Tra Hobbes e Locke: una riflessione sullo Ius in Omnia e sulla proprietà privata

Il lettore che ha un po’di dimestichezza col Leviatano di Hobbes, fino a marzo 2020, si sarebbe potuto solo immaginare cosa avrebbe voluto dire vivere poco più che prigioniero di uno Stato che, per garantire la sicurezza di tutti, si sarebbe mangiato le libertà individuali di ognuno, attribuendole a se stesso.

Lo stesso lettore, appena un anno dopo, si ritrova involontariamente e all’improvviso mutilato di tutte quelle libertà che danno vita a un’esistenza: egli è in gabbia e questo in nome del mantenimento di una sicurezza che non solo non vede, ma che non ha nemmeno chiesto.

In altre parole, siamo nella pancia di un Leviatano autoproclamatosi che si è imposto con violenza massiccia e dall’oggi al domani, senza lasciar spazio di manovra alcuna e ad alcuno. Tale mostro, apparentemente acefalo, nasconde la sua mancanza di legittimità dietro a una mascherina, se ne lava le mani con un gel igienizzante e se ne prende le distanze di almeno sessanta milioni di metri. Il tutto, molto malamente. Nel Leviatano, quantomeno, esisteva un accordo tra gli uomini e un sovrano scelto (quello che Hobbes chiamava il “Pactum Subiectionis”) attraverso il quale i primi si impegnavano a cedere volontariamente al secondo le proprie libertà naturali e, dunque, ogni potere, in cambio di sicurezza. Qui, al contrario, una sicurezza che segue regole illogiche dettate non si sa bene ancora da chi e con che criterio, viene imposta a suon di restrizioni, multe e minacce. E la libertà, sempre qui, non è che un confuso ricordo.

Che cos’è la libertà, dunque? È una domanda complessa che richiederebbe, probabilmente, una risposta semplice. Per non perdersi in speculazioni, si può senz’altro dire che senza libertà non esiste potere. Se non si è liberi non si può (potere) fare (agire) ciò che si vuole (volere).

Se non si è liberi, vuol dire che qualcuno ci ha sottratto la libertà o, come nel Leviatano, che la si è ceduta volontariamente.

Essendo oggi falso il secondo caso, significa che la libertà ci è stata presa e che qualcuno sta godendo del potere legato indissolubilmente ad essa. Uno Stato senza vincoli che banchetta con la libertà dei cittadini detiene, necessariamente, un potere immane. Uno Stato che si nutre della libertà dei cittadini non può che trarne enorme forza. Non ottimista, ma sprovveduto e ingenuo è colui che crede gli verrà reso indietro qualcosa. Chi pensa di esser libero oggi o, ancora peggio, chi pensa di non esser libero oggi per esserlo domani, non si rende conto che non c’è differenza tra lui e un cane incatenato al quale il padrone, infastidito dai latrati e dai mugolii, butta ogni tanto un pezzo d’osso ciucciato, avanzato dal suddetto banchetto. Continuare poi ad abbaiare per averne un altro o per qualche briciola in più, non significa combattere, ma permanere nel bestiale stato di animale legato a un palo. Molto semplicemente. Nulla di più.

Mi si potrà dire: “Eh, ma è per colpa del virus e questo non si può negare!”. Non si tratta di negare l’esistenza del virus e della sua pericolosità in alcuni casi, ma di togliersi la mascherina, più che dal naso e dalla bocca, dagli occhi e dalle orecchie, così da poter vedere e sentire con chiarezza i veri colori e i veri suoni della realtà. C’è da farlo qui e ora, perché la realtà e la vita sono proprio qui e proprio adesso, non chissà quando e chissà dove o in un fantastico futuro, come da qualche mese a questa parte (e non a caso) le pubblicità amano ricordarci.

Il lettore che ha un po’ di dimestichezza anche con Locke, tanto per tornare nell’ambito dei parallelismi in questo senso, sa che egli è considerato, per certi versi a ragione, uno dei padri del pensiero liberale. Locke, nel Secondo trattato sul governo, attribuiva all’uomo il diritto naturale alla proprietà privata: è proprio su quest’ultimo che tutto il lavoro di Locke si regge. La proprietà è per Locke un diritto naturale e fondamentale che appartiene a ogni individuo. E come si diventa proprietari di qualcosa nello stato di natura? Sarà bene fare qualche esempio: un uomo va a caccia e uccide una lepre per sfamarsi e restare in vita. Chi può dire che quella lepre non sia sua? Se un uomo raccogliesse della legna per accendere un fuoco e scaldarsi, potrebbe qualcuno opporsi, sostenendo che tale legna non gli spetta perchè di altri? La risposta è no, in entrambi i casi. Questo perché è naturale disporre liberamente di ciò che è frutto del proprio lavoro e ciò vale per il leone, per l’orso, per la formica, per il pesce palla e anche per gli uomini. Il frutto del proprio lavoro, che nello stato di natura può essere la lepre o la legna e oggi può essere uno stipendio o un profitto, è e rimane ciò che dà all’uomo la possibilità di sopravvivere e di vivere e, perché no, nel migliore dei modi. Naturalmente, in tutto ciò dovrebbe esserci un equilibrio, un equilibrio che è uno dei punti attorno ai quali hanno discusso filosofi, politici, economisti e, infine, si sono scannati i popoli occidentali degli ultimi tre o quattro secoli, dando vita ad alcune tra le pagine più memorabili, nel bene e nel male, della storia moderna e contemporanea. Una storia di giorni fasti e nefasti, com’è normale che sia.

Se in parte è vero che il lavoro determina la proprietà, nel senso che fornisce i mezzi per esser proprietari di qualcosa, in uno Stato in cui non si lavora perché lo Stato non fa lavorare, alle lunghe, si finirà per non avere più nulla a disposizione. In quest’ottica, senza lavoro, piano o veloce che sia il processo, si finirà inevitabilmente per non avere più nemmeno quel diritto naturale ad essere proprietari di checchessia. I proprietari di negozi, ristoranti, bar, per ora più che dei loro dipendenti, sono stati spinti a percorrere una strada che sembra portare dritto verso il burrone dell’assistenzialismo perpetuo da parte dello stesso stato che, da bravo Leviatano, opera per la sicurezza di tutti.

La sicurezza come piace al governo, che pare oggi aver assunto da sola il significato di “bene comune”, ha eliminato in un colpo solo la libertà e anche il diritto, senza battere ciglio.

Siamo certi che sia questo ciò che si intende per bene comune? Non importa, ne è sicuro lo Stato e questo basti. I cittadini, d’altronde, non esistono, ma esistono solo sudditi obbedienti per il Leviatano. I sudditi del Leviatano, se ancora non è chiaro, non dispongono di alcuna proprietà privata, ed è bene tener presente questo dato. Diversamente, non potrebbe il Leviatano detenere lo IUS IN OMNIA, ovvero il diritto su tutto. Ecco perché è importante ricordare, seppur in maniera riduttiva e sbrigativa, alcuni passaggi dei pensieri di Hobbes e di Locke: tali passaggi sono estremamente utili per ragionare concettualmente intorno al significato dei fatti che riguardano tutti, nessuno escluso.

Sarebbe opportuno, oggi più che mai, riaccendere il dibattito intorno al significato di parole difficili come “libertà”, “sicurezza”, “diritto”, “legittimità”, “sovranità”, “giustizia”, parole che si usano a sproposito credendo di incarnarle tutte quante insieme in quanto cittadini di uno Stato occidentale del secolo XXI, che in molti si raccontano un po’ come quel beato altrove immaginario vero solo nel non detto del “… e vissero tutti felici e contenti”.

Sarebbe il caso, anche, di ricordarsi di ricordare. Non serve e non ha senso tessere indirettamente un’apologia del passato, almeno non di quello recente pre-Covid, perché è chiaro che la situazione di oggi poggia saldamente i piedi su quella di ieri. Proprio per questo è importante ricordare.

La memoria è da tener viva, sempre. Un popolo senza memoria è destinato a perdere e a perdersi.

Se la memoria di ieri svanisce oggi, gli uomini di domani saranno inevitabilmente alla mercè del caso, intrappolati in un eterno presente dal satrapo di turno che, ahimè, potrà presentarsi sotto qualsiasi forma. Rimane difficile, però, dar fiducia a quel popolo che ama rimandare delegando, al popolo dell’ “andrà tutto bene”, al popolo che guarda alla politica come ad una soap opera in cui ci sono il buono, il cattivo, il traditore, il bugiardo, l’incastrato, la vittima. Ci manca solo il morto che ritorna. Mi pare impossibile riporre ragionevolmente una speranza in un popolo che popolo, infine, non è e che, a quanto pare, sembra avere la memoria della durata delle storie di Instagram, quelle che dopo 24 ore finiscono nell’oblio.

Melania Acerbi

Nata a Pistoia nel 1993, il primo di settembre. Si è laureata in Scienze Storiche presso l'Università degli Studi di Firenze. È membro del "Seminario permanente di storia moderna", che si svolge presso la stessa università.
Vive felicemente a Saturnana, un paesino immerso nel verde delle colline pistoiesi, insieme a David.

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