Come il terrore mediatico ci ha trasformato in sudditi della scientocrazia

La pandemia da Covid-19 ha svelato come i germi di un cambiamento di paradigma – una mutazione sociale, economica, politica e antropologica – fossero in potenza nella nostra società, pronti ad affiorare alla prima emergenza globale (in questo caso sanitaria). 

In poche settimane ci siamo trovati catapultati in una vera e propria distopia, un dispotismo tecno-sanitario, tra monitoraggio dei cittadini, dispiegamento di droni, multe selvagge, proposte di braccialetti e collari hi-tech per il distanziamento sociale, psicopolizia, neolingua con l’invenzione di termini ad hoc per marchiare i dissidenti (no mask, negazionista, ecc.), censura sul web, patologizzazione del dissenso e trattamenti sanitari obbligatori, delazione, proposta di vaccinazione obbligatoria, green pass, ecc. 

La paura per l’emergenza sanitaria ha portato alla costituzione di una specie di psicopolizia in cui i cittadini hanno vestito con solerzia i panni dei delatori, pronti a segnalare chiunque, secondo i parametri del catechismo scientocratico, non rispettasse le norme. 

Si è così creata una sorta di caccia all’untore di manzoniana memoria (ricordate La colonna infame?) con la segnalazione virale dei comportamenti ambigui e la creazione su Facebook di gruppi ove denunciare gli eventuali trasgressori dei divieti. Insomma, la paura ha trasformato in novelli psicopoliziotti i cittadini, fomentati dalla politica che ha invocato misure sempre più stringenti, persino liberticide.

E infatti in questi mesi i social sono diventati un rigurgito di violenza con l’opinione pubblica spaccata in due (schema che rimanda al metodo del Divide et Impera). I dissidenti, ossia coloro che criticano l’eccesso delle restrizioni, vengono insultati, denigrati, minacciati, rei appunto di pensare male, come se con il loro pensiero critico potessero mettere a rischio, anzi “infettare”, l’intera collettività. 

Possiamo ben dire che schiacciati dal peso della paura, la ricerca della sicurezza abbia portato sempre più persone ad accettare di affidarsi a misure autoritarie e repressive pur di tornare a sentirsi appunto sicuri. 

I poteri dominanti sembrano aver deciso di sfruttare come un pretesto la pandemia per stringere le maglie del controllo sociale grazie all’introduzione di dispositivi governativi basati sul biopotere e sulla “biosicurezza”.

La paura (inoculata quotidianamente dai media mainstream, dai loro bollettini dei morti e dalla loro “criminologia sanitaria”) e la minaccia della salute, infatti, hanno indotto nell’opinione pubblica l’idea che si debba per forza scegliere tra salute e libertà per poter tornare a sentirsi “sicuri”. 

E se ci pensiamo, il terrorismo mediatico, la tensione costante, la limitazione dell’attività fisica, la cancellazione delle più comuni abitudini, il distanziamento fisico e sociale, la confusione dei dati, l’informazione parcellizzata e virtuale, l’isolamento attraverso la quarantena e i lockdown a singhiozzo sono serviti proprio a questo: a rendere passive, confuse, disorientate le persone, senza punti di riferimento, come quei detenuti sottoposti a deprivazione sensoriale, insonnia, sotto minaccia costante, in attesa di essere interrogati e poi convinti a confessare o ad accettare qualunque cosa pur di tornare a sentirsi sicuri o liberi. 

Similmente, si è convinta la popolazione della necessità di cedere libertà, privacy, diritti fondamentali e acconsentire mansuetamente, mostrando una cieca e passiva obbedienza nei confronti dell’autorità

Il potere, che non si identifica con la politica ma semmai la sfrutta e la dirige da dietro le quinte, approfitta dei momenti di crisi per influenzare l’opinione pubblica in modo sempre più sofisticato, imponendo inoltre un principio di autorità: in un orizzonte in cui tutto rischia di confondersi e sparire sotto il peso delle immagini, in cui tutto diventa “relativo”, virtuale e prospettico, per capire che cosa sia vero e cosa falso è necessario fare riferimento a un’autorità esterna per avere rassicurazioni e sapere come orientare le proprie scelte. 

Da qua il tentativo di creare un’informazione certificata, ossia le notizie col bollino dei “professionisti dell’informazione” con la conseguente la nascita di task force sulla disinformazione on line, a cui si aggiunge la legittimazione morale della censura

Il potere, infatti, non tollera che si pensi in modo libero e critico.

Per questo nella distopia orwelliana – che è stata spesso invocata per analizzare il presente, date le sconcertanti similitudini di 1984 con quanto stiamo vivendo oggi – i falsificatori del Miniver si occupano di alterare il presente e riscrivere il passato: la mistificazione continua della storia e dell’informazione serve a garantire l’infallibilità del sistema.

Per approfondimenti

Enrica Perucchietti

vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. È caporedattrice della Uno Editori e autrice di numerosi saggi di successo, tra cui ricordiamo: Fake news; Coronavirus. Il nemico invisibile

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