Un diritto costituzionale inviolabile contro la retorica del “dovere morale”

Nella propaganda massiva e martellante a favore del vaccino “fortemente raccomandato” – vale a dire sostanzialmente obbligatorio – un argomento spicca su tutti gli altri. E può essere compendiato nell’affermazione di Mattarella secondo cui l’inoculazione del siero costituisce un “dovere morale”.

Sulla stessa linea pedagogica – non in chiave istituzionale, ma nazional popolare – si pone una delle accuse più ricorrenti e tranchant rivolte da chi si è vaccinato a chi non intende farlo: sei un egoista. E, in effetti, il dovere morale di cui parla il Capo dello Stato è l’enunciazione di un imperativo etico basato sul concetto di solidarietà; la quale ultima è, guarda caso, la virtù opposta e contraria al vizio dell’egoismo. Dunque, chi si vaccina non lo dovrebbe fare solo, o tanto, per tutelare se stesso quanto, e soprattutto, per difendere gli altri cittadini. Il ragionamento è così apparentemente nobile da apparire quasi insuperabile, sia sotto l’aspetto di una elevata razionalità che sotto quello della deontologia spicciola.

Nessuno, infatti – salvo qualche irriducibile individualista a-sociale – potrebbe contestarne la valenza sul piano logico nè il valore sul piano morale. Ma anche a livello scientifico l’argomento del “pro bono” (se non per te, fallo almeno per gli altri) è tutt’altro che debole. Per quanto ci si sforzi di far comprendere che pure i vaccinati sono contagiati e contagiano, ci si sente inevitabilmente rispondere che trattasi di un contagio molto più improbabile e assai meno virulento. Di talchè, l’esortazione dell’uomo del Colle e il convincimento dell’uomo della strada non ne risultano minimamente scalfiti.

Ora, se tutta la retorica pro-vax si regge (quasi) esclusivamente sull’assunto di cui sopra, ne deriva una conseguenza dialettica ineluttabile: dimostrando la fallacia di quell’assunto, crollerebbe miseramente a terra buona parte dell’arsenale propagandistico di chi vorrebbe imporre ex lege i vaccini non solo agli adulti, ma persino ai minorenni.

In proposito, possono venirci in soccorso le riflessioni di due pronunce della Corte Costituzionale: la numero 307 del 1990 e la numero 258 del 1994. Con la seconda sentenza richiamata, la Corte ebbe a occuparsi proprio della questione cruciale da cui abbiamo preso le mosse: fino a che punto si può esigere, da un cittadino, un contegno “solidaristico” – chiamiamolo pure, come il Capo dello Stato,  “dovere morale” – a tutela del benessere della collettività? Ebbene, la risposta è inequivocabile.

Tale sacrificio è ammissibile solo se, e nella misura in cui, esso non implichi un correlato e serio rischio per la salute individuale. Altrimenti detto: non è possibile, né giuridicamente accettabile, obbligare chicchessia a un trattamento sanitario in nome della tutela della salute pubblica laddove vi sia il rischio, per il singolo, della perdita della propria salute o della propria vita.

La parola chiave è “contemperamento” tra il diritto alla salute del singolo  e il coesistente e reciproco diritto di ciascun terzo consociato,  nonchè di entrambi, con la salute della collettività. Da rimarcare che il diritto del singolo va rettamente inteso anche nel suo contenuto negativo: di non assoggettabilità, cioè, a trattamenti sanitari non richiesti o non accettati.

Per la precisione, secondo l’insegnamento dei giudici della Consulta, la legge impositiva di un trattamento sanitario è compatibile con l’art. 32 della Costituzione solo a tre condizioni (l’ultima delle quali è la più importante, aggiungiamo noi):

a) se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri;

b) se – nell’ipotesi di danno ulteriore alla salute del soggetto sottoposto al trattamento obbligatorio, ivi compresa la malattia contratta per contagio causato da vaccinazione profilattica –  sia prevista comunque la corresponsione di una equa indennità;

c) se vi sia “la previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è  assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze, che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario e, pertanto, tollerabili”.

Ora, è sufficiente una lettura dei bugiardini dei prodotti vaccinali anti-Covid più diffusi per avere contezza della gravità (e, dunque, intollerabilità) delle controindicazioni predicabili in caso di somministrazione di tali farmaci. E basta uno sguardo agli ultimi dati della agenzia europea Eudravigilance sugli eventi avversi per avere contezza della dimensione del fenomeno: a fine luglio, nella sola Europa, 20.525 morti e 1.960.697 danneggiati “collaterali”, metà dei quali gravi.

In tal senso, ancora più chiara e inequivocabile la motivazione della pronuncia del Giudice delle Leggi, nr. 307 del 1990:

“Il rilievo costituzionale della salute come interesse della collettività non è da solo sufficiente a giustificare la misura sanitaria. Tale rilievo esige che in nome di esso, e quindi della solidarietà verso gli altri, ciascuno possa essere obbligato, restando così legittimamente limitata la sua autodeterminazione, a un dato trattamento sanitario, anche se questo importi un rischio specifico, ma non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri”.

Il che è perfettamente in linea con quanto previsto dalla nostra Carta Fondamentale all’articolo 32 dove è vero che si consentono, per via di normazione primaria, i trattamenti sanitari obbligatori (“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”), ma è altrettanto vero che li si vincola al sacrosanto, e irrecusabile, rispetto della dignità umana (“La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”).

Il nostro è un ordinamento giuridico liberale e democratico incentrato sulla “persona”, non un regime comunista e dispotico basato sul “collettivo”. Nessuno può essere “chiamato” né, peggio ancora, coartato – neppure sulla base di slogan tanto apparentemente “altruistici” quanto sostanzialmente manipolatori – a “salvare” o “proteggere”  gli altri al prezzo di mettere a repentaglio la propria incolumità personale. 

A maggior ragione se si tratta di intervenire su soggetti assolutamente sani, con una prospettiva nulla di morire della nota malattia, ma suscettibili invece di riportare pregiudizi fisici irreversibili per effetto della somministrazione di un farmaco sperimentale.

Per concludere, tutto ciò non ha nulla a che fare con l’egoismo, ma ha moltissimo a che vedere con il liberalismo: una categoria con cui molti degli attuali governanti, Ministro della Salute in primis, hanno scarsissima dimestichezza. Siamo un popolo di santi, di poeti, di navigatori. Non facciamoci indurre a credere di dover essere anche un popolo di martiri. Anche perché – per vincere la battaglia contro il Covid – non è necessario alcun martirio. Bastano, e avanzano, la protezione delle categorie realmente  a rischio e l’implementazione delle cure domiciliari a beneficio di tutti.

FRANCESCO CARRARO

www.francescocarraro.com

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