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Notizie27 Dicembre 2021

1991-2021. Come l’Unione Sovietica è crollata addosso a noi

Di ·642 contenuti pubblicati
Giulia Burgazzi analizza il crollo dell'Unione Sovietica e le sue conseguenze sull'Occidente. Si discute anche dell'assenza di alternative al neoliberismo e dell'aumento delle disuguaglianze sociali.
Punti chiave
  • Il 1991 segna la fine dell'Unione Sovietica e il crollo della cortina di ferro.
  • L'Occidente ha dovuto dimostrare di essere migliore rispetto all'Est.
  • I servizi pubblici erano una risposta all'alternativa sovietica.
  • Il mercato attuale aumenta le disuguaglianze e concentra la ricchezza.
  • C'è speranza di costruire una società più giusta nonostante le difficoltà attuali.
L'articolo

Trent’anni fa, con le dimissioni di Gorbaciov, sul Cremlino veniva ammainata la bandiera dell’Unione Sovietica che ha protetto per quasi mezzo secolo l’Occidente dal volto feroce del liberismo.

Fino al 1991, il mondo era diviso in due blocchi: l’Ovest e l’Est; l’economia di mercato e l’economia pianificata. La cortina di ferro, la guerra fredda, l’equilibrio del terrore. Ma, per l’esistenza stessa di un qualcosa che vi si contrapponeva,  il blocco occidentale doveva continuamente dimostrare ai suoi cittadini di essere il migliore.

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I servizi pubblici dei quali oggi ci restano i relitti – sanità, scuola, pensioni… – erano indispensabili per certificare che l’economia di mercato era quella preferibile: perché in Unione Sovietica mancavano la libertà di pensiero e di religione e non c’era spazio per l’iniziativa individuale, ma i servizi pubblici e il pane non mancavano a nessuno. Così l’Occidente distribuiva servizi pubblici, pane e anche abbondanti razioni di companatico.

L’Unione Sovietica costituiva, nel bene e nel male, un’alternativa. Oggi, dicono che non c’è alternativa quando ci somministrano crescenti dosi di un intruglio insopportabilmente amaro.

Non esisteva l’euro, nel 1991. L’economia di mercato non si era ancora trasformata in neoliberismo spudorato.  La CEE, la Comunità Economica Europea che ha preceduto l’Unione Europea, si fermava alle soglie geografiche della cortina di ferro ed era solo un mercato interno, o poco più. Mancava il complicato ambaradan istituzionale che, con epicentro a Bruxelles, ora impedisce di fatto ogni intervento dello Stato nel mercato e ogni tentativo di ridistribuire la ricchezza: perché non c’è alternativa, ci dicono oggi, al mercato.

Il mercato è stupido: guarda all’immediato massimo profitto individuale e lo contrabbanda per il bene collettivo. Il mercato si nutre di sacrifici umani. Fa aumentare le diseguaglianze sociali, concentra la ricchezza, trita le ossa dei piccoli, degli umili, degli indifesi. Addossa a loro stessi le colpe del patire: sono troppo choosy, sono sfigati, non si mettono in gioco, non hanno quello spirito d’iniziativa che consente di primeggiare.

L’epidemia ha ulteriormente esasperato l’aumento delle diseguaglianze sociali. Senza più un’Unione Sovietica della quale doversi dimostrare migliore, l’Occidente condanna la gente comune a una crescente crisi senza fine. Il muro di Berlino, la cui caduta nel 1989 segnò l’inizio della fine dell’Unione Sovietica, è crollato addosso a noi. Le sue macerie ci soffocano ancora.

Però una speranza c’è. Nella seconda metà degli Anni 80 (quando la crisi dell’Unione Sovietica cominciava a manifestarsi) e ancora si può dire quasi per tutto il 1991 nessuno avrebbe scommesso sul fatto che l’impero sovietico fosse prossimo alla disintegrazione. Il regime sembrava solido, la società civile sembrava allineata e sottomessa alla narrazione dominante. Esattamente come accade qui ed ora. Tuttavia qui ed ora non c’è alternativa alla necessità di costruire una società più giusta e migliore.

GIULIA BURGAZZI

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