Domani, mercoledì 6 aprile, a Bruxelles l’orchestrina del Titanic eseguirà prevedibilmente la marcetta “Basta petrolio e carbone russo”.  Alcuni dei suonatori – non però l’Italia – cominciano tuttavia a dare segni di ribellione.

Non è esagerato chiamare in causa il Titanic: le sanzioni dell’Unione Europea alla Russia affondano l’economia e i cittadini della stessa Unione Europea. Ciò nonostante sembra in avanzato stato di gestazione lo stop dell’UE alle importazioni di carbone e di petrolio dalla Russia.

Le importazioni russe soddisfano circa un quarto del fabbisogno UE di energia, contando sia quella prodotta (è pari solo al 41% del totale) sia quella acquistata all’estero. Viene dalla Russia il 26% del petrolio e il 53% del carbone importato nell’UE. Gli Stati ribelli sono due. L’Austria si oppone a queste sanzioni insieme all’Ungheria, ma non si parla di loro possibili veti.

L’Italia importa dalla Russia il 12,5% del petrolio e  il 40% del carbone. Non è possibile sostituire un fornitore così importante dalla sera alla mattina: a meno di non creare ostacoli enormi alle attività produttive e alla gente. Basta un vocabolo: benzina. E basta un nome: Luigi Di Maio. Il ministro si è detto pronto a bloccare perfino l’arrivo del gas russo, che pure per l’Italia è ancor più vitale.

Il gas tuttavia dovrebbe essere salvo, anche se solo per il momento: la Germania, che più di ogni altro nell’UE dipende dalle importazioni di gas russo, punta i piedi di fronte alla possibilità di renderlo oggetto di sanzioni. Però, oltre al possibile stop (auto)punitivo dell’UE alle importazioni c’è la faccenda del pagamento in rubli richiesto da Mosca. L’Italia non pare minimamente intenzionata ad adottarlo. Così pure numerosi altri Stati UE, sebbene non tutti. Non accettare di pagare in rubli sarebbe come istituire un’altra (auto)sanzione.

Le società che, nell’UE, acquistano gas dalla Russia non avrebbero neanche bisogno di toccare i rubli con un dito. Dovrebbero pagare sempre in euro, ma attraverso una banca russa, la Gazprom Bank. Sarebbe quest’ultima a convertire gli euro o i dollari in rubli. Tuttavia la Commissione Europea ha detto che non s’ha da fare. Dal canto suo, se non riceverà i pagamenti in rubli la Russia chiuderà il rubinetto. I pagamenti in rubli andrebbero effettuati già entro la fine di questo mese di aprile.

A proposito di pagamento in rubli, i ribelli sono due o forse tre. Innanzitutto sono disposte a pagare in rubli la Slovacchia e probabilmente anche l’Ungheria. Inoltre, anche se i Paesi baltici hanno deciso di fermare le importazioni di gas russo a prescindere da eventuali sanzioni UE, una società lettone afferma che il pagamento in rubli si può fare. La Germania potrebbe essere l’ago della bilancia: sta pensando intensamente e non ha ancora deciso.

L’Italia, ha lasciato capire Draghi nell’ultima sua conferenza stampa, non è minimamente d’accordo col pagamento in rubli.

A quanto pare, il primo ministro vuole difendere il ruolo del dollaro come valuta degli scambi internazionali. Se è così, l’orchestrina del Titanic per l’Italia ha già suonato.

GIULIA BURGAZZI

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