dei nazisti. Lo ricorda una lapide, a Mauthausen. Quei soldati sovietici assalirono le SS a mani nude, strappando loro le armi. Poi fuggirono, cercando inutilmente scampo nelle acque del Danubio.

IL CORAGGIO DI DIFENDERE ASSANGE

Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi, scrisse Bertolt Brecht. Un termine da maneggiare con cautela: troppo facile, la retorica dell’eroe. Regolarmente impugnata da chi ama trasformare i popoli in carne da cannone. Però gli eroi esistono davvero. Come definire altrimenti l’ex presidente dell’Ecuador, Rafael Correa? Linciato, detronizzato e perseguitato per aver osato difendere Julian Assange.

Proprio l’America Latina, sottomessa e sfigurata dall’arbitrio imperiale statunitense, è una sterminata fabbrica di eroismi. Salvador Allende che cade nel palazzo presidenziale con le armi in pugno. Pablo Neruda, Premio Nobel, che poco dopo muore – si dice – di crepacuore. È sudamericano il più celebre eroe del secondo Novecento, l’argentino Ernesto Che Guevara. Morì da martire anche l’arcivescovo Óscar Romero, crivellato di colpi a San Salvador mentre stava celebrando la messa in un ospedale.

SQUADRONI DELLA MORTE, LA VERGOGNA

Non sono più di moda, gli squadroni della morte. Il peggior potere “yankee” li usava per terrorizzare le popolazioni centramericane, i governi ribelli. Oggi è più facile parlare dei “macellai” russi del gruppo Wagner: che però sparano contro militari altrettanto armati, dentro un film (orrendo) che si chiama guerra. L’infamia doppia è invece quella di chi irrompe nelle case in piena notte e tortura i civili: violenta le donne, sventra i bambini.

Nella mitologia risorgimentale viene promosso al rango di eroe Pietro Micca, che fa saltare in aria con l’esplosivo la cittadella di Torino assediata dallo straniero. Invece in Israele è un terrorista l’eroe palestinese Marwan Barghouti, leader dell’ultima intifada. Probabilmente oggi non marcirebbe in carcere, Barghouti, se qualcuno non avesse assassinato l’eroe israeliano Yitzhak Rabin, coraggioso apostolo della pace giusta.

GLI EROI DI IERI, DA RABIN A SADAT

Tanti anni fa, ci era concesso il lusso di guardarli da lontano, gli eroi: con le lenti della storia. I profeti della sanguinosa decolonizzazione. Patrice Lumumba e gli altri liberatori dell’Africa schiava. Ben Bella e i leader algerini. L’egiziano Nasser. E il suo successore Sadat, ammazzato per aver dimostrato che un paese arabo poteva anche mettere fine alla faida con Israele. Che guaio, la pace, per gli impresari del terrore.

Oggi, purtroppo, gli eroi tocca ricominciare a guardarli da vicino. Che dire, della tortura medievale inflitta a Julian Assange dal “paese della libertà”? Lo stesso da cui è dovuto fuggire Edward Snowden riparando a Mosca. Stiamo assistendo a un clamoroso rovesciamento delle parti. I russi, teoricamente i cattivi, che danno asilo a chi racconta la verità. E non si limitano più a gesti isolati. Ora combattono, dopo aver tentato in ogni modo di evitare l’invasione del Donbass.

IL DRAGO E IL SUO NEMICO, SAN GIORGIO

Forse c’è anche qualcosa di oscuro e misterioso, in quanto sta accadendo in Ucraina. Parlano certi simboli, stranamente esibiti. Le insegne, sui carri armati, dell’Ordine di San Giorgio. E le bandiere che raffigurano l’antico, leggendario cavaliere bianco. Puro archetipo dell’eroe: il difensore del villaggio. Chiamato in soccorso dalla popolazione inerme, terrorizzata dal drago.

Nel 2020 è uscito allo scoperto, il drago. Prima si era mosso in modo più cauto, spesso travestendosi da agnello. Vent’anni fa, aveva fatto macellare i giovani che, nelle strade di Genova, chiedevano un mondo migliore. Facevano paura? Sì, molta. Lo rivelò un ex funzionario della Nsa, Wayne Madsen, a Franco Fracassi. Le multinazionali avevano un sacro terrore del virus propagato dai NoGlobal.

SPEZZARE I NO-GLOBAL, CON IL TERRORE

Soffiava forte, il vento di quella rivoluzione culturale. Ragazzi di tutto il mondo, ma in particolare dell’Occidente, denunciavano lo strapotere (privatizzato, non più controllabile) dei Padroni dell’Universo. Sembrava quasi un revival del Sessantotto, fuori tempo massimo. E invece era un fenomeno anche profetico. L’avevano davvero messo nel mirino, il drago. A Seattle, a Praga, a Genova. Quei ragazzi andavano scoraggiati e spezzati, dispersi, annientati.

Due mesi dopo, il crollo delle Torri Gemelle avrebbe fatto il resto. Il male peggiore – la guerra – avrebbe letteralmente invaso il pianeta, dopo la caduta dell’Urss. E insieme alla guerra, sarebbe dilagata una globalizzazione di stampo totalitario, fondata sul sopruso e sulla rapina. Il drago: senza più nessun antagonista in grado di frenarne la ferocia, l’avidità illimitata.

IL LENTO MARTIRIO DELL’EUROPA

Le sue fiammate hanno colpito anche l’Europa, che si credeva al riparo dal peggio. La crisi finanziaria, dovuta alla perdita della sovranità monetaria, ha prodotto la spettacolare rovina di società che si pensavano destinate all’eterno benessere. Fine dei sogni, del lavoro sicuro. A oscurare l’orizzonte, la precarietà come destino. Operazione condotta con la piena complicità della politica, letteralmente sparita di scena. Giusto per completare lo scempio, si aggiunse anche la paura del terrorismo più opaco, targato Isis.

E infine, il colpo di grazia. Il Covid: l’ultimo grande assalto. Concepito come definitivo. Capace di schiantare quel che restava della democrazia. Intere comunità nazionali ridotte in sfacelo, piegate dal timore e dal ricatto. Che trionfo, per il drago. Che risultato epocale: la morte civile elevata a sistema, nel silenzio dei più. E riecco, puntuali, anche gli eroi. Come sempre: i loro nomi li si impara a conoscere proprio nell’ora più buia.

GIUSEPPE DE DONNO, ULTIMO EROE ITALIANO

Stefano Puzzer spazzato via con gli idranti dal molo di Trieste. Nunzia Schilirò cacciata dalla polizia. Medici sospesi, insegnanti allontanati dalla scuola. Milioni di renitenti di fronte all’obbligo sierologico. Una sorta di resistenza, spesso silenziosa, costretta a vivere in clandestinità e sottoposta a una censura barbarica. Ma disposta a pagare di persona per non dargliela vinta, al drago.

Perché c’è anche questo, nel retroterra umano di ogni possibile eroismo. La nostalgia: per una bellezza perduta. È in nome di quella, che si lotta: per mantenerne viva almeno la memoria. Se smettesse di esistere, l’umanità sarebbe finita. Doveva essere esattamente questa fede incrollabile ad animare l’ultimo eroe italiano, il dottor Giuseppe De Donno. La sua mitezza, il suo sorriso. Indimenticabile. Ed è quello che il drago più teme: il ricordo. Perché l’eroe, quando si sacrifica, diventa immortale. Resterà con noi, per sempre.

GIORGIO CATTANEO

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