Cancel culture: la moderna “milizia del fuoco” censura lo studio dei classici e boicotta il pensiero critico

«Era una gioia appiccare il fuoco.

Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse».

Inizia così Fahrenheit 451, il capolavoro di Ray Bradbury, pubblicato nel 1953. Il protagonista del romanzo, Guy Montag, lavora nella “milizia del fuoco“, un apposito corpo di pompieri che non spengono gli incendi ma danno fuoco alle case di coloro che hanno violato la legge, in particolare a coloro che nascondono i libri, divenuti ormai illegali.

«È un bel lavoro, sapete. Il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciare la cenere. È il nostro motto ufficiale»,

spiega Montag a Clarisse, una adolescente vicina di casa, prima di iniziare a maturare una vera e propria conversione che lo porterà a mettere in discussione la sua intera vita, dal matrimonio al lavoro. Dopo l’incontro con un’anziana donna che preferisce bruciare nella sua casa anziché abbandonare i propri libri, Guy inizia a domandarsi perché le persone rischino la libertà e la loro casa per nascondere e proteggere questi oggetti…

Fin da giovane, in Bradbury era maturata la consapevolezza del rischio della censura e ispirandosi ai classici della distopia del Novecento, da Huxley a Orwell, aveva dato vita a un romanzo in cui la delazione, la censura, la manipolazione dell’informazione e la cultura della cancellazione permeano l’intera società, portando a una inversione dei ruoli: i pompieri appiccano il fuoco e distruggono i libri, i dissidenti sono coloro che tramandano il sapere. La società, infatti, deve proteggersi dalle persone che potrebbero mettersi a pensare, istigate dai libri. Generando così quello che io chiamo il “contagio delle idee” e che analizzo in Censura (Byoblu Edizioni). Per limitare il pensiero critico, inoltre, la televisione è presente non come strumento di educazione ma come un riempitivo volontario della vita quotidiana, essendo divenuta un mezzo di puro intrattenimento, al punto che non si può mai spegnerla.

Oggi la milizia del fuoco sembra essere sgusciata dalle pagine del romanzo di Bradbury per riportare nella nostra società i fantasmi del passato: il rogo dei libri. Non potendo più bruciare in pubblica piazza il materiale sgradito al potere, lo si boicotta, in una moderna forma di damnatio memoriae che oggi prende il nome di “cancel culture”.

Nel diritto romano la damnatio memoriae indicava infatti la cancellazione di ritratti, iscrizioni, insomma qualsiasi traccia riguardante una persona, come se non fosse mai esistita. Qualcosa di simile accade oggi, in cui una moderna milizia del fuoco o (psicopolizia) si occupa di perseguitare e oscurare chiunque si macchi di “psicoreato”, con l’evidente obiettivo di cancellarne la voce e la memoria.

I moderni inquisitori, infatti, fiutano l’odore dell’eresia con lo stesso entusiasmo con cui un segugio fiuta i tartufi. Chiunque osi dissentire dal pensiero unico è un empio, un eretico che va perseguitato, punito e bandito. Censurato.

Le deviazioni dall’Ortodossia vengono represse e punite, incentivando metodi sempre nuovi da far penetrare gradualmente nell’opinione pubblica come una panacea sociale. Chi non accetta i diktat dell’Ortodossia e non si sottomette alla liturgia e al catechismo del pensiero unico, finisce per essere etichettato come un pericoloso psicocriminale che va censurato ed espulso dalla comunità (per ora quella digitale o cartacea) in modo che con la sua condotta “critica” non rischi di contagiare il resto della popolazione.

Il vero timore che il potere sta manifestando negli ultimi anni è che il dubbio e il pensiero critico possano infettare le menti dei cittadini, portando a un sempre maggiore calo di consenso, a una disillusione nei riguardi dell’autorità e a una forma di insofferenza nei confronti della stampa, a tratti ormai indistinguibile dalla propaganda.

I poteri forti stanno promuovendo e imponendo in tutto il mondo una ideologia politicamente corretta con cui si vuole riprogrammare l’opinione pubblica e la morale collettiva. Essa trae linfa e forza dai princìpi buonisti e falsamente umanitari su cui sembra basarsi. L’intenzione evidente è di livellare l’opinione pubblica, svuotare le menti e riprogrammare le coscienze, creando un catechismo semplificato del nuovo culto politico che il potere vorrebbe si affermasse. L’opinione pubblica dovrebbe fare cieco affidamento al sommario ideologico di verità e princìpi per sapere cosa si deve e si può pensare in maniera corretta e cosa invece no.

In questo modo, la libertà di esprimersi, pensare, scrivere, fare informazione, pubblicare, prevista in democrazia, si riduce sempre più, restringendo progressivamente i margini di azione della coscienza critica, così come si riduce l’azione del pensiero con la neolingua e la corruzione della parola.

È in questo contesto che nasce e si diffonde la cultura dell’annullamento o della cancellazione (in inglese cancel culture): si tratta di forma moderna di ostracismo nella quale qualcuno viene estromesso sia da cerchie sociali o professionali sia nel mondo reale. La cancel culture si differenzia dalla call-out culture perché l’obiettivo non è limitato all’accusare pubblicamente di immoralità, o di reati veri e propri, una persona (quasi sempre un personaggio pubblico) ma l’intento è proprio quello di fargli perdere la posizione professionale.

Recentemente questo trattamento è stato riservato a quei registi o produttori cinematografici che sono stati accusati di pretendere favori sessuali in cambio di contratti, assunzioni e rispettivi favori nel mondo del cinema o di molestie (da Kevin Spacey a Woody Allen). Da qua, però, questa forma di ostracismo si è ibridata con la psicosi antirazzista del Black Lives Matter e del movimento femminista Metoo arrivando a vere e proprie cacce alle streghe (pensiamo a J.K. Rowling accusata di omotransfobia) o a violente campagne di demonizzazione, talvolta pilotate per scopi politici. Negli ultimi anni, infatti, gli esempi della cancel culture si vanno moltiplicando, insinuandosi anche negli atenei e portando alla cancellazione di corsi di studio o di classici, giudicati “razzisti”, od “omofobi”.

Già Debora Billi osservava nel marzo del 2012 il rischio di questa degenerazione, evocando un finale da Inquisizione digitale o da milizia del fuoco: allora si pensava di mettere all’indice la Divina Commedia, «perché è “antisemita, antislamica, razzista e omofoba”, come chiede un gruppo di “intellettuali”». In 9 anni da Dante si è arrivati a boicottare non solo i classici ma persino lo studio delle lingue antiche. Ha fatto discutere di recente l’iniziativa dell’Università di Princeton di eliminare l’obbligo dello studio di greco e latino nel curriculum di studio per la laurea in Lettere antiche: i testi si potranno leggere in traduzione.

La Lawrence High School di Lawrence, un liceo del Massachusetts, ha bandito invece l’Odissea dal programma in quanto irrispettosa delle donne e la docente che ha promosso la campagna si è vantata del risultato sui social media: “Sono molto orgogliosa di dire che quest’anno abbiamo rimosso l’Odissea dal curriculum!”, ha dichiara Heather Levine.

Gli artefici di questa furia censoria usano persino un hashtag per promuovere la loro battaglia per cancellare la cultura classica dalle scuole: #DisruptTexts. Con questo stesso nome si è creato anche un sito web dove gli insegnanti e attivisti prendono di mira i grandi classici della cultura, dell’arte, della letteratura per sostituirli con modelli più inclusivi e “antirazzisti”. L’obiettivo del movimento #DisruptTexts è quello di sfidare lo studio tradizionale al fine di creare un programma “più inclusivo”. E per “cinludere”, si esclude, cancellando la memoria storica e letteraria.

Per rispondere alle derive fanatiche del politicamente corretto e della cancel culture è stata redatta da oltre 150 firmatari – scrittori, giornalisti, accademici e attivisti – una lettera aperta pubblicata su «Harper’s». Tra i firmatari troviamo scrittori come Martin Amis, J.K. Rowling, Margaret Atwood e Salman Rushdie, giornalisti e opinionisti come David Brooks, Anne Applebaum e George Packer, accademici come Noam Chomsky e Francis Fukuyama, la storica attivista femminista Gloria Steinem e personaggi provenienti da altri ambienti, come lo scacchista Garry Kasparov e il jazzista Wynton Marsalis. Tutti sostengono che la nuova sensibilità collettiva su quali parole, comportamenti e idee siano offensive e più o meno esplicitamente razziste, sessiste e in generale discriminatorie abbia avuto non solo effetti positivi, ma anche altri nocivi per la salute del dibattito pubblico. Un conformismo delle idee appiattito su un pensiero unico e sul politicamente corretto comporta il rischio di essere “cancellati”, licenziati, oppure boicottati in massa, se si esprimono concetti non allineati.

In un passaggio leggiamo:

«Non bisogna permettere che la resistenza si irrigidisca intorno a un suo tipo di dogmatismo e coercizione, che i populisti di destra stanno già sfruttando. L’inclusione democratica che vogliamo si può raggiungere solo denunciando il clima intollerante che si è creato da entrambe le parti.

Lo scambio libero di informazioni e idee, la linfa vitale di una società liberale, viene soffocato ogni giorno di più. Se abbiamo imparato ad aspettarcelo dalla destra radicale, la tendenza alla censura si sta diffondendo anche nella nostra cultura: un’intolleranza per le opinioni diverse, l’abitudine alla gogna pubblica e all’ostracismo, e la tendenza a risolvere complesse questioni politiche con una vincolante certezza morale […] Il modo di sconfiggere le idee sbagliate è mettendole in luce, discutendone, criticandole e convincendo gli altri, non cercando di metterle a tacere. Rifiutiamo di dover scegliere tra giustizia e libertà, che non possono esistere l’una senza l’altra».

Enrica Perucchietti

vive e lavora a Torino come giornalista, scrittrice ed editor. È caporedattrice della Uno Editori e autrice di numerosi saggi di successo, tra cui ricordiamo: Fake news; Coronavirus. Il nemico invisibile

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