di Chiara Nalli.

Nel suo primo viaggio europeo dopo cinque anni, il presidente cinese Xi Jinping visiterà, dopo la Francia, anche la Serbia e l’Ungheria. Oggi inizia la visita ufficiale in Serbia – che durerà fino a domani.

Qualche giorno fa, l’Associated Press ha pubblicato un articolo sull’imminente visita di Xi Jinping, intitolato “I leader autocratici di Ungheria e Serbia stanno preparando il tappeto rosso per la Cina di Xi”.

Con l’Europa a un passo dalla guerra totale con la Russia, con i paesi sul fianco est attori di un quadro più destabilizzato che mai e con le elezioni europee alle porte, la cornice interpretativa che si vuole fornire al pubblico occidentale è più o meno questa: uno scambio di salamelecchi tra dittatori o aspiranti tali.

E non è proprio un caso se, alla vigilia della storica visita del presidente cinese, l’Unione Europea ha deciso di inserire nel 14° pacchetto di sanzioni verso la Russia, anche alcune società cinesi, colpevoli di fornire a Mosca tecnologie utili allo sviluppo militare. Che l’Europa non intenda arretrare di un centimetro, del resto, è stato chiaro anche dalle dichiarazioni che Ursula Von der Leyen ha rilasciato ieri dopo l’incontro con Xi Jinping.

Ma quale è il ruolo che la Cina ha – e intende continuare ad avere – in due paesi tanto delicati per gli equilibri europei? E quale è il senso della preferenza che i governi serbo e ungherese stanno evidentemente accordando al partner orientale?

Partiamo dall’Ungheria. Mentre i vari bracci del Dipartimento di Stato americano finanziavano gruppi e media di opposizione al governo Orbán, mentre (come rivelato dal Financial Times) le élites europee preparavano in piano di sabotaggio “a colpi di spread”(*) per l’economia ungherese qualora il governo non avesse acconsentito all’ennesimo pacchetto (50 miliardi) di aiuti all’Ucraina, la Cina diventava il primo investitore estero in Ungheria, soprattutto in alcuni settori hi-tech e nelle infrastrutture. Con la visita di Xi, si prevede di concludere ulteriori accordi (ben 16), rafforzando la Belt&Road Intiative e la collaborazione nell’energia nucleare.

Passiamo alla Serbia. Mentre l’Unione Europea faceva il doppio gioco sul tavolo del Kosovo, puntando a mettere con le spalle al muro il governo di Belgrado, mentre i funzionari europei appoggiavano assurde proteste di un’opposizione uscita dalle elezioni con appena il 24% delle preferenze, mentre l’Unione Europea vincolava i finanziamenti previsti dal Piano di Crescita per i Balcani Occidentali al pieno allineamento alla politica estera dell’UE (contro la Russia), Serbia e Cina firmavano un accordo di libero scambio, sancivano la collaborazione bilaterale in svariati settori (incluse infrastrutture e digitale) e la Cina provvedeva a investire importanti risorse in aziende serbe nel settore minerario e dell’acciaio (i primi esportatori serbi sono oggi, di fatto, di proprietà cinese, aziende “salvate” dai capitali cinesi).

Ovviamente i miei “mentre” sono metaforici, dato che parliamo di eventi accaduti per lo più nell’ultimo biennio.

Questi pochi elementi dovrebbero però essere utili a comprendere qual è la sostanza della politica estera cinese – a cui la visita di Xi Jinping intende evidentemente conferire la forma ufficiale di una scelta storica – e come questa si combini con le esigenze esistenziali di due paesi posti sul confine europeo, recentemente ribadite in alcune dichiarazioni ufficiali, semplici quanto lapidarie: pochi giorni fa, il ministro degli esteri ungherese Péter Szijjártó ha dichiarato: «la follia militare dell’Europa occidentale è entrata in una nuova dimensione e si è trasformata in una sorta di ossessione per la guerra nucleare» mentre il premier serbo Miloš Vučević, in occasione degli auguri di Josep Borrell per l’insediamento del nuovo governo, ha detto: «La Serbia vuole diventare membro dell’Unione europea […] Naturalmente, in questo percorso, la Serbia […] non rinuncerà ai suoi legittimi interessi».

“Non vogliamo andare in guerra” e “vogliamo collaborare ma non a prezzo dei nostri interessi”: due messaggi semplici, di buon senso umano, ma che l’élite politica europea con il volto della Von der Leyen, evidentemente, fa fatica a comprendere.

La domanda non è quindi se la Cina stia perseguendo i propri interessi nell’area balcanica – e lo sta certamente facendo, con particolare riguardo alla penetrazione commerciale e tecnologica e al controllo di risorse e infrastrutture. La domanda non è quanto ci piacciano i leader e le politiche interne dei paesi coinvolti in questo gioco.

Rileggendo i pochi esempi di sopra, la domanda che dovremmo porci tutti è se l’Europa può sperare di continuare ad agire come un compagno di banco dispettoso. Neanche come un bullo, perché per esser bulli è necessario almeno essere i più forti. E noi non lo siamo. È possibile continuare a ricattare col denaro chi non si unisce gioiosamente alle nostre guerre, quando non siamo più (e da molti anni, per evoluzione storica) i principali detentori del denaro? Abbiamo qualcosa da offrire, oltre il bollino democratico giallo-blu, a chi collabora con noi, quando non siamo più (e da poco, per scelte scellerate dei nostri governi) leader tecnologici?

La visita di Xi Jinping pone una risposta storica, tombale, su queste domande.

A noi rimane una scelta: se è tempo di guardare al mondo con una prospettiva più matura e trarne le dovute conclusioni.

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NOTA:

(*) espressione qui usata come metafora. Si trattava in realtà di una serie di attacchi speculativi alla valuta e misure volte a danneggiare la credibilità del Paese sui mercati.

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