“Build Back Better World,” ossia “ricostruiamo un mondo migliore” è il nome, un po’ altisonante e un po’
scopiazzato dal trumpiano “facciamo di nuovo grande l’America”, del progetto americano per lo sviluppo
infrastrutturale dei Paesi a basso reddito, che vorrebbe contrastare la Via della Seta cinese.
La risposta degli USA all’espansionismo economico e geopolitico cinese, che attraverso la Via della Seta
sta conquistando Asia centrale ed Africa arriva con grande ritardo; i primi progetti (5 o 10) saranno
annunciati dall’amministrazione Biden entro gennaio, per ora siamo ancora alla fase esplorativa.

Ma oltre che in ritardo il progetto americano è anche troppo modesto, in termini di miliardi da investire, per competere con la gigantesca operazione cinese. Biden ha cercato di vendere il progetto come un’alternativa vantaggiosa all’approccio cinese, caratterizzato secondo Biden da “trappole del debito corruzione”.
Il progetto infrastrutturale di Pechino è contestato soprattutto per aver comportato per molti Stati poco
sviluppati un indebitamento superiore al 10% del Pil, inoltre più di un terzo delle iniziative è incappato in
scandali vari, legati a corruzione, violazione delle normative sul lavoro, rischi ambientali e proteste
pubbliche.

Sono per ora cinque i Paesi in cui i funzionari americani si sono recati in questa prima fase esplorativa
del progetto, e cioè Colombia, Ecuador,Ghana, Panama e Senegal. Alle missioni ha partecipato il vice consigliere per la sicurezza nazionale Daleep Singh, a dimostrazione dell’interesse strategico che gli Usa hanno nel contratare l’avanzata cinese nel sud del mondo. Ai Paesi coinvolti gli americani hanno promesso un approccio trasparente ai finanziamenti e l’assenza di clausole geopolitiche, che invece la Cina inserirebbe in particolare riguardo alle posizioni da prendere nei confronti di Taiwan.

Ma basta leggere la lista delle priorità inserite nei progetti per capire che difficilmente gli americani
potranno sfilare l’Africa alla Cina nell’unica maniera in cui questo sarebbe possibile, e cioè migliorando
concretamente il tenore di vita degli africani.
In cima alla lista c’è la lotta al riscaldamento globale, poi la salute (quindi, secondo Biden, i vaccini), la
tecnologia digitale, e non poteva mancare l’ uguaglianza di genere.
Si tratta in sostanza della lista dogmi liberal globalisti, che possono far breccia nei cuori dei ricchi elettori
democratici di Manhattan ma che lasciano indifferenti persino le periferie dei Paesi sviluppati, figuriamoci
le bidonvilles africane.

Strade, ferrovie, ponti, reti di trasporto dell’energia, centri di sviluppo tecnologico e industriale sono
quello che i Paesi a basso reddito chiedono, non i vaccini, di cui nessuno da quelle parti sente il bisogno
o investimenti per la conversione “green” del sistema industriale.
Dunque nel processo di costruzione del mondo del futuro gli Usa arrivano in ritardo, con progetti di
dimensione non adeguate e viziati da un approccio ideologico elitario, mentre l’Europa, non pervenuta,
sembra rassegnata a perdere definitivamente il ruolo che ha ricoperto (male) nel sud del mondo negli
ultimi secoli.

La sconfitta dell’occidente è la dimostrazione del fallimento del modello neoliberista, incapace di creare sviluppo solido e duraturo che crei una ricchezza diffusa, e della globalizzazione, che ha impoverito
soprattutto i Paesi occidentali, che l’hanno promesso in ossequio ai dogmi liberisti e agli interessi
colossali di minuscole élite.
Ma è anche il fallimento di una filosofia di “governance” globale basata sui vantaggi a breve termine,
sugli indici della borsa e sui risultati immediati, una filosofia che in occidente non è ancora tramontata.
Se queste sono le premesse prepariamoci a un nuovo secolo nel segno del dragone.

ARNALDO VITANGELI

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