Non manca una sezione di approfondimento culturale sul sesto numero del nostro mensile “Visione. Un altro sguardo sul mondo” ed è Antonello Cresti ad occuparsi della “rivoluzione del bello” attraverso la parabola di due artisti inglesi del diciannovesimo secolo.
Durante l’epoca vittoriana in Inghilterra non furono soltanto Karl Marx e Friedrich Engels a occuparsi della classe lavoratrice e porre le basi per un futuro movimento di classe: diversi furono gli autori e pensatori che hanno affrontato temi simili, con un interesse comune per la critica sociale, l’economia, il lavoro e la lotta alle disuguaglianze.
Ad esempio, George Bernard Shaw, drammaturgo e critico sociale irlandese-britannico, figura che emerge oggi come controversa per la sua appartenenza alla Fabian Society, ma le cui opere teatrali, come Uomo e superuomo e Pigmalione, esploravano temi di classe sociale, critica sociale e disuguaglianza, mettendo in discussione le convenzioni sociali dell’epoca.
Oppure, Robert Owen, imprenditore e socialista gallese, interessato alla riforma sociale e all’organizzazione del lavoro che propugnava l’idea di comunità cooperative e sperimentò modelli di gestione dei luoghi di lavoro che andassero oltre i sistemi capitalistici tradizionali.
Ma le due figure, capaci di declinare le idee del nascente socialista in una direzione in cui etica ed estetica si compenetrassero completamente, furono senza dubbio William Morris e John Ruskin, personaggi strettamente legati al milieu unico e ancora affascinante dell’Arts and Crafts Movement (Movimento dell’Arte e dell’Artigianato), un movimento artistico e sociale che emerse in Inghilterra nel tardo XIX secolo. Esso si proponeva di rispondere alle preoccupazioni sollevate dalla crescente industrializzazione e dalla standardizzazione dell’arte e del design.
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