I vaccini anti-Covid potrebbero provocare alterazioni genetiche stabili e trasmissibili da una generazione all’altra.

In un articolo pubblicato il 2 settembre sulla rivista Plos Pathogens, quattro scienziati della Thomas Jefferson University di Philadelphia sostengono che, sotto il primo aspetto, mancano ancora dati effettivi e conclusivi sulla reazione del sistema immunitario tout court. Ciò nonostante l’enorme numero di dosi iniettate alla popolazione mondiale. Qui c’è il link al nostro approfondimento sul tema, con un’intervista a Renate Holzeisen.

Secondo gli studiosi di Philadelphia, specializzati in microbiologia e immunologia, manca inoltre un’effettiva e piena comprensione dell’eventualità in cui variazioni genetiche si trasmettano da genitore a figlio. Gli scienziati si sono innanzitutto domandati se, a seguito di ripetute inoculazioni, il sistema immunitario conservi intatte le sue funzionalità, subisca danni temporanei o addirittura permanenti. In caso di danni, si sono poi chiesti se dipendano solo dal numero di somministrazioni o anche dall’intervallo temporale tra l’una e l’altra. E infine si sono chiesti se questi danni possano essere trasmessi alla prole.

Hanno affrontato quest’ultimo quesito partendo dal presupposto che la trasmissione di tratti immunitari da genitori a figli è già conosciuta e studiata in medicina e microbiologia per quanto riguarda i vertebrati, e quindi già verificata nel tempo con altri vaccini, come ad esempio quello contro l’epatite B somministrato alla madre prima che la prole venga alla luce.

Secondo lo stesso principio, i ricercatori hanno testato topi di laboratorio con vaccini ad mrna per valutare la salute immunitaria della prole. Hanno inoculati alcuni animali, non tutti, lasciando che vi fossero sia femmine che maschi non vaccinati. Hanno in seguito favorito l’accoppiamento dei topi in maniera mista: tra vaccinati, tra vaccinati e non vaccinati, e infine tra non vaccinati soltanto.

Si sono poi verificati i dati immunitari dei piccoli, fino alla quarta generazione, provenienti da ognuna delle coppie formatesi tra DI (padre immunizzato, madre no), MI(madre immunizzata, padre no), DMI (padre e madre immunizzati) e DMN (padre e madre non immunizzati). Le istruzioni a mrna erano ancora presenti nelle generazioni dei genitori immunizzati, e quindi erano state trasmesse, mentre non erano presenti in quelle dei genitori non immunizzati.

La verifica é stata fatta attraverso l’esposizione al virus e l’analisi della reazione di ciascun topo. Ciò ha confermato quanto ipotizzato dagli scienziati nella premessa all’articolo scientifico.

Nello stesso studio si legge anche dell’effetto specifico derivante dall’esposizione a nanoparticelle lipidiche sintetiche, il quale pare aver causato un danno rilevante alla qualità delle risposte immunitarie adattive degli animali. Si tratta di quelle stesse particelle utilizzate nella composizione dei vaccini Pfizer e Moderna per incapsulare l’mrna e portarlo all’interno delle cellule, o dal siero Novavax per incapsulare invece la proteina Spike con le medesime finalità.

Apriamo un inciso. Il sistema immunitario ha due tipi di risposte nei confronti dei patogeni: una prende il nome di risposta adattiva e riguarda quella risposta che si sviluppa nei confronti un patogeno specifico, sia per aver contratto naturalmente la malattia sia per stimolazione vaccinale. L’altra invece prende il nome di risposta innata: un meccanismo di reazione presente a partire dalla nascita ma a-specifico, quindi meno preciso, e pertanto meno potente e infine meno protettivo. Inibire la risposta adattiva a seguito di ripetute e ravvicinate inoculazioni significa impedire che il sistema immunitario del soggetto abbia un comportamento preciso e abbastanza potente da proteggere l’individuo dai patogeni.

A tal riguardo quindi non si parla solo di ridotta protezione nei confronti del Covid, cosa che peraltro già si é vista con la cosiddetta immunità negativa, rispetto ai soggetti non vaccinati o vaccinati con dosi molto distanti tra di loro, ma anche di maggiore suscettibilità nei confronti di patogeni fungini molto comuni come la Candida Albicans. Questo fungo, che può attaccare le mucose dei soggetti in caso di compromissione immunitaria, è infatti particolarmente diffuso tra coloro che sviluppano neutropenia, una condizione definita come una sensibile diminuzione dei globuli bianchi neutrofili. Tuttavia la candidiasi non é l’unica patologia che i dati mostrano sia possibile sviluppare. Si sono osservati, infatti, casi di aspergillosi e mucormicosi.

Tornando agli scienziati americani, concludono sottolineando di aver solo aperto la strada a studi che auspicabilmente dovranno proseguire numerosi nel tempo e nello spazio. In particolare, gli scienziati puntano il dito contro il fatto che dosi vaccinali ripetute e soprattutto ravvicinate nel tempo sembrano compromettere in maniera direttamente proporzionale la capacità del sistema immunitario di proteggere gli individui dai patogeni. E, cosa ancora più temibile, è possibile che i danni al genoma siano trasmissibili alla prole.

Che modifiche genetiche potessero avvenire si poteva sospettare già dallo studio svedese del gennaio scorso,  che mostrava come i dati ottenuti in vitro su linea cellulare umana epatica fossero compatibili con la retro-trascrizione a partire dall’inoculazione del vaccino anti-Covid ad mrna di Pfizer Bionthech.

Lo studio pubblicato su Plos Pathogenes, invece, fa un ulteriore passo in avanti e presenta uno scenario di possibile danno genetico su esseri viventi, non più su linee cellulari in vitro.

Il quadro che si sta componendo prescriverebbe dunque una sospensione immediata della somministrazione dei vaccini ad mrna, focalizzando piuttosto l’attenzione degli studiosi sulla possibilità di limitare i danni che sembrano essere stati inflitti ai vaccinati ed un domani anche ai loro figli.

MARTINA GIUNTOLI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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