Artisti collaborazionisti? No, solo quadri intermedi, impiegati di terzo livello!

Artisti Collaborazionisti?” è il titolo della trasmissione, bella ed elegante, grazie alla sensibilità e alla qualità degli ospiti (Mario Marini, Angelo Inglese e Antonello Cresti) intervistati da Francesco Toscano e andata in onda giovedì 30 settembre sul canale di Visione TV.

Dico bella ed elegante perché, nonostante la crudezza e l’asperità dei temi, gli ospiti hanno trasmesso una garbatezza nella fermezza e una delicatezza nella forza, che spero riesca a ispirare i pochi artisti ancora degni di essere considerati tali, a manifestarsi ed a riappropriarsi di quel ruolo di denigrazione, denudamento e critica del potere che hanno reso l’arte scomoda, rivoluzionaria anche quando nasceva dalla richiesta di una committenza regale o religiosa. Ma noi sappiamo anche come nella regalità e nella religione si celino alcuni tra i più alti aneliti dell’animo umano e che questi hanno nei secoli trasceso anche le miserie degli uomini chiamati a rappresentarle.

Per ritornare sul tema che voglio condividere e cioè il rapporto tra “artisti” (i musicisti in questo caso) e potere, lo farò in modo semplice, perché non saprei come infarcire di citazioni il mio pensiero.

Venendo dunque subitamente all’oggi, quello cui stiamo assistendo si è tradotto in quel mendiceo appello al regime di Draghi denominato “Salviamo la musica live” (perché scrivere “musica dal vivo” sarebbe stato già un atto di insubordinazione sovranista) , è solo il gesto elemosinante di chi si è non già piegato al potere (perché piegarsi potrebbe anche avere una giustificazione) ma sollecitamente e anzitempo lucrosamente venduto a questo.

Lo dico senza perifrasi perché leggendo i nomi dei firmatari, anzi dei questuanti, vi troviamo il fior fiore del peggio, ivi compresi alcuni nomi che sembravano farsi portatori di una critica, di una ribellione all’esistente e talvolta anche, o addirittura, di un messaggio di consapevolezza interiore.

Si va infatti da Alice, Paolo Conte ed Elio e le storie tese, passando per Modena City Rambles e Piero Pelù (oddio), fino a Vecchioni, Mannoia e Vasco Rossi, per finire con Ligabue, Zucchero e qualche ex-Pooh (aiuto). E calo un velo pietoso su alcuni grandi “internazionali “ che a leggerne i nomi quasi mi vergogno di averli apprezzati in passato.

Va detto che questo è il punto di arrivo, l’approdo cui è giunto un modo di intendere e fare arte, musica nello specifico, che ha adottato modelli, linguaggi e pensiero che con tutto avevano a che fare, tranne che con la critica o la denuncia del sistema e molto con un certo ribellismo apparente, una “rottura” che col tempo avrebbe sempre più assunto le sembianze e le vesti di una trasgressione, in un primo momento alle regole, per poi diventare una forma di trasgressione pura e semplice in se stessa, “per se” direbbero gli inglesi (riconoscendo con l’adozione di questa espressione l’impossibilita” di questa lingua ad esprimere la sottigliezza di determinati concetti… vabbè).

Le cause della genuflessione odierna affondano le loro radici già nel periodo tra gli anni ‘60 e gli inizi dei ’70 del Novecento.

Addirittura? Certo, perché secondo me, al netto di alcune figure, tragicamente  e prematuramente scomparse, tra cui quelle di Jimi Hendrix e Jim Morrison e di qualche sparuto superstite come Bob Dylan o Van Morrison, tanto per non citare nomi a caso, il resto è una pletora di miseria umana e culturale. In quale altro modo potremmo descrivere l’adesione alla narrazione neo-liberista e l’adesione al regime bio-sanitario di gente come Nick Cave, Sir Mick Jagger o Patty Smith? sempre per non fare nomi a caso.

La generazione hippies aveva prodotto negli USA il germe di una cultura underground capace di esprimere valori e battaglie culturali e sociali di grande spessore, penso a cosa abbiano rappresentato un Woody Guthrie per la musica o un Lawrence Ferlinghetti per la poesia, rispettivamente vissuti in due periodi assolutamente fondamentali nella storia della cultura americana.

Woodstock e il flowers’ power, sebbene pure da quelle origini derivassero, erano invece il primo eccellente, straordinario prodotto di una società massificata e irregimentata in un ordine sociale già scritto e di cui era tragicamente inconsapevole. Se andiamo solo a guardare ai modelli ed allo stile di vita degli eroi di quegli anni, ad un certo punto cosa vediamo? Una esplosione incontrollata degli ego che portava all’implosione di gruppi mitici (i Beatles ne sono un esempio paradigmatico), una corsa sfrenata all’appropriazione dei simboli più eclatanti e simbolici del successo individualista e della ricchezza consumistica, quali residenze sfarzose, automobili di lusso et similia, il tutto condito con esuberanti, e a volte letali, dosi di droghe pesanti. Tutte cose che portavano inevitabilmente alla dissoluzione ed alla distruzione di quegli ideali di ribellione e di rifiuto delle regole del sistema che si volevano infrangere, quando non proprio rovesciare.

Una volta epurata della sua carica rivoluzionaria, della ribellione restava perciò solo la trasgressione nei costumi, con stili di vita peraltro proibitivi per la stragrande maggioranza di fans. A questo proposito va certamente ricordato il film Quadrophenia, che ispirato all’omonimo doppio album-opera dei The Who, racconta appunto l’epilogo tragico di quella generazione, attraverso la storia del giovane protagonista, la fine di un ribellismo impossibile da sopportare e sostenere per un qualsiasi figlio della classe operaia, britannica in questo caso ma certo trasferibile ad altri paesi dell’occidente cosiddetto sviluppato.

Attraverso questa mia impassionevole critica ad una “certa cultura alternativa” colgo i segni di quel conformismo, di quella adesione al sistema una volta osteggiato e della stessa adozione di quei valori individualistici, competitivi e consumistici, cui quel ribellismo inconsapevole, asociale, “senza causa”, sarebbe fatalmente approdato.

Ora, se proviamo a trasferire queste enormi contraddizioni all’interno di una realtà marginale e provinciale (per imposizione) all’interno dell’Impero americano, quale era ed è quella italiana, possiamo cominciare a comprendere le ragioni di tanta subalternità.

I musicisti nostrani, tranne alcune grandi eccezioni hanno faticato molto, per usare un eufemismo, a elaborare una narrazione autenticamente originale, all’interno di una grammatica espressiva che veniva dall’esterno (eh sì, esiste un vincolo esterno anche per l’arte).

Se leggiamo i nomi, come ho fatto all’inizio, vediamo che la gran parte di costoro ha vissuto delle elargizioni provenienti dall’area politica di riferimento oppure sopravvivendo e speculando sulla rendita proveniente dalla partecipazione alla tradizione festivaliera sanremese, vera vetrina di  a quanto e come si può ridurre a banalità e svuotare di significato qualsiasi messaggio, anche vagamente critico, al sistema imperante (anche qui con qualche isolatissima eccezione).

È chiaro che in un Paese come il nostro dove a qualsiasi giovane che avesse voluto vivere di musica gli veniva immancabilmente chiesto: “Vuoi suonare? Bene… ma che lavoro vuoi fare?” gli spazi per una ricerca personale sono sempre stati minimi.

Le contraddizioni intrinseche cui non sfugge una forma espressiva qual è la musica, che si nutre del sostegno finanziario dei propri ammiratori, manipolati e strumentalizzati dalla pubblicità e dal modello consumistico-competitivo del pensiero neo-liberista, finisce per essere facile preda del sistema e diventare a sua volta veicolo di propaganda dello status quo.

Arrivati a questo punto, possiamo solo immaginare come si senta un Piero Pelù  nei confronti di un Achille Lauro, che gode di un successo che lui ha solo potuto sognare e che forse spinge a rincorrerlo sulla strada dell’adesione al pensiero unico. Di altri, come i Modena City Rumbles o Elio sappiamo quanto siano stati dipendenti dalla sinistra allegramente festivaliera a cui si sono abbeverati per decenni. Altri cantori di “grandi temi” quali Vecchioni o la Mannoia sono certamente vittime del loro stesso preteso progressismo. Infine, meglio tacere sulle inconcludenti  e monotone piroette di un Ligabue da Bar Mario o di un Vasco Rossi talmente spericolato da ridursi ad avere paura anche di una brutta influenza (si sa, la vecchiaia può giocare brutti scherzi).

Con un certo sollievo non ho letto, in questo miserando appello, i nomi dei Bennato, di De Gregori, Mussida, Fariselli (degli Area), Lindo Ferretti, di James Senese, solo per citare quelli che immediatamente mi vengono in mente.

Come se ne esce? Difficile a dirsi. Si potrebbe provare a rileggere criticamente e creativamente la storia della cultura e della musica underground americana, ma anche inglese e, per quel che ci riguarda, la stagione della musica italiana degli anni ’70 in particolare.

Provare a tracciare una linea che ri-unisca e ri-porti insieme, ri-partendo dalle sue radici popolari e anti-sistema, una chiave dire-interpretazione della realtà distopica in cui abbiamo cominciato a vivere, affinché le nuove generazioni  possano sentirsi partecipi e protagoniste e riscoprire o meglio, scoprire il desiderio di elaborare la visione di un futuro autenticamente umano, attraverso una lettura critica della realtà che solo la vera arte può offrire.

Il musicista può allora essere attore della liberazione, quando questi recuperi la sua capacità di farsi interprete dei sentimenti, delle emozioni e rivelatore e trasmettitore di significato, bellezza e armonia, oppure strumento di conformazione quando esso si presti  al gioco del potere, cedendo alle sue lusinghe ed all’inganno del vanesio successo che gli presenta davanti, in cambio della sua rinuncia a vedere il mondo coi propri occhi.

In questo ultimo caso egli da artista si trasformerà in un semplice “quadro del sistema” come un qualsiasi altro ben pagato e sostituibile “impiegato di terzo livello” chiamato a rispettare i target, gli obiettivi e farsi megafono dell’ideologia, dei messaggi che l’industria musicale, di cui ha accettato le condizioni contrattuali, gli ordinerà di comunicare al suo pubblico ammaestrato, che si aspetta solo di essere piacevolmente intrattenuto o di prestarsi a recitare la parte di chi “ci fa tanto divertire”, rassegnandosi ad essere considerato “non essenziale” alla prossima occasione.

Questo compito richiede una umiltà e un valore eroici. Forse bisognerà  riscrivere il significato profondo del concetto di “cultura underground”, tornare a usare e di nuovo “la fanzine” cartacea, insopprimibile dai moderni censori armati di algoritmi e intelligenza artificiale, per sfuggire agli oscuramenti dei social e ri-creare circuiti umani inestinguibili, capaci di ri-accendere e alimentare la rete con nuove energie.

Per far si che un’opera, fosse anche frutto di una commissione, possa inevitabilmente dare vita ad una realizzazione artistica che, facendosi beffe dei potenti, si trasformi in quell’atto creativo capace di liberare gli uomini dalla schiavitù del potere.

GENNARO DE MATTIA

Visione TV

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