Nel 2001 era il Male Assoluto. Nel 2012 Jake Sullivan scriveva a Hillary Clinton: "Al-Qaeda is on our side in Syria". Il 30 gennaio 2025, sotto giuramento davanti alla Commissione Intelligence del Senato, Tulsi Gabbard nominava il programma Timber Sycamore e diceva ai senatori che uomini del governo americano avevano armato ed equipaggiato il nemico giurato dell'America. Il 24 agosto scorso Washington ha tolto la Siria dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo e cancellato la designazione terroristica di HTS. A Damasco oggi governa Ahmed al-Sharaa, cioè al-Jolani, già capo dell'affiliata siriana di al-Qaida.

Il venticinquesimo anniversario degli attacchi dell'11 settembre 2001 offre l'occasione per riflettere non solo su quel giorno tragico, ma anche sulle conseguenze che ne sono derivate nel corso degli anni. La narrazione prevalente nei media tende a mantenere un racconto lineare e monodimensionale, incentrato sulla figura di Al-Qaida come nemico assoluto. Tuttavia, esaminando gli eventi successivi, emerge una realtà più complessa, in cui il nemico di ieri può diventare l'alleato di oggi e viceversa.
Nel contesto di conflitti come quelli in Siria e Libia, è evidente come le alleanze strategiche siano state ridefinite. Nel 2012, Jake Sullivan scrisse a Hillary Clinton che "Al-Qaida è dalla nostra parte in Siria", un'affermazione che pone interrogativi sulla natura delle alleanze in un contesto geopolitico in continua evoluzione. Questa ambiguità è ulteriormente accentuata dalla recente decisione degli Stati Uniti di rimuovere la Siria dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo, mentre Ahmed al-Sharaa, noto come al-Jolani, ex capo dell'affiliata siriana di Al-Qaida, esercita oggi un'influenza significativa a Damasco.
Le domande che sorgono sono fondamentali: chi determina quando un terrorista diventa un ribelle? Quando un nemico giurato si trasforma in una risorsa utile o in un interlocutore? Tali interrogativi si scontrano con la retorica prevalente che tende a etichettare come "complottisti" coloro che osano mettere in discussione le narrazioni ufficiali. Questa etichettatura serve a silenziare il dibattito e a mantenere il controllo su una narrazione che giustifica guerre e interventi militari, spesso con conseguenze devastanti per le popolazioni coinvolte.
La storia recente è costellata di eventi che alimentano il sospetto e la sfiducia. Le immagini della fialetta mostrata da Colin Powell al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2003, utilizzata per giustificare l'invasione dell'Iraq, rimangono emblematiche di come la paura possa essere sfruttata per avviare conflitti. La mancanza di prove concrete per le affermazioni di Powell non ha impedito l'inizio di una guerra che ha avuto ripercussioni globali.
Oggi, a fronte di nuove tensioni e conflitti, è cruciale chiedersi se sia opportuno continuare a delegare la nostra sicurezza a una macchina che ha prodotto, in venticinque anni, solo guerre e instabilità. La vera sfida consiste nel recuperare il diritto di decidere autonomamente quali siano gli interessi del paese, promuovendo una politica estera che non sia subordinata a logiche di guerra, ma che favorisca il dialogo e la cooperazione tra i popoli. Solo così si potrà dare un senso compiuto alle lezioni apprese da eventi tragici come l'11 settembre, evitando di ripetere gli stessi errori del passato.
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