«L’affare Moro fu un colpo di Stato perfettamente riuscito. Nonché il più grande depistaggio mai attuato in Europa». Lo afferma un reporter di razza come Marco Gregoretti, autore – anni fa – di uno scoop sensazionale: scoprì che gli 007 italiani di stanza in Libano avevano ricevuto l’ordine di attivare i contatti coi palestinesi, nella speranza che potessero intercedere presso le Brigate Rosse per ottenere la liberazione di Moro. Unico problema: al sequestro dello statista mancavano ancora due settimane.

La fonte di Gregoretti? Un agente del Sismi iper-addestrato, specializzato in missioni impossibili: Antonino Arconte. Era stato lui a consegnare il dispaccio al colonnello Mario Ferraro, al porto di Beirut. Poi i testimoni scomodi iniziarono a sparire. Lo stesso Arconte si salvò per miracolo: tentarono di precipitarlo da una scogliera, in Sardegna. L’ultimo a cadere fu proprio Ferraro: stranissimo suicidio, il suo. Era in piena forma, ancora giovane. Lo trovarono “impiccato” a un termosifone, seduto a terra. L’ennesima vittima di quell’abisso senza fine, chiamato caso Moro?

QUATTRO COSTOLE ROTTE

Una nuova rivelazione, letteralmente esplosiva – segnala Gregoretti – viene ora dal generale Piero Laporta, già addetto allo stato maggiore della difesa. Nel libro “Raffiche di bugie a via Fani”, il generale mette a fuoco due verità sconcertanti. La prima: nell’agguato di via Fani, in cui fu sterminata la scorta, Moro non c’era. «Era stato prelevato in elicottero, fatto prigioniero e portato in un paesino vicino a Viterbo: nel suo libro, Laporta fornisce tutti i dettagli».

La seconda notizia è altrettanto scandalosa: prima di essere ucciso, Aldo Moro fu ferocemente torturato. Davvero: gli spezzarono quattro costole. Probabilmente in due momenti diversi, visto che due costole mostravano i primi segni di guarigione. Da cosa lo si evince? Dalla puntuale autopsia eseguita a Roma. Peccato che poi sia stata esclusa dal materiale processuale: le torture inflitte a Moro, massacrato di botte, sono scomparse dalle udienze e dalle commissioni d’inchiesta.

Come riporta Gian Paolo Pelizzaro su “Reggio Report”, Piero Laporta – nel suo coraggioso lavoro di indagine – si avvale della testimonianza di Roberto Chiodi, decano della cronaca giudiziaria italiana, all’epoca in forza al settimanale “L’Europeo”. Chiodi riuscì a mettere le mani sulla perizia medico-legale e sulle foto del cadavere di Aldo Moro. «Rimasi sbalordito – dice – di come un particolare clamoroso come le costole fratturate venisse puntualmente ignorato dalla magistratura, dagli imputati, dalla stampa, dalle commissioni, dalle sentenze».

OSCURATO LO SCOOP DE “L’EUROPEO”

Il 5 aprile del 1979, a meno di un anno dal ritrovamento del corpo di Moro nella Renault rossa in via Caetani – ricorda Pelizzaro – “L’Europeo” uscì nelle edicole con in copertina una foto del cadavere del presidente della Dc steso sul tavolo dell’obitorio. Titolo: “Delitto Moro. Lo hanno ucciso così. Tutte le foto inedite”. Chiodi conferma: la perizia autoptica era stata depositata presso gli uffici giudiziari. Lui era riuscito far fotografare l’intero materiale.

«Leggendo l’atto – racconta Chiodi – fui subito colpito dal passaggio relativo alle fratture delle costole, provocate durante i 55 giorni della prigionia di Moro». Una volta arrivate in edicola, però, le copie de “L’Europeo” del 5 aprile 1979 (con la foto del cadavere di Moro e la notizia degli inattesi e sconcertanti esiti dell’autopsia) vennero rapidamente poste sotto sequestro giudiziario: non dovevano raggiungere i lettori.

A chiedere di bloccare la diffusione del giornale fu Giuliano Vassalli, legale di parte civile della famiglia Moro, «evidentemente turbata dalle immagini». I giudici le ritennero “oscene o raccapriccianti, atte a turbare l’ordine pubblico” e ne disposero l’immediato sequestro nelle edicole. «Tutti condannarono “L’Europeo”, e sulla vicenda calò una sorta di infamia», dice ancora Chiodi. Morale: «Nessuno riuscì a guardare le foto, a leggere e capirne i contenuti: cosa stavano a significare quegli undici proiettili sparati a bruciapelo sul lato sinistro del corpo, là dove le costole erano state fratturate?».

NASCONDERE QUELLA TORTURA

Di sicuro, conclude Chiodi, la rivelazione delle singolari fratture venne, se non decisamente nascosta, quantomeno subito accantonata. «Oggi sono convinto che la “damnatio memoriae” non riguardava tanto Moro e il suo cadavere martoriato: a essere cancellata più a lungo possibile doveva essere soprattutto la notizia delle costole fratturate». Le immagini del cadavere, invece, non potevano turbare ulteriormente «un’opinione pubblica abituata in quei giorni a ben altro».

In effetti, la stampa italiana aveva appena offerto immagini ancora più dure: lo scempio del corpo di Mussolini a piazzale Loreto, il volto sfigurato di Pasolini sulla copertina de “L’Espresso”. E la maschera di sangue a cui era ridotto il viso di Mino Pecorelli, fotografato da “Panorama” e pubblicato la stessa settimana in cui uscì “L’Europeo” con Moro. Riflette Chiodi: condannare il carattere emotivo delle foto del cadavere di Moro significò non volersi interrogare sul perché di quel massacro inflitto a un prigioniero morente.

Già, infatti: si tortura qualcuno al quale si vogliono estorcere segreti. Aldo Moro era stato minacciato personalmente da Henry Kissinger: guai, se avesse insistito nella politica di “compromesso storico” con il Pci di Berlinguer. Lo rivelò Moro stesso a sua moglie e all’amico più fidato, Giovanni Galloni, già ministro e poi vicepresidente del Csm. «Era così sconvolto, Moro, che aveva pensato di abbandonare la politica».

UN GOLPE, CONTRO IL BELPAESE

Marco Gregoretti insiste sul concetto di colpo di Stato in piena regola, eseguito da servizi segreti (atlantici, forse anche in sinergia con l’intelligence sovietica) e usando in parte la manovalanza delle Br di Mario Moretti. Tutto questo all’insaputa dei fondatori delle Brigate Rosse, Renato Curcio e Alberto Franceschini, già in carcere da tempo e dunque completamente fuori gioco.

La strage della scorta dello statista democristiano fu davvero l’avvio di un vero e proprio golpe contro l’Italia, sottolinea lo stesso generale Laporta. «Al di là dei suoi intriganti contorni polizieschi e complottistici – afferma – la vicenda Moro pone le basi di un salto di qualità nella destrutturazione dell’Italia: l’anno dopo, il G7 di Tokyo abbatterà la seconda “colonna” degli equilibri emersi a Bretton Woods nel 1944, che avevano assicurato 35 anni di sviluppo economico soddisfacente: rompendo cioè il criterio di solidarietà tra paesi (la prima “colonna” abbattuta era stata quella degli accordi monetari abbandonati nell’estate del 1971)».

CHE COSA DOVEVA CONFESSARE, MORO?

Ecco la possibile chiave: in un’Europa risorta nel dopoguerra, l’Italia – baluardo della Nato di fronte alla Cortina di Ferro – rappresentava un’incognita geostrategica, vista la contiguità del Pci rispetto all’Urss. Ma soprattutto: l’economia mista, pubblico-privata, aveva lanciato il “miracolo italiano”, proiettando il Belpaese tra le prime potenze industriali del pianeta. Intollerabile, per il nascente neoliberismo privatizzatore: per sabotare il Made in Italy occorreva demolire l’Iri e svendere l’industria pubblica. Ma c’era un ostacolo insormontabile: Aldo Moro.

E perché torturarlo, anziché “limitarsi” a ucciderlo? La domanda resta sospesa. Il merito di Laporta: aver trovato il coraggio di riproporla, proprio oggi. Disseppellendo – tra i tanti – anche il mistero, tenebroso, di quelle quattro costole fratturate. E il destino infelice di quella notizia: il clamoroso scoop de “L’Europeo” completamente oscurato e cancellato, stranamente escluso da qualsiasi elaborazione giudiziaria.

Perché infierire su Moro anche con la brutale violenza fisica? Che cosa si voleva fargli confessare? Forse un possibile indizio lo ha fornito di recente Fausto Carotenuto, già collaboratore di Pecorelli e poi analista geopolitico per l’intelligence Nato. «A Moro – ha riferito Carotenuto – faceva capo un nucleo segretissimo di uomini fidati. Tutti legati dalla stessa missione, che doveva restare nascosta: vigilare sulla sovranità italiana, tenendo il paese al sicuro».

IL NUCLEO SEGRETO DEI DIFENSORI DELL’ITALIA

I nomi? Tanti. Per esempio Antonio Varisco, tenente colonnello dei carabinieri. Assassinato nel 1979 in un agguato molto opaco, attribuito alle Brigate Rosse in modo non credibile. Poco prima del sequestro Moro era morto il generale Enrico Mino, comandante generale dell’arma dei carabinieri: precipitato col suo elicottero in uno strano incidente nel 1977. Altro personaggio collegato ai primi due: il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, fatto poi uccidere a Palermo dalla mafia nel 1982.

«Queste persone – rivela Fausto Carotenuto – facevano parte di un super-gruppo rimasto segreto. Nel gruppo spiccavano altre due figure: Aldo Moro e Mino Pecorelli, assassinato nel 1979, un anno dopo Moro. La funzione di questo nucleo invisibile: proteggere l’Italia dai poteri occulti anglosassoni che, attraverso entità come la Loggia P2, cospiravano per privatizzare il paese, controllarlo, svenderlo e sottometterlo». Erano forse quei nomi, che Moro fu costretto a rivelare agli aguzzini che gli ruppero quatto costole?

GIORGIO CATTANEO

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