C’è la pelle di un vecchio serpente, appena uscita da un uovo. E c’è un forte rumore di niente. L’avranno sentito anche quei due soldatini, nel gelo siderale di quel 27 gennaio? I valenki di feltro, i colbacchi, i parabellum a tracolla. E gli occhi sbarrati, nell’incontro con l’indicibile orrore al di là del reticolato elettrico. Le cataste di scheletri. E gli scheletri ancora in piedi, ancora vivi. Tra loro Primo Levi, che scatterà quella fotografia immortale: la liberazione di Auschwitz, ad opera dell’Armata Rossa.

Fotogrammi indelebili. La neve, il silenzio. Gli zoccoli dei cavalli. E i due soldati-bambini, in avanscoperta, che abbassano lo sguardo: smarriti. Veniva dalla carneficina di Stalingrado, l’armata sovietica. Ma uno spettacolo come quello – il sadismo più disumano, smisuratamente inflitto agli inermi – era qualcosa che sfidava la mente, la possibilità stessa di dare un nome alle cose. Il “forte rumore di niente”, appunto, che sembra riecheggiare in quella vecchia canzone di De Gregori.

L’INTOLLERABILE RESISTENZA DEI RUSSI

Come se l’abominio fosse un antico mestiere, per qualcuno. Una sorta di vizio, reiterato con le peggiori intenzioni: costringere il mondo a ingoiare la guerra come orizzonte. Per la guerra serve un nemico. E se non esiste, occorre inventarlo. Un nemico infido e tenebroso, capace di tutto. Magari il nemico perfetto: quello che parla russo. E che ha una incorreggibile inclinazione: difendersi. Respingere storicamente qualsiasi aggressore. Polacco, svedese, francese, tedesco. Americano.

Questo sconcertante 2023 è il frutto avvelenato dell’infame triennio regalatoci – sempre dagli stessi soggetti – a partire dal 2020. Così, l’intera popolazione del pianeta si ritrova con in tasca la stessa domanda: perché? Sembra quasi di tornare a quel gennaio del ’45, a quello spettacolo inaccettabile e incomprensibile. Perché subire di colpo l’ingiuria barbarica di una violenza buia e insensata, disperatamente irragionevole?

L’AQUILA, IL SERPENTE E IL DRAGO DI SAN GIORGIO

A volte, i simboli sembrano lì apposta per parlare una loro lingua cifrata. Questo potrebbe forse spiegare anche il ritorno del vecchio serpente. Lo si è rivisto in azione, con le sue svastiche, tra i civili seviziati a Mariupol, a Odessa. E lo si rivede ora campeggiare, capovolto, sulle insegne russe dell’Ordine di San Giorgio, dove finalmente è lui – il drago – a soccombere. Da dove vengono, quegli animali totemici? Da quale notte preistorica?

Alcuni appassionati simbologi fanno notare che avrebbe qualcosa di ancestrale, l’inimicizia tra l’aquila e il rettile, quasi a riverberare il remotissimo dualismo – di epoca sumerica, addirittura – tra la stirpe di Enki e quella dell’antagonista Enlil. Seriamente: si può capire come mai, la Russia post-sovietica, abbia riesumato l’aquila zarista. Ma che bisogno aveva, Putin, di contrassegnare i suoi carri armati con la zeta, simbolo trinitario? E perché far sventolare sui mezzi corazzati proprio il vessillo del cavaliere bianco, invocato per liberare gli oppressi?

ABBIAMO CONTRO 7 MILIARDI DI ESSERI UMANI

Non è detto che siano sempre esaustive, le analisi solo geopolitiche. A volte scadono in qualcosa che assomiglia al fantacalcio, al gioco del Risiko. In alcuni casi, invece, offrono un panorama eloquente. Sintetizzando: contro la Russia si muove un blocco di potere che rappresenta un miliardo di persone. Gli altri sette miliardi non applaudono. Anzi: imparano a capire di che pasta è fatta, la leadership del “golden billion”. È gente che mena le mani, appena può: e se non obbedisci, ti assale.

Nei giorni del grande buio, spiccano alcune voci fuori dal coro. Come quella dell’architetto italo-russo Lanfranco Cirillo, intervenuto in un talk insieme a Stefano Orsi e Giacomo Gabellini. È quasi serafico, Cirillo, nel fornire la sua chiave per interpretare gli eventi. Il fronte anglosassone, dice, ha tre problemi. Il primo è la Cina. Il secondo è la Russia. Il terzo è l’Europa. Separare Mosca dagli europei è l’obiettivo già raggiunto. L’altro resta chimerico: Cina e Russia hanno bisogno l’una dell’altra.

PECHINO E MOSCA, L’ALLEANZA OBBLIGATORIA

Solo i russi possono garantire a Pechino l’energia e le materie prime di cui la Cina è carente. In cambio, Mosca può contare sui semilavorati che servono a mantenere alta la produzione bellica. E vogliamo parlare dell’India? Ha aumentato di trenta volte le sue acquisizioni di petrolio russo, che poi rivende tranquillamente. Le sanzioni contro Mosca? Una barzelletta, di cui il mondo intero può ridere.

Ride molto meno, invece, chi osserva i movimenti delle forze russe nell’Artico, dotate di armamento atomico. Un avvertimento esplicito: guai a voi, se pensaste di ricorrere al “nucleare tattico” in Ucraina. Cirillo frena: la Russia resta uno Stato di diritto, con una Costituzione che limita alla sola risposta l’eventuale lancio di quei missili. Prima, deve proprio cadere una bomba atomica sul suolo russo.

LO SPETTRO DEL NUCLEARE SI AVVICINA

Come dire: siamo ancora ai preliminari, in ogni caso. Per un anno intero, il Cremlino ha contenuto la sua azione classificandola “operazione militare speciale”. Non è ancora la guerra classica, totale: per quella, entrerebbero in campo i micidiali bombardieri strategici. Succederà? Non promette niente di buono il recente dislocamento di grandi unità statunitensi in Romania, Olanda e Polonia. Siamo davvero a un passo dalla mezzanotte? E comunque: perché?

Forse – azzarda più d’uno – perché chi ha aggredito la Russia è già finito al tappeto, in virtù della più tipica mossa di judo: usare l’urto dell’aggressore per rivolgerglielo contro. Tu mi tendi un agguato? E io metto in crisi la tua arma letale: il dollaro. Il grande isolamento planetario? Non incomberebbe tanto su Mosca, quanto piuttosto su Washington. Cioè sulla superpotenza che si fregia della democrazia quando le fa comodo, anche se poi magari elegge il suo presidente col favore delle tenebre e impone golpe e dittature in ogni angolo della Terra.

IL MONDO TREMA, MACRON TEME IL PEGGIO?

Se le cose stanno davvero così, forse il momento presente non ha precedenti, nella storia recente: perché il possibile declino di un impero mondialista così aggressivo può mettere davvero in pericolo l’intera umanità. Suona effettivamente ispirato dalla paura il pigolio di Macron, che oggi ricorda come la Russia sia parte integrante dell’Europa: per geografia, storia e cultura. Piaccia o no agli armigeri di Wall Street.

Il punto è decisivo, per illustrare l’inquietante dissociazione in atto: mentre l’Italia ufficiale – assente da trent’anni dalla politica estera – esibisce una Giorgia Meloni che scodinzola di fronte all’irrisorio Zelensky, gli italiani non approvano affatto le continue forniture di armi a Kiev. A farci recuperare il senso della realtà provvede il ministro degli esteri russo, Lavrov: finite le ipocrisie dei minuetti, oggi la Russia si trova di fronte, direttamente, la forza armata della Nato. Di nuovo: perché?

CANCELLARE TOLSTOJ, SIAMO OLTRE LA FOLLIA

Dio acceca chi vuole perdere”, recita una traduzione dell’originaria locuzione latina: a quelli che vuole rovinare, Giove toglie prima la ragione. Di sicuro, proprio la cecità è sempre la premessa storica per certe operazioni. Come la vedrebbe, il grande pubblico occidentale, se gli venisse ricordato che Kiev è stata la prima capitale della Russia, quando Mosca non esisteva ancora?

L’idea stessa di obliterare Tolstoj e Dostoevskij contiene qualcosa di insano, verminoso e insidiosissimo. La dice lunga sulla consistenza morale e sull’onestà intellettuale del potere che ha preteso di dominare il pianeta, anche con metodi brutali. Quella cosa ha un nome preciso: barbarie. Ed è sempre un attentato all’integrità umana.

CHI HA MESSO FUORILEGGE LA PACE?

La guerra regionale russo-ucraina dura da otto anni. Quella dell’élite statunitense contro Mosca risale invece al 1945, all’epoca di Stalin. C’è un solo cittadino, in Occidente, che oggi saprebbe legittimare la ragione per la quale – da decenni – non si tollera più la sovranità russa? Certo, le sterminate risorse di quel paese fanno gola: l’aquila sorvola due continenti, abbracciandoli. Basta questo, dunque, per motivare le tenebre? Una mera questione di razzia?

Gli analisti indipendenti sono preoccupati: escludendo l’apocalisse termonucleare, temono che la situazione possa sbloccarsi solo tra un anno e mezzo, nel caso il popolo (americano) riuscisse finalmente a scrollarsi di dosso i signori della guerra e il loro racket del dollaro. Un potere sfrontato, rimasto nudo di fronte alla verità che il resto del mondo ora osserva con crescente apprensione.

Quel potere ha smesso di parlare: ormai emette solo barriti, suoni cavernosi. Il famoso “forte rumore di niente”. L’avevi davvero creduto – recita De Gregori – che un giorno avremmo parlato l’Esperanto? Sì, l’avevamo creduto. Russi, europei, americani, africani. Chi lo ha stabilito, che non si possa coesistere in modo dignitoso? Chi è stato a mettere fuorilegge la pace?

GIORGIO CATTANEO

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