Un minuto di silenzio. L’ha appena chiesto Putin, al forum economico di San Pietroburgo, in omaggio a Berlusconi: «Un leader di livello mondiale». Tre anni fa, ad alzarsi in piedi in silenzio – per poi esplodere in un’ovazione – furono i deputati russi della Duma: quella volta, l’italiano da commemorare si chiamava Giulietto Chiesa.

Era forse l’esemplare politico e antropologico più distante possibile, dal Cavaliere. Se non per un dettaglio, che può far sorridere: il più eminente cremlinologo del Belpaese era stato vicepresidente dell’Unione Goliardica Italiana. Amava l’allegria calorosa del convivio. Colto e raffinato, prediligeva lo humour sarcastico.

BERLUSCONI & CHIESA

Misteriosa, l’intelligenza beffarda del destino. A stretto giro, il potere di Mosca tributa i massimi onori a due italiani diversissimi e tra loro incompatibili, irriducibilmente contrapposti anche nello stile: Berlusconi sempre eccessivo, Chiesa sobriamente elegante. Divisi nel modo più radicale anche nella rispettiva, inconciliabile visione del mondo. Tranne che, appunto, per quanto riguarda le ultimissime pagine della vicenda geopolitica russa.

Due biografie, le loro, che restano sideralmente remote, l’una rispetto all’altra: totalmente antitetiche. Nel 2002, quando Berlusconi sfilava a braccetto con Bush, Giulietto Chiesa denunciava il clan del presidente americano per l’abnorme misfatto dell’11 Settembre. L’instant book “La guerra infinita” svelava, per la prima volta, le atroci responsabilità dei neocon di fronte al crollo delle Torri Gemelle.

LA STRANA COPPIA

Negli anni Settanta, mentre l’Edilnord firmava il progetto Milano 2, Berlusconi si proiettava già verso la sua televisione tutta pubblicità, lustrini e veline. Mancavano ancora vent’anni al “Libro nero del comunismo”, quando Giulietto Chiesa – cresciuto nel Pci genovese – guardava ancora all’Urss come ad un contrappeso salvifico, di fronte all’aggressività globale dell’imperialismo yankee.

Il Silvio nazionale è stato strapazzato oltremisura dalle “toghe rosse”, dai media ostili e dall’establishment che lo ha condannato anche all’umiliante degradazione sul campo, fino all’espulsione dal Parlamento? Giulietto Chiesa fu arrestato nel 2014 a Tallinn e poi espulso dall’Estonia, dove avrebbe dovuto denunciare – in una conferenza – il golpe statunitense in Ucraina e l’immediata, feroce pulizia etnica contro la componente russofona.

ENTRAMBI NEL CUORE DEI RUSSI

Un lottatore vero, Giulietto: quand’era corrispondente da Mosca per “L’Unità” – lo ricorda persino Wikipedia – fu messo al bando dal Cremlino. Gli uomini di Breznev non gli perdonavano «l’irriverenza nel raccontare la vita quotidiana nell’Urss». Sicché, l’agenzia sovietica Tass ne chiese la rimozione, che però Berlinguer rifiutò con fermezza.

Che cosa poteva avere in comune, con Berlusconi, che aveva sempre contestato in modo radicale come peggior esempio possibile di politico? Assolutamente nulla. L’unico spunto che può metterli sullo stesso piano, loro malgrado, è giusto quel minuto di silenzio: tributato a entrambi per volere di Vladimir Putin. Il che, obbiettivamente, fa pensare: suggerisce l’idea che il vecchio universo (quello nel quale erano vissuti Berlusconi e Chiesa) sia davvero tramontato per sempre.

OCCIDENTE IN DECLINO

Sia l’uno che l’altro, in qualche modo, ne avevano colto i segni del declino: sebbene da trincee opposte e nell’abissale lontananza che li separava, per scelta di campo e per ruolo sociale, per storia personale e sensibilità umana. Il milanese onnivoro e spregiudicato, principe del compromesso e alfiere del turbo-capitalismo consumistico. E l’oppositore di lusso: capace di attingere a giacimenti culturali impensabili. Uomo sempre intransigente e cavallerescamente irriducibile. Tutti e due, però, apprezzavano Putin. Che ricambiava cordialmente la stima.

Tra i fiumi di parole – spesso gratuite, servili o livorose – scritte in morte di Berlusconi, colpiscono quelle di un suo consulente strategico, Marco Carnelos. Tra il 2008 e il 2011 è stato anche il suo consigliere diplomatico aggiunto, con responsabilità diretta di dossier delicati come Medio Oriente e Nord Africa, Russia e Balcani. Aveva il difetto di dire sempre la verità, all’egocentrico capo del governo: e deve averne pagato il prezzo.

CARNELOS: IL VERO BERLUSCONI

«Molti hanno attribuito a Berlusconi la preferenza nell’intrattenere relazioni privilegiate con autocrati come Gheddafi, Mubarak e Putin, ai quali – questo sì – invidiava l’assenza di vincoli, nel loro processo decisionale, e l’assenza delle pastoie previste nei sistemi democratici, incluse le vischiosità della burocrazia». Detto questo, aggiunge Carnelos, sarebbe ingeneroso attribuirgli (come molti hanno fatto) reali tendenze autocratiche.

Nel 2002, a Pratica di Mare, Berlusconi delineò la visione di un Consiglio Russia-Nato per superare, una volta per tutte, l’eredità della guerra fredda: indusse George W. Bush e Vladimir Putin a sottoscrivere un patto per un futuro comune che, idealmente, avrebbe dovuto confluire nell’adesione della Russia alla Nato. Qualcosa che oggi può sembrare francamente surreale. E che già allora, probabilmente, era solo un’utopia.

UTOPIA: RUSSIA NELLA NATO

Infatti i partner occidentali dell’Italia, specialmente oltre Atlantico, non hanno mai condiviso veramente quella visione, scrive Carnelos: «Berlusconi non si rese conto, o probabilmente fece buon viso a cattivo gioco, che il treno per l’inarrestabile espansione della Nato verso est aveva già lasciato la stazione negli anni ’90 grazie alla nefasta amministrazione Clinton».

Aggiunge l’ex consigliere: «La tragica lezione di tale occasione mancata risuona ancora oggi fragorosamente nei campi di battaglia ucraini intrisi di sangue». E non era tutto: Francia e Gran Bretagna, fra le altre cose, non perdonavano a Berlusconi «il rapporto privilegiato che aveva saputo instaurare con una personalità complessa e mercuriale come quella del leader libico», l’intrattabile Gheddafi.

LA FINE DI GHEDDAFI

Sul tappeto, grandi opportunità imprenditoriali italo-libiche. E c’era pure dell’altro, probabilmente: qualcosa che, insieme a quella di Gheddafi (assassinato nel 2011) avrebbe segnato anche la sorte del Cavaliere. Contrariamente agli inglesi e ai francesi, fa notare sempre Carnelos, «Berlusconi si era costruito quella relazione anche attraverso il coraggio di andare davanti al Parlamento libico per scusarsi del passato coloniale italiano in Libia. Era un esempio che toccava tutti i leader africani e gettava ombre sinistre sulla perdurante, tetragona arroganza franco-britannica».

Poi, naturalmente, sappiamo com’è finita: “l’amico Silvio” non ha saputo (potuto) fare nulla, per salvare “l’amico Muhammar”. Non solo non ha schierato la flotta italiana per proteggere Tripoli, nonostante gli storici accordi di cooperazione da poco firmati. Ma non ha neppure osato negare, agli aggressori, le basi siciliane da cui massacrare il Colonnello.

VERITÀ PERICOLOSE

Sul fronte opposto, ecco il sempre tempestivo Giulietto Chiesa: il primo, in Italia, a denunciare – senza tentennamenti – la sanguinosa montatura in corso. La rivolta esplosa a Bengasi, presentata come spontanea ribellione contro lo spietato tiranno, non che era la solita farsa dell’orrore: incluse le inesistenti “fosse comuni”, inventate dai media. Una fake news, insomma, per poi uccidere più comodamente l’ingombrante Gheddafi. Travolgendo, per buon peso, lo stesso Berlusconi: letteralmente azzerato, di fronte al mondo. E di lì a poco sfrattato a pedate, a suon di spread.

Sul conto di Berlusconi è stato detto di tutto, specie in negativo. Grande evasore e corruttore, spericolato baro, mentitore, spregiatore delle istituzioni, amorale con le donne, indegno. Peccato originale: i primi fondi della Banca Rasini, di provenienza opaca e in odor di mafia. Dell’Utri, lo stalliere Mangano. E la P2: il Piano di Rinascita Democratica firmato da Gelli per conto del padrone americano che chiese al Berlusca di rottamare l’italianità televisiva, prima ancora che quella politica.

LA STIMA DI PUTIN

Quasi analoga la collezione di complimenti – sia pure di tutt’altro segno (medaglie, per molti) – quella a carico di Giulietto Chiesa. Vetero-comunista con inconfessabili nostalgie staliniste, anche dopo il mai digerito crollo del Muro di Berlino. E poi: incallito visionario fazioso e nutrito di rancore fanatico. Bieco antiamericano, spia del Kgb, ex rivoluzionario frustrato. Peggio: spudorato mistificatore, losco fabbricante di verità di comodo, iper-complottista e santo protettore di tutti i peggiori cospirazionisti.

E adesso eccoli là, insieme, nel pantheon ideale del potere moscovita. Occupano lo stesso posto – uno accanto all’altro, incredibilmente – di fronte all’addolorato rispetto dei russi: imbarazzante, per entrambi? In quest’epoca folle e post-democratica, inquinata dalla menzogna totalitaria, proprio il paradosso può illuminare la notte. L’impossibile diventa ordinario, nel mondo capovolto. Fino all’impensabile: stringersi la mano, tra ex acerrimi avversari, scoprendo che il vero nemico (comune) è quello che si è sempre presentato come grande amico.

GIORGIO CATTANEO

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