di Antonio Di Siena.

Quello che in molti non riescono proprio a capire è che a prescindere da come finirà il conflitto ucraino (men che meno quelli convinti che qualcuno possa effettivamente “vincere”), il mondo che abbiamo conosciuto negli ultimi trent’anni è definitivamente finito.

Le sanzioni, il congelamento delle riserve russe e tutto il resto hanno aperto una gigantesca faglia nel mercato globale.

I BRICS, il legame sempre più stretto tra Russia e Cina (militare ed economico) e soprattutto il progetto di dedollarizzazione che stanno portando avanti speditamente, infatti, stanno creando un sistema di scambi parallelo e alternativo al G7 e con il quale le relazioni politiche e gli interscambi commerciali saranno ridotti ai minimi termini.

Uno stato di cose che staccherà definitivamente l’Unione europea dalla sua naturale proiezione verso Oriente (cosa tanto vera in primis per la Germania), isolandola e spingendola inevitabilmente verso una connessione indissolubile con la decadente economia dell’impero americano. Un destino ineluttabile icasticamente rappresentato dall’esplosione del Nord Stream.

Ci ritroveremo così a vivere su un pianeta diviso in almeno due grandi blocchi profondamente diversi tra loro (per sistemi politici, modelli economici e soprattutto sviluppo tecnologico) che si contenderanno – più o meno violentemente – il resto del contendibile. Territori, risorse eccetera.

La globalizzazione diventerà un lontano ricordo. Nella nostra parte di mondo verrà sostituta da un modello più piccolo (circoscritto al mondo “Atlantico”) che cercherà di riprodurne in scala le medesime dinamiche, dovendo però affrontare un problema niente affatto secondario: lo svantaggio in termini di risorse, materie prime e know-how rispetto ai BRICS. Una condizione che porterà inevitabilmente alla ri-localizzazione della produzione industriale all’interno del perimetro occidentale (fenomeno già in corso da qualche anno negli USA) e al presumibile ritorno (quantomeno temporaneo) di politiche espansive e di dirigismo pubblico. Un processo di re-industrializzazione necessario per tentare di colmare un gap non altrimenti recuperabile che dovrà però tenere conto della perdita del principale elemento che ha garantito lo sviluppo capitalistico occidentale negli ultimi decenni: la disponibilità pressoché illimitata di manodopera a basso costo.

Questo apre a due possibili scenari, non necessariamente alternativi tra loro. L’apertura di un nuovo e gigantesco conflitto (ragionevolmente fatto di golpe, guerre per procura ecc.) con l’altro blocco per contendersi l’Africa, quindi risorse e manodopera. E la trasformazione delle cosiddette “democrazie liberali” in democrature vere e proprie in cui si contrarranno ulteriormente gli spazi di autonomia, libertà e benessere della popolazione. Unica possibilità per il modello liberal-mercantilista di trasformare i cittadini occidentali (prevalentemente europei) in manovalanza schiavizzata a bassissimo costo, ruolo fino ad oggi svolto dagli asiatici.

Nel prossimo futuro, quindi, saranno gli europei a guardare dall’altra parte del muro. Per di più senza nemmeno avere una casa, un lavoro equamente remunerato, istruzione e sanità gratuite che erano comunque garantite agli orientali che sognavano l’ovest.

Un incubo orwelliano che in troppi stanno contribuendo attivamente a trasformare in realtà senza capire che non stanno facendo altro che scavarsi la fossa da soli. E che chi li incita a farlo – mediante l’utilizzo di parole buone per tutte le stagioni come “libertà” e “democrazia” – non è interessato a null’altro che non siano il profitto e la propria sopravvivenza come élite al potere. Una roba che a confronto anche il cavallo Gondrano sembra più intelligente.

Fonte: https://www.facebook.com/antoniodisiena82/posts/pfbid0b9u9sZ464JV59b4rCXeForvBUjRHRKMxjD3UeamBJ2EHF5C2zaaa4eHpmQ7UbNJ2l

 

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