Si profilano scenari degni dell’austerity 1973, per chi li ricorda. Il gas, quel poco che c’è, verrà religiosamente conservato il più possibile. Anche d’estate, quando i termosifoni saranno spenti, bisognerà comunque risparmiare gas per riempire il più possibile gli stoccaggi in previsione del prossimo inverno. Quindi avremo meno gas e, di conseguenza, meno energia elettrica. In pratica, arriva il razionamento.

Si può riassumere così il succo del decreto legge “Misure urgenti per la crisi in Ucraina” approvato ieri sera, 28 febbraio. Un dato rende perfettamente l’idea di quanto il razionamento potrà essere duro. In Italia, il 66% dell’energia elettrica proviene dagli impianti termoelettrici. I quali, a loro volta, con l’eccezione degli inceneritori sono abitualmente alimentati a gas. Cioè proprio dal combustibile che ora manca.

In giro per il mondo, di gas da mandare in Europa al posto di quello russo non ce n’è, come ammettono tutti gli analisti, dall’Algeria al Qatar.  Dunque il decreto governativo consente la riaccensione delle centrali termoelettriche a carbone e ad olio combustibile, che è poi petrolio. Sono i combustibili più inquinanti. Ma Greta dovrà asciugarsi poche lacrime. In questo momento carbone e petrolio non abbondano sui mercati, e quel che c’è è stracaro. Dunque gli acquisti verranno effettuati presumibilmente in modica quantità. E proprio per questo il razionamento dell’energia elettrica, anche se il decreto non lo dice, ha tutta l’aria di essere inevitabile e duro.

In questo momento, nonostante le sanzioni, il vitale gas russo legato ai contratti a lungo termine continua ad affluire in Europa. E’ lecito aspettarsi che smetterà di arrivare non appena diventerà effettiva l’esclusione della Russia dal sistema bancario internazionale SWIFT, che consente di pagarle il gas (e anche il grano, per dire). Comunque il decreto conferisce al ministro per la Transizione Ecologica, Cingolani, la facoltà di effettuare in qualsiasi momento il sostanziale razionamento del gas (estote parati, dicevano gli antichi…), ovvero la riduzione programmata dei consumi in uno scenario di crisi. Questa riduzione risponderà ai criteri di un documento che l’Unione Europea ha fatto preparare da tempo a tutti gli Stati membri. Ne patiranno gli effetti innanzitutto le aziende, con conseguente ulteriore aggravamento della crisi economica. Poi, per produrre elettricità, si bruceranno il carbone e l’olio combustibile, sempre che si riesca a procurarli. E poi?

E poi, possiamo immaginarlo. Ai tempi dell’austerity 1973 si spegnevano le vetrine e le insegne dei negozi. Gli uffici pubblici e i negozi dovevano chiudere entro il tardo pomeriggio, i ristoranti al massimo a mezzanotte. Illuminazione pubblica ridotta del 40%. Vietato usare l’auto la domenica. Fine delle trasmissioni tv e degli spettacoli teatrali al massimo entro le 23: poi tutti a nanna, e l’ultimo spenga la luce.

Per certi versi sarebbe una situazione simile a quella dei lockdown. I provvedimenti per il Covid sono stati pedagogici, prodromici rispetto al taglio dell’energia elettrica? Anche tutto quel parlare del rischio di un blackout elettrico andava nella stessa direzione? Ah, il sospetto viene…

Comunque, tante cose sono cambiate dal 1973 rispetto all’uso dell’energia elettrica. E’ diventata vitale per i bancomat, che allora non c’erano: consigliabile preparare un po’ di contanti. Serve per i congelatori domestici: la dispensa, meglio cominciare ad organizzarla in altro modo. Soprattutto, l’energia elettrica è necessaria per far funzionare internet, per lo smart working e per tutta la cosiddetta transizione digitale a cui presiede il ministro Colao.

Niente elettricità, niente transizione digitale. Ministro Cingolani batte ministro Colao 2-0, dunque. E intanto la transizione ecologica di Cingolani ci porta in dote il carbone.

GIULIA BURGAZZI

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