Da qualche tempo sembra che il nostro Paese, o meglio i siti istituzionali che coprono i servizi  digitali italiani, siano stati presi di mira da alcuni gruppi di hacker,  bloccandoli e rendendoli inaccessibili.

“Killnet”, il collettivo che ha lanciato l’attacco dalla Russia, starebbe attuando una sorta di ritorsione contro il belpaese, apertamente atlantista e politicamente schierato a favore dell’Ucraina, oltre che complice delle sanzioni economiche alla Russia e dell’invio di armi.

Il condizionale è d’obbligo in questi casi, perchè chiunque, anche chi è completamente a digiuno di nozioni informatiche, capirebbe che capire davvero quale sia l’origine di attacchi cosi ampi è davvero quasi impossibile da accertare.

In un primo momento i media, ingigantendo la notizia, avevano riportato la notizia di un’aggressione su larga scala, una “dichiarazione di guerra a USA e altre dieci nazioni”, che vedeva compromessi  i siti del Consiglio Superiore della Magistratura, dell’Agenzia delle Dogane e dei ministeri di Esteri, dell’Istruzione e dei Beni Culturali, oltre che quello della Polizia e del sito del’ Eurovision Contest.

Tutto smentito in un secondo tempo: indietro tutta, i siti erano “down” per lavori di manutenzione ordinaria, o almeno cosi è stato dichiarato in seguito.

L’attacco, se un attacco c’è stato, avrebbe riguardato solo gli indirizzi web del Senato e dell’Istituto superiore di Sanità, ma in merito si nutrono diversi dubbi, tutto è abbastanza opaco.

Ciò che invece appare cristallina, invece, è l’operazione mediatica che sembra essere stata inscenata per mettere in luce ancora una volta il lato oscuro di una Russia feroce e cattiva, che colpisce duramente e dalla quale ci dobbiamo difendere.

Basta cercare in rete per capire come i toni usati, nel riportare la notizia, abbiano tutte le caratteristiche della classica “false flag” messa in scena per gettare fango e alimentare il sentimento russofobico.

Nessuno, prima di tutto, spiega in che modo si sia determinato che l’attacco sia davvero venuto dalla Russia, visto che, proprio per la tipologia di operazione, un”distribuited denial of service”(DDos), per funzionare deve riguardare diverse migliaia di fonti da più parti del mondo, rendendo di fatto impossibile determinare la vera origine.

Si parla di “cyber criminali russi”di “una gang vicina al Cremlino”: insomma i toni sono ben diversi da quelli usati quando ad attaccare la Russia era stato il “collettivo attivista Anonymus” che si occupava di informare i russi sulla “verità della guerra”.

Anonymous per qualcuno è addirittura un baluardo di difesa per l’Italia, un collettivo così potente da stendere i russi di Killnet: un pò come Rocky Balboa contro Ivan Drago, ma rivisto in chiave 2022.

Qualcuno addirittura si lancia su ipotesi di progetti in larga scala che vedrebbero la Russia condurre una guerra, oltre che sul campo, anche nel mondo del digitale: una guerra mondiale anticipatrice dell’allargamento del conflitto combattuto sul campo.

Ancora una volta, per la stessa azione i media occidentali usano due pesi e due misure, per cui, anche dando per vero che sia esistita un guerra digitale tra russi e occidentali, da una parte di parla di attivismo, dall’altra di criminalità.

Anche nel metaverso degli hacker, Mosca è l’obiettivo, e i cyberpartisan occidentali, stanno cercando di affondarlo, con l’aiuto della propaganda e della disinformazione.

Ma alla fine, al cittadino comune, che, per colpa delle sanzioni, sarà investito da una serie di aumenti tali da metterlo economicamente  alle corde, tanto da scegliere se pagare la bolletta della luce o quella della linea internet, quanto importa se il sito del Senato è fuori uso? Tanto tutte le decisioni ormai le prende soltanto uno: sapete bene di parliamo.

ANTONIO ALBANESE

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