Too big to fail, si diceva delle mega-banche speculative come la Deutsche o la Goldman Sachs, il “calamaro vampiro” che popolava i peggiori incubi complottisti. Salvo poi scoprire che persino loro, i cosiddetti sicari della finanza-killer, forse non sono che oscuri impiegatucci del male. Il vero potere? La Triade, che tutto governa.

BlackRock, Vanguard e State Street: i tre maggiori fondi d’investimento del pianeta, sovrani assoluti e dominus effettivi dei grandi cartelli bancari. Agiscono per conto proprio – puro e semplice business – o sono al servizio, a loro volta, di qualche imprecisata entità oscura e sfuggente? In God we trust, è il motto dell’impero dominante.

IN GOD WE TRUST

La stessa divinità – utilizzata politicamente, in modo sfacciato – è anche nel cuore della massima succursale atlantica, quella israeliana. Un nume evocato e scomodato: dichiarando di agire sulla base di un’ispirazione superiore, dunque insindacabile. Al di sopra del banale perimetro ordinario, quello dei comuni mortali. Come se ci fosse un’escatologia, in questo: una missione.

Così nasce la mitologia della nazione necessaria, indispensabile: strumento privilegiato, addirittura, di una provvidenza che si vuole imperscrutabile, in quanto sovrumana. Storia vecchia come il mondo, si potrebbe sospettare. In hoc signo vinces: è mai esistito qualche impero che non si sia proclamato esecutore predestinato della volontà divina?

IL POPOLO ELETTO

La nazione prescelta, il popolo eletto. Persino la Germania hitleriana si considerava tale, almeno secondo i deliri del suo osannatissimo despota. La prima impressione è sempre scontata: c’è puzza di imbroglio. Retropensiero: e se quel richiamo all’iperuranio nascondesse la traccia di una trama inconfessabile? Esiste forse un recondito disegno ulteriore, oltre la semplice geopolitica?

La tesi di qualcuno è la seguente: mani invisibili – ben al di sopra dei soggetti ormai abitualmente indicati come manovratori occulti – potrebbero ispirare ogni mossa del potere visibile. Sembra cioè riaffiorare l’antica denuncia degli gnostici, secondo cui sarebbe un potere malvagio – arcontico – a dominare, purtroppo, la scena della storia.

POTERE ARCONTICO

Suggestioni gnostiche che si riverberano nello stesso Vangelo di Giovanni, radicato nel cristianesimo delle origini. È la luce della verità a poter dissipare gli inganni della tenebra. Illusionismi creati da un potere anti-umano, quello dei misteriosi Arconti: per dominare l’homo sapiens attraverso i loro servitori, queste forze innominabili utilizzerebbero la paura e, prima ancora, la frode. La menzogna.

Il capolavoro dei bugiardi, perlomeno quelli terreni? Organizzare qualcosa di abnorme, che la mente umana non riesca ad accettare. Ne erano pienamente consapevoli i gerarchi nazisti: nessuno crederà mai che qualcuno sia riuscito ad arrivare a tanto – ripetevano – perché le persone comuni non lo contemplano, l’abominio. Non ce la fanno, a pensare che sia qualcosa di realmente fattibile, di storicamente accaduto.

INCREDULI, DI FRONTE ALL’ORRORE

Peggio ancora, quando il peggior potere mette in atto un vero proprio auto-sabotaggio. È il caso delle false flag, dell’auto-terrorismo domestico, della strategia della tensione. Bombe, stragi efferate. Lo zampino dei soliti apparati segreti? Il pubblico tende a scartare l’idea: non avrebbero mai potuto fare una cosa simile. Ammazzare tutta quella gente? Suvvia, siamo seri.

«Di fronte al crollo delle Torri Gemelle e ai primissimi sospetti di “inside job” – ammette Massimo Mazzucco – anch’io pensai la stessa cosa. E cioè: non possono aver commesso un’atrocità simile, proprio loro. L’America non lo farebbe mai: non contro se stessa. Quindi, chi pensa al complotto targato Cia è palesemente fuori strada».

OLTRE LA MENTE UMANA

Troppo enorme, la cosa, per suonare credibile. Come di fronte ai primi racconti su Auschwitz. «Rifiutarsi di accettare certe realtà è normale, umanissimo: sono cose che nessuno di noi oserebbe neppure immaginare. Ecco perché fatichiamo moltissimo a digerire l’idea stessa del dolo stragistico, della premeditazione cinica, della spietata complicità ad altissimo livello».

Un errore ovvio, aggiunge Massimo, e perfettamente previsto: chi programma le peggiori carneficine, infatti, sa benissimo che proprio in quell’errore incorreremo. Ossia, scarteremo in partenza l’ipotesi dietrologica: troppo aberrante, dunque irrealistica. Insostenibile: anche per il bilancio numerico del massacro. E poi, per l’inaudito tasso di perfidia. Non conosciamo nessuno, tra le persone che frequentiamo, che sarebbe capace di tanto.

NON SONO COME NOI

Ed ecco infatti il secondo errore, da noi puntualmente commesso: pensare che i registi occulti siano persone come noi. Lo ripeteva Giulietto Chiesa, all’epoca in cui scriveva “La guerra infinita” (primo libro, in Italia e non solo, a fare a pezzi la versione ufficiale dell’11 Settembre). Tremila morti: mostruoso? Ebbene, sì. Ma i mandanti – ricordiamocelo – non sono persone come noi. Non vivono le nostre stesse emozioni.

E poi, ragionando in modo poliziesco: che curriculum ha, il sospettato? Precedenti penali? Eccome: quanti ne volete. A cominciare dall’esplosione dell’incrociatore Uss Maine nel porto dell’Avana, nel lontano 1898. Dell’incidente vennero arbitrariamente incolpati gli spagnoli. Fu l’avvio della guerra ispano-americana. La fine dell’impero di Madrid e l’inizio del controllo statunitense su Cuba nonché su Puerto Rico, Guam e le Filippine, cioè gli ultimi territori d’oltremare ancora sotto il controllo della corona iberica.

DEMOCRAZIA E IPOCRISIA

A monte, la sublime ipocrisia di un problema tecnico-istituzionale: per entrare in guerra, il “paese della libertà” deve prima essere aggredito. Lo afferma la Costituzione della “più grande democrazia del mondo”. Ergo: vuoi partecipare alla Prima Guerra Mondiale? Devi far affondare dai tedeschi il transatlantico Lusitania (1.400 vittime) dopo aver spifferato agli 007 di Berlino che le stive erano imbottite di armi destinate agli inglesi.

Ti serve irrompere nella Seconda Guerra Mondiale? Idem: occorre concentrare a Pearl Harbor gran parte del (vecchio) naviglio, lasciandolo sguarnito e trasformandolo così in un bersaglio ideale per i giapponesi. Bilancio: 2.400 morti. Poi ti interessa fare la guerra in Vietnam? Lo schema è monotono. Dichiari che la marina di Hanoi, nel Golfo del Tonchino, ha sparato contro l’incrociatore americano Uss Maddox. Incidente – si è poi appreso – mai avvenuto: pura invenzione.

CASUS BELLI: TUTTO FALSO

Cambiano i tempi, non i metodi. Prima Guerra del Golfo: Saddam indotto da Washington a invadere il Kuwait, in modo da rendere poi accettabile l’attacco punitivo contro l’Iraq. Seconda Guerra del Golfo: le armi di distruzione di massa (inesistenti). E così via, senza mai venir meno a questa gloriosa tradizione, fatta essenzialmente di bugie che poi gronderanno sangue.

Osama Bin Laden, questo sconosciuto: il feroce, fanatico leader jihadista, profeta dello “scontro di civiltà”. Peccato che fosse lo stesso Bin Laden ritratto nelle foto, in Afghanistan, con l’eminentissimo consigliere di Jimmy Carter, lo stratega Zbigniew Brzezinski. Avevano l’aria di due vecchi amici, due simpatici camerati: intenti a testare allegramente i mitragliatori americani appena consegnati ai mujaheddin. Guerriglieri coordinati, tramite la Cia, proprio dal fido Osama.

VECCHI AMICI: BIN LADEN E L’ISIS

Per non parlare dell’ultima creazione della premiata ditta: il rinomato capo dell’Isis. Nome d’arte: Abu Bakr Al-Baghdadi. Ufficialmente terrorista pure lui, misteriosamente rilasciato dal carcere militare statunitense di Camp Bucca, in Iraq, per poi guidare il terribile Stato Islamico dei tagliagole. Era lo stesso Al-Baghdadi poi fotografato – in Siria – in amabili conversari con il senatore John McCain, inviato di Obama in Medio Oriente.

Altro bel tomo, Obama: Premio Nobel per la Pace. Sterminatore seriale di esseri umani, bombardati a distanza con i droni. Il più elegante, tra gli assassini di Gheddafi. Il leader libico? Attaccato, come sempre, con un pretesto: la feroce repressione contro i civili a Bengasi. Tutto largamente gonfiato e manipolato, se non inventato: come le fosse comuni (del tutto immaginarie) sul lungomare di Tripoli.

OBAMA, IL GRANDE ATTORE

È davvero incallito, il criminale. Vuole detronizzare l’ingombrante Mubarak? E allora arma e finanzia i Fratelli Musulmani in Egitto. Poco dopo intende liquidare anche Bashar Assad? Nessun problema: basta sceneggiare una strage mai avvenuta, alle porte di Damasco, condotta con gas nervini (inventati, anch’essi). Talento hollywoodiano, quello di Obama: solo lui poteva inscenare a reti unificate la spettacolare morte presunta di Bin Laden, in realtà – a quanto pare – deceduto anni prima, in un ospedale pakistano.

Paradigmatico, l’episodio di Abbottabad: la Casa Bianca gremita di alti dignitari per “seguire in diretta” il blitz, che però non è stato mostrato al pubblico. L’ipotetico cadavere della vittima? Mai visto da nessuno. La bara? Calata in mare da una portaerei, “secondo il rito islamico” (altra surreale invenzione). Testimoni? I militari del blitz: poi sfortunatamente scomparsi, caduti a bordo del loro elicottero. Prove a supporto dell’effettiva uccisione di Bin Laden? Nemmeno una. In compenso, una garanzia: la parola del presidente degli Stati Uniti. Prendere o lasciare.

IL POTERE HA SEMPRE RAGIONE

Avrebbe mai potuto, quel grand’uomo, menare per il naso il mondo intero e quindi rischiare – se scoperto – di perdere la faccia? Impensabile. Ecco: così si torna al punto di partenza. Al Maine, al Lusitania, a Pearl Harbor, al Tonchino, a Saddam. Quello che siede alla Casa Bianca sembrerebbe davvero l’avatar di Pinocchio. E il bello è che tutti gli credono. Semplicemente perché sarebbe irricevibile, la sola idea che possa davvero mentire in modo così spudorato, come un mariuolo qualsiasi.

Come stupirsi, allora, se poi – di punto in bianco – l’Italia (quarta potenza industriale del pianeta) diventa una “repubblica delle banane” da rottamare, insieme ai suoi politicanti ladri? Certo, il paese perde il suo bancomat naturale: sganciata Bankitalia dal Tesoro, il debito esplode. Poi arriva pure la tempesta dello spread: et voilà, il gioco è fatto. Pareggio di bilancio e dosi infinite di austerity. Ergo: depressione, esasperazione sociale. Rivolta politica, dunque? Nemmeno per idea: a scongiurarla provvedono i saltimbanchi antipolitici, i demagoghi a gettone.

VIRUS, GUERRA, CLIMA

E che fanno, quindi, gli italiani? Ancora non affondano? Niente paura, ecco a voi il terrificante vàirus (“cinese”, ma dall’accento americano). Lockdown, coprifuoco, Green Pass. Ancora non vi basta? Eccovi allora la guerra sporca contro la Russia, utilizzando l’Ucraina dopo il golpe organizzato a Kiev dall’ambasciata statunitense. Corollario: la strage di Odessa, i battaglioni neonazisti, il martirio del Donbass. Ma il cattivone, beninteso, è quel fetente di Putin. Russo, dunque diabolico.

Finito? No, non ancora. C’è la professoressa Greta, qui, che ha da dirci qualcosa di importante. Scaduti i virologi, è l’ora dei climatologi. Sempre terrorismo è, ma debitamente aggiornato. Invariabile l’obiettivo: noi. Credere, obbedire, combattere. Strisciare, rinunciare a tutto. Perdere libertà e diritti. Perché – ripete la nuova pseudo-scienza prezzolata – la colpa è tutta nostra, se la Terra si riscalda.

BUGIE, ANCORA E SEMPRE

Chi lo dice? Sempre gli stessi: loro. I famosi narratori bellici. Quelli che si inventarono i cormorani inzuppati di petrolio. E filmarono l’infermiera di Kuwait City, che zampillava vere lacrime nel denunciare le atrocità commesse dai feroci soldati iracheni. Tutto inventato: mai messo piede, gli iracheni, in quella nursery. Lei stessa non era neppure un’infermiera: era un’attrice, figlia dell’ambasciatore kuwaitiano negli Usa.

Sentimenti, emozioni forti: facile, se possiedi il 90% dei grandi media mondiali. Puoi davvero raccontare quello che vuoi. Puoi giurare che l’Amazzonia brucia, per esempio: brucia per colpa del signor Rossi e della sua vecchia, imperdonabile auto a benzina. E come immortalarla, la fine imminente dell’Amazzonia? Con uno scatto memorabile: un giaguaro portato a spalle da un soldato, in mezzo a un fiume.

L’AMICO DEL GIAGUARO

Titolo della didascalia, fatta circolare urbi et orbi: coraggioso militare brasiliano trae in salvo il grande felino, esausto e terrorizzato dagli incendi che stanno divorando il polmone verde della Terra. Sommessa, tempo dopo, la protesta delle forze armate di Brasilia: quel giaguaro si chiama Jiquitaia, è la mascotte del battaglione. Allevato sin da cucciolo, gioca spesso con i soldati: fanno il bagno insieme. E nemmeno l’ombra di un incendio, nei paraggi.

Altro da aggiungere, a parte la notizia (sensazionale) che c’è una possibile, sospetta correlazione tra le temperature elevate e la stagione estiva? Forse questo: l’incendio esiste davvero, in tanti cervelli innocenti. Il guaio è che il piromane è sempre il medesimo. Ha uno stile inimitabile: prima appicca lui stesso le fiamme, poi si traveste da pompiere. In alta uniforme – truccato da filantropo, da Arconte o da scienziato – emana terribili direttive: c’è una spaventosa emergenza, è obbligatorio obbedire. Clausole-capestro, sempre. E ha tutta l’intenzione di continuare, il tizio. Smascherarlo? Già fatto, se è per questo. Ma purtroppo non basta: perché la maggior parte della platea tende ancora a credergli. Fino a quando?

GIORGIO CATTANEO

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