Il rumore dei cingolati dei carri armati su Shosse Entusiastov, l’autostrada vicino casa, il Lago dei Cigni in televisione: ecco i ricordi che la parte russa della mia famiglia ha di quel convulso 1991, dal golpe contro Gorbaciov al mesto ripiegamento della bandiera rossa sul Cremlino. E poi le speranze e la durezza di quegli anni Novanta dei quali “voi non avete nemmeno idea”. E Gorbaciov, quell’uomo così amato in Occidente quanto odiato dai suoi compatrioti, anche anticomunisti. I racconti che ho ascoltato durante la mia permanenza di tre anni a Mosca su quei giorni che sconvolsero il mondo sono rivelatori anche di quella mentalità russa che noi fatichiamo a comprendere, tanto è diversa dalla nostra.

Non esiste un sentimento preciso riguardo quei momenti: la caduta avvenne dapprima in sordina. Sia durante il golpe che nella notte in cui l’Urss morì la televisione pubblica mandò il Lago dei Cigni di Tchaikovskij. Tutti avevano capito che qualcosa di grave era accaduto, perché era un’abitudine sovietica mandare il Lago dei Cigni quando accadeva qualcosa di grave per coprirlo. Molti se ne accorsero il giorno dopo: quei risparmi messi da parte per poter acquistare un’automobile ora bastavano a malapena per comprare un pacchetto di biscotti. Qualcuno impazzì letteralmente per questo, finendo in ospedali psichiatrici. L’effetto immediato sui russi del crollo sovietico fu questo. D’altronde era una guerra perduta, e le sconfitte si pagano così: i russi, che hanno sconfitto Napoleone e Hitler, non ammetteranno mai la sconfitta contro gli americani: è tutta colpa del “traditore” Gorbaciov, al soldo degli americani. Così come il crollo dell’Impero zarista fu colpa del “traditore” Lenin, riempito di marchi tedeschi dal Kaiser. Noi italiani, così ideologici, fatichiamo a comprendere l’accomunamento delle due figure. Noi ci dividiamo in guelfi e ghibellini, fascisti e comunisti: per noi il partito conta più della Patria. Per un russo no, E’ la Patria, la “Rodina” la cosa più importante, e quindi Lenin e Gorbaciov sono accomunati dalla colpa di essere stati agenti di potenze straniere.

Per questo Eltsin è meno impopolare: gli anni Novanta furono durissimi, ma Eltsin cercò di contrastare Clinton durante i giorni delle guerre jugoslave: l’orso russo è ferito, ma morde ancora commentava mia suocera su una rispostaccia data da Eltsin a Clinton che faceva lo sbruffone trattando con sufficienza l’omologo russo. Gorbaciov no, era stato troppo amico degli americani. Che in realtà potevano conquistare i cuori e le menti dei russi come avevano fatto con noi italiani nel 1944: ma sbagliarono tutto.

I russi erano stanchi di comunismo. Un po’ perché sono un popolo di grande inclinazione mistico-religiosa, e quel materialismo non si addice loro. Un po’ perché avere lo Stato che controlla ogni tua mossa era diventato stancante: come era stancante trovare escamotage per eludere gli assurdi divieti ideologici statali, come quello sulla musica dei Beatles, i cui dischi venivano incisi di nascosto su lastre radiografiche e fatti circolare clandestinamente in questo modo. Soprattutto erano stanchi di una vita controllata da delatori o di obblighi assurdi come quello del pellegrinaggio al mausoleo di Lenin. Abbatterono spontaneamente la statua di Drzezinskiy, il fondatore del futuro KGB, alla Lubjanka. Gli americani avrebbero avuto vita facile, anche perché i russi privano un fascino sottile verso questo nemico: lo odiano, ma vogliono imitarlo.

E invece gli americani si sono comportati stupidamente, umiliando un popolo fiero che desiderava far parte dell’Occidente, isolandolo e mettendolo alle porte. Non li aiutarono certo in quei terribili anni Novanta, nei quali la Russia andò due volte in default.

E’ quindi rimpianta l’Unione Sovietica? Sì e no. E’ rimpianta da chi ha avuto ruoli nel Partito, perché la nomenklatura comunista era una vera e propria élite, che aveva diritto a cose negate ai comuni mortali. Sia Lenin che Breznev avevano collezioni di Rolls Royce, alla faccia del proletariato. Il comunismo è rimpianto da quel 10 per cento della popolazione che vota Zyuganov: secondo partito dopo quello di Putin, ma con un distacco astronomico. Solo in alcuni momenti degli anni Novanta il comunismo poteva infastidire Eltsin. Il russo rimpiange la potenza, che sia zarista che sovietica: la Russia è il Grande Paese, Mosca è la Terza Roma. I realtà è forse più rimpianto lo zarismo: nel 2017, in occasione del centenario della Rivoluzione d’Ottobre, fu scoperta una statua di Nicola II e fu programmato uno sceneggiato televisivo su Trotzkij dal titolo emblematico: il demone della Rivoluzione. Se Stalin ha conosciuto una certa rivalutazione è perché ha sconfitto i nazisti. E questo pesa, nella mente del russo, anche anticomunista. Putin lo ha compreso, e ha mescolato un settanta per cento di retorica zarista con un venti per cento di retorica sovietica: chiama Lenin terrorista, tuttavia vieta di rimuoverne la mummia dal mausoleo oramai disertato dai moscoviti. Ci andai con un’amica, al mausoleo: non perse occasione per insultare in italiano (per non farsi capire) chi le aveva fucilato i nonni.

Ma un’eredità sovietica è anche quella, non solo russa ma comune a tutto l’Est europeo, di diffidare dello Stato. Putin va bene fin quando rende grande la Russia e porta la rivincita sull’odiato nemico yankee, ma quando comincia a imporre misure come il codice Qr o oscura Telegram non va più bene. E il russo, che ama la Patria ma vede lo Stato come burocratico e mentitore, disobbedisce. Perché negli ex territori sovietici c’é una percentuale così bassa di vaccinati? Perché chi ha vissuto settant’anni di comunismo istintivamente non si fida più dello Stato. Quindi la retorica sulla rivincita della Patria umiliata decade. Questo è forse ancora più forte negli ex Paesi del Patto di Varsavia che vedono l’Unione europea come una riedizione dell’Unione Sovietica, per loro potenza occupante.

Il russo, prima del Covid, viveva in un contesto di “edonismo putiniano”: dell’Urss forse rimpiangeva la potenza, ma non la vita che si faceva. Odia l’americano, ma continua a farci affari, ad andare ai McDonald’s e a guardare i suoi film, in quel contraddittorio rapporto di odio e fascinazione per il nemico. Ha tifato sinceramente per Trump, a Mosca si vedevano persino matrioske di Putin e Trump assieme e Grudinin, avversario comunista di Putin alle elezioni del 2018, aveva indicato in Trump (non in Lenin) il suo modello. Ora le misure anti-Covid hanno rimescolato le carte in una situazione assurda: i russi non sentono una “ri-sovietizzazione” da parte di Putin nelle misure anti-Covid e votano per i suoi avversari: i comunisti (comunisti particolari, dato che Grudinin ha privatizzato dei Sovchoz e Zyuganov è un fervente ortodosso). Quindi anche qui il paradosso: la crescita del KPRF non è comunque “nostalgia sovietica”. Se lo é, lo è solo sotto certi aspetti.

Putin ha detto: “Chi non rimpiange l’Unione Sovietica è senza cuore. Chi la vuole restaurare è senza cervello”. In questa frase racchiude tutte le contraddizioni del rapporto con quel periodo. Più modestamente mia suocera per alcuni aspetti rimpiange l’Urss perché “eravamo potenti e gli americani ci rispettavano”. Ma quando, per convincerla a trasferirsi da suo figlio che al momento viveva in Toscana, le dissi scherzosamente “Oksana Ivanovna, è pieno di comunisti laggiù” lei sbiancò dicendo. “No, io quei macellai dei comunisti non li voglio vedere nemmno dipinti”. Ribadendo, pur essendo originaria dell’Ucraina, la sua adesione a Putin. Perché i bolscevichi espropriarono i suoi genitori dei loro possedimenti, Putin ha invece ripreso il buono dell’Urss: la potenza.

ANDREA SARTORI

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