di Andrea Zhok.

Dando un’occhiata comparativa ai risultati elettorali del Regno Unito e della Francia un dato salta agli occhi, ovvero la macroscopica differenza tra l’espressione della volontà popolare in termini di voti percentuali e la distribuzione di seggi (cioè di potere) nei rispettivi parlamenti.
Se guardiamo al Regno Unito (dove vige un sistema maggioritario uninominale) vediamo come il Labour Party, chiaro vincitore, sia stato votato da poco più di un terzo dei votanti (e, se proprio volessimo sottilizzare, visto che sono andati a votare il 60% degli aventi diritto, da un quinto dell’elettorato.)
Con questa percentuale il Labour ottiene 407 seggi, cioè quasi i 2/3 dei posti in Parlamento.
Mettiamo dunque di fila i risultati in UK:
  • Labour Party 34,2% dei voti –> 407 seggi
  • Tories 23,6% dei voti –> 115 seggi
  • Reform UK (Farage) 14,3% dei voti –> 4 seggi (cioè con 1/7 dei votanti ottiene 1/150 dei seggi).
  • Scottish National Party 2,4% –> 8 seggi
  • LibDem 12% –> 68 seggi
  • Verdi 6,8% –> 4 seggi
Gettiamo ora, per un confronto, uno sguardo ai risultati in Francia, dove vige un sistema maggioritario uninominale a doppio turno.
Qui la forza largamente più votata è stato il Rassemblement National di Marine Le Pen con il 37.05% , seguito dal Nouveau Front Populaire con il 25.95% e al terzo posto dal partito del presidente Macron, Ensemble con il 24.54%.
Tuttavia, pur avendo staccato gli altri due partiti di circa il 12%, il RN ottiene solo 143 seggi, 39 seggi meno del secondo arrivato e 25 seggi meno del terzo.
In sostanza, questo è l’esito elettorale in termini di distribuzione del potere:
  • Nouveau Front Populaire 25.95% –> 182 seggi
  • Ensemble (Macron) 24.54% —> 168 seggi
  • Rassemblement National 37.05% –> 143 seggi
Ora, io vedo oggi molta comprensibile soddisfazione a “sinistra” per questi esiti elettorali.
E personalmente, pur non ritenendomi da tempo un elettore “di sinistra”, apprezzo anch’io quantomeno il buon risultato di France Insoumise (Mélenchon) all’interno della coalizione di sinistra, partito che ha finora portato avanti un’agenda sociale all’interno ed un’agenda equilibrata sul piano della politica estera (cosa che non si può dire affatto per il laburista Keir Starmer).
Ma se solleviamo per un momento il naso dalle nostre inclinazioni, tifoserie e soddisfazioni personali, il dato principale manifestato da queste elezioni (accanto ad altre in Europa) è l’oramai strutturale divergenza tra espressione del voto popolare e distribuzione del potere.
Nel caso dei sistemi elettorali, che ci sono stati venduti in tutta Europa nel nome della “governabilità”, vediamo in modo macroscopico una immediata disconnessione tra l’espressione numerica dell’opinione pubblica e la rappresentanza parlamentare.
Ciò può avvenire a causa delle tecnicalità dei sistemi maggioritari o a causa di elevate soglie di sbarramento nei sistemi proporzionali (es.: 5% dei voti validi in Germania).
Ma può avvenire anche attraverso l’onerosità delle raccolte firme per accedere alla possibilità di essere votati.
Può avvenire per lo spostamento del finanziamento della politica dal finanziamento pubblico a quello privato, come avvenuto ovunque in Europa in questi anni (negli USA è sempre stato affare privato).
Può avvenire per i differenziali di rappresentanza politica nell’apparato mediatico.
Può avvenire per la delega dei poteri dei parlamenti nazionali ad entità sovranazionali che NON sono espressione del voto popolare (così la Commissione Europea; della Nato non parliamo neppure).
Ecco, questo discorso mi richiama le parole del papa l’altro giorno a Trieste.
Il papa ha parlato a lungo della crisi della democrazia.
“La crisi della democrazia è come un cuore ferito.” (…) “Ciò che limita la partecipazione è sotto i nostri occhi. Se la corruzione e l’illegalità mostrano un cuore “infartuato”, devono preoccupare anche le diverse forme di esclusione sociale.” (…) “Il perno della democrazia è la partecipazione. E la partecipazione non si improvvisa: si impara da ragazzi, da giovani, e va “allenata”” (…). “Il compito [è] di non manipolare la parola democrazia né di deformarla con titoli vuoti di contenuto, capaci di giustificare qualsiasi azione.”
Personalmente non ho titolo a farmi esegeta privilegiato del pontefice e lascio ai vaticanisti di professione il compito di mettere d’accordo le parole del papa con la quotidianità che ci circonda, riconducendole alla sonnolenza pubblica e al torpore d’ordinanza.
Noto però che persino il capo di una delle ultime monarchie assolute rimaste sul pianeta (il Vaticano questo è) mostra forti preoccupazioni per la salute di una democrazia che da tempo è solo, appunto, una paroletta vuota “capace di giustificare qualsiasi azione”.
Di fatto è da mezzo secolo che oligarchie transanzionali, accomunate principalmente da un legame diretto con il potere finanziario, lavorano per la demolizione della rappresentanza democratica, demolizione arrivata oramai a livelli terminali. E la battaglia è stata condotta innanzitutto sul piano culturale, spiegando passo passo, centimetro per centimetro, come tutto ciò che odorava anche lontanamente di democrazia reale andava espunto.
Sempre con una buona ragione, con un’ottimissima insuperabile ragione pompata obbedientemente dai giornali:
il sistema proporzionale è ingovernabilità;
il finanziamento pubblico alla politica è privilegio della casta;
l’attenzione ai bisogni popolari è populismo;
le preferenze elettorali sono corruzione;
il governo dei tecnici è l’espressione autentica del Paese, a prescindere dalle pinzillacchere del voto;
e lo vuole l’Europa;
e lo vuole la Nato;
e lo vogliono i mercati.
Pian pianino sono riusciti a convincere tutti che oligarchie finanziarie opache e imperscrutabili sono l’unica democrazia autentica.
Voglio perciò concludere, a titolo di memento, con una citazione dall’articolo sul Fascismo redatto da Gentile e Mussolini per l’Enciclopedia Italiana nel 1932:
“Il fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; ma è LA FORMA PIÙ SCHIETTA DI DEMOCRAZIA se il popolo è concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo SI ATTUA QUALE COSCIENZA E VOLONTÀ DI POCHI, ANZI DI UNO, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti.”
Ecco, almeno i fascisti veri lo dicevano con stile.

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