C’è qualcosa di misterioso e inconfessabile, nella guerra in Ucraina contro la Russia? Ovvero: perché l’élite global-neoliberista ha tanto a cuore la sorte di Kiev? Non sarà anche per via del fatto che le famiglie dei neocon al potere a Washington provengono, quasi tutte, proprio da quell’area dell’Est Europa? Strano fenomeno, di cui non si parla volentieri. Gli storici lo chiamano “Pale of Settlement”. È l’area geografica nella quale per 126 anni – precisamente dal 1791 – gli Zar concentrarono le comunità ebraiche ashkenazite. Ucraina e Bielorussia, più alcune zone dell’attuale Polonia e della Federazione Russa.

Situazione che ebbe fine solo nel 1917, con la Rivoluzione d’Ottobre. A compiere questa suggestiva ricognizione storica è Verdiana Siddi, su “Come Don Chisciotte”. Con due premesse: a condizionare l’assetto ideologico dell’Occidente sarebbe stato proprio il pensiero di alcuni intellettuali ashkenaziti provenienti da famiglie attestate in origine nell’area ucraina. La stessa zona da cui venivano i lontani antenati degli odierni alfieri del potere Nato, insediati all’ombra della Casa Bianca, e così pure i patron dei social mondiali e dei grandi media. Tutti schierati contro Putin. Stanno forse sognando anche una specie di “ritorno a casa”, quantomeno in termini di potere?

IL “PALE OF SETTLEMENT” ZARISTA

L’insediamento forzato voluto alla fine del ‘700 dallo zarismo, spiega Siddi, doveva servire a raggruppare e proteggere 4-5 milioni di individui di religione ebraica, storicamente perseguitati. «In diverse città, come Varsavia, Minsk e Vilnius, gli ebrei del “Pale of Settlement” – che perlopiù parlavano lo yiddish, lingua differente dall’ebraico – rappresentavano una quota altissima della popolazione». Tra il 1880 e il 1920, ben 2 milioni di essi lasciarono l’area del “Settlement” per raggiungere gli Usa, oltre che l’Europa occidentale. Notizia: proprio il “Pale of Settlement” rappresenta la maggiore, storica zona di provenienza dell’odierna comunità ebraica mondiale.

«Un’ampia quota degli ebrei israeliani (e la stragrande maggioranza degli ebrei israeliani askhenazi) discende da genitori, nonni o bisnonni provenienti dall’area del “Pale of Settlement”, così come la maggior parte degli ebrei statunitensi askhenazi, che notoriamente rappresentano oltre il 90% della comunità ebraica Usa». Il fulcro delle odierne comunità ebraiche mondiali – aggiunge Siddi – è da oltre mezzo secolo articolato in due poli principali: Israele (circa 6,9 milioni) e Stati Uniti (5,7 milioni). Seguono comunità consistenti, ma minori: in Francia (450.000 persone), Canada (circa 392.000), Regno Unito (quasi 300.000), Argentina (180.000) e Russia (165.000).

ASHKENAZI GLI IDEOLOGI DEL ’68

Ora, l’analista si domanda: quali sono le principali correnti di pensiero che si sono affermate come dominanti, in Occidente, a partire dalla rivoluzione culturale degli anni ’60? Intanto la psicanalisi di Sigmund Freud. Poi il relativismo antropologico di Franz Boas e Claude Lévy-Strauss, ispirato dalle idee di Rousseau. Quindi la Scuola di Francoforte: Herbert Marcuse, Theodor Adorno e Max Horkheimer, più Erich Fromm. «Per inciso: tutti ebrei tedeschi emigrati dalla Germania nazista». Marcuse, Adorno e Horkheimer “liberarono” la tradizionale dottrina marxista-leninista dall’ancoraggio alla centralità della classe operaia: le “nuove classi rivoluzionarie” venivano identificate in “lavoratori intellettuali, studenti e disoccupati”.

Poi, i sociologi alla Fromm «incrociarono le teorie marxiste così rivedute e corrette con quelle freudiane e post-freudiane». Riassume Siddi: in quel modo, la vecchia lotta contro lo “Stato borghese autoritario” si trasformava nel rifiuto psicanalizzato del “principio di autorità”, da cui “liberarsi” «attraverso psicoanalisi, nuova sessualità, diverse “esperienze” (droghe in primis) e ovviamente contestazioni e rivolte». Ed ecco servito il Sessantotto, parrebbe di capire.

MIGRANTI, UE E SOCIAL: NUOVE ARMI

Insieme alla rivoluzione femminista, proprio quei tre filoni dominanti – psicologico, antropologico-culturale e politico – sono quelli che hanno formato la generazione del dopoguerra, quella dei baby boomer. E negli ultimi due decenni, specie negli Stati Uniti – continua Verdiana Siddi – queste tendenze si sono “agglutinate” in quella che ormai riconosciamo come l’ideologia neo-globalista. Nemico numero uno: lo Stato-nazione, che ormai ha preso il posto (secondo quella visione) del vecchio “Stato borghese autoritario” contro cui si schierava la Scuola di Francoforte.

Gli strumenti di questa guerra dei neo-globalisti sarebbero sostanzialmente tre: l’immigrazione incontrollata, lo strapotere Ue e l’uso “militare” dei media. Riempire l’Europa di migranti? Sfalda le identità nazionali e punta a concedere il voto ai nuovi venuti, a danno dei “sovranisti”. L’espansione neo-imperiale della Commissione Europea? Ovvio: tende ad azzerare l’autonomia degli Stati. E poi, appunto, c’è «l’uso feroce e sistematico dei media, in particolare dei nuovi media Internet (Facebook, Twitter, Netflix), censura inclusa, per promuovere un nuovo “hard core” di valori universali e incontestabili, pena le accuse di razzismo, maschilismo, autoritarismo, nazionalismo e, come sempre, “fascismo”».

BLM, GENDER, GRETA E CANCEL CULTURE

Vero e proprio squadrismo mediatico: scatenato, per esempio, verso chi oggi non accetta la Gender Theory. Poi negli Usa c’è la Critical Race Theory, che genera fin dai banchi di scuola il senso di colpa obbligatorio nei confronti dell’intera comunità afroamericana. Effetti collaterali: la violenza di un movimento come Black Lives Matter. «E si sorvola sul fatto che ai neri, pur essendo solo il 12% della popolazione statunitense, venga ricondotto circa il 50% dei reati più gravi: omicidio, stupro e rapina». Gender e Black, ma anche altre sub-ideologie: dalla Cancel Culture al Global Warming reclamizzato dal gretismo.

Lo scontro tra neo-globalisti e pulsioni sovranitarie è visibile ovunque, secondo Siddi: sia nel movimento ebraico internazionale che in Occidente. Da una parte Israele, Stato-nazione per antonomasia e sempre ostile all’immigrazione incontrollata, più una minoranza della comunità ebraica Usa (le ali conservatrici e religiose-ortodosse), leader politici come Donald Trump e Viktor Orban, nonché partiti “sovranisti” europei. Sul fronte opposto: i “dem” e la comunità ebraica statunitense, George Soros, il vertice dell’Ue e la maggior parte dei governi europei.

BIG MEDIA: COMANDANO LORO

Soprattutto, il network neo-globalista vanta uno schiacciante dominio dei media. Sia quelli tradizionali (New York Times, Cnn, Wall Street Journal, Washington Post), sia soprattutto le piattaforme web: Google e Facebook, Twitter, Netflix. Strumenti che, «come mai prima accaduto nella storia, raggiungono ogni casa, computer, Tv e cellulare». Per i neo-global, «sembrano rappresentare quello che la radio rappresentò per fascismo e nazismo». Non solo: i nuovi media registrano tutti i dati degli utenti. E sfuggono alla responsabilità giuridica che i vari paesi pretendono invece dai media tradizionali.

Problema: è diventata epocale, l’importanza della lobby dei media. Un peso aumentato in modo esponenziale, fin dalla “detronizzazione” di Berlusconi. Quinto potere: «Un ruolo notevole, se non decisivo, in tante vicende politicamente importanti». Basti pensare alla farsa delle ultime presidenziali americane e all’inaudito bavaglio imposto a Trump quand’era ancora in carica. E ora, la poderosa macchina del fango è interamente concentrata sulla Russia di Putin. «Dal lato occidentale, gli unici distinguo provengono quasi esclusivamente da politici come Marine Le Pen o da paesi altrettanto ispirati ai principi dello Stato-nazione: Israele in primis, ma anche Ungheria e Serbia».

TUTTI GLI UOMINI DEL PRESIDENTE

Tornando al “Pale of Settlement”, Verdiana Siddi si domanda: siamo proprio sicuri che l’obiettivo della componente ashekanazita del movimento neo-global sia solo la mera difesa dell’Ucraina? E se fosse, invece, anche il riflesso di un agognato “ritorno” nel territorio originario di buona parte dei loro antenati? Fa impressione ritrovarne l’album di famiglia tra le poltronissime della presidenza Biden. Ecco Ron Klain, già capo di gabinetto della Casa Bianca. Poi Jacob Jeremiah Sullivan, consigliere per la sicurezza. E Anthony Blinken, segretario di Stato. Cui si affianca Victoria Nuland, madrina del golpe a Kiev e moglie del neocon Robert Kagan.

Ci sono anche Merrick Garland (Dipartimento della Giustizia) e l’ex presidente della Fed, Janet Yellen, ora al Tesoro. Alla Homeland Security c’è Alejandro Mayorkas, che dei citati «è l’unico ebreo non askhenazi, ma sefardita: di origine cubana». Lungo l’elenco delle loro imprese, degne di quelle della Nuland. Per esempio: “Jake” Sullivan «è uno dei registi del falso scandalo della presunta alleanza Trump-Putin, mai provata». Quanto a Mayorkas, «ha gestito la riapertura delle frontiere Usa a milioni di immigrati». Dal canto suo, Merrick Garland «è arrivato a chiedere la sorveglianza dell’Fbi sulle decine di migliaia di genitori che hanno rumorosamente protestato contro l’insegnamento della Gender Theory nelle scuole».

Se osserviamo i media statunitensi – conclude Siddi – scopriamo che quell’elenco si allunga ancora di più: da Jeff Zucker a Wolf Blitzer della Cnn, passando per il caro Mark Zuckerberg. Avvertenza: come abbiamo visto, il Nuovo Ordine Mondiale evocato dai neo-global «non è disposto a convivere pacificamente con sistemi politico-istituzionali e ideologici diversi dal “modello occidentale”, quale quelli di Russia, Cina, Iran e di tanti altri paesi». Ma soprattutto: in Ucraina è forse in corso anche uno strano regolamento di conti, molto sotterraneo, che può ricordare i tratti di una sconcertante, segreta faida familiare?

GIORGIO CATTANEO

You may also like

Comments are closed.