Dopo la pubblicazione del report del Consiglio Atlantico nel 2018,si è visto come il vero nemico da sconfiggere su più livelli sia diventata la Russia (con i no-vax o i no-mask semplici incidenti di percorso), e la sua (presunta) propaganda e conseguente disinformazione.

La vicenda del super nemico russo sarebbe confermata anche dai recentissimi sviluppi con le pubblicazioni di liste di presunti amici del Cremlino, che vedono schierati da una parte  super esperti che condividono apertamente le loro ricerche sui profili filo-Z sui social, dall’altra i servizi segreti che sarebbero coinvolti nello stilare report di persone indicate come filo-russe, e dall’altra infine testate giornalistiche che riprenderebbero rilanciandole le notizie.

E’ dunque possibile che le liste che circolano ora siano il frutto del lavoro di qualche esperto antibufale formatosi anni fa secondo l’agenda del report del 2018? Possibilissimo, avrebbe avuto diversi anni di formazione e di vantaggio sull’utenza dei social, una vera e propria eternità nel mondo della rete.

Il concetto di bufala, seppur si pensa sia nato addirittura con gli antichi romani, in Italia per lo più si diffonde massivamente nel linguaggio comune e tra i giovani proprio in quei giorni, quando Laura Boldrini, l’allora Presidente della Camera, e Valeria Fedeli, l’allora ministro della Pubblica Istruzione, buttano giù un progetto dedicato alle scuole.

Al progetto dal nome parecchio evocativo di BASTA BUFALE, collaborarono la RAI, la FIEG, Confindustria, Facebook e Google. Quella fu una iniziativa secondo cui sarebbe stato compito del governo (e dei suoi esperti) quello di segnare il confine tra verità e bugia, tra notizia fake e notizia attendibile, e trasmettere l’expertise agli studenti adolescenti.

Ma il percorso anti bufale non si orientò soltanto al mondo della scuola, divenne invece un modo di fare giornalismo e televisione,  identificando la bontà della notizia esclusivamente con il via libera dell’ente preposto alla spunta blu della verità.

Dal 2017-2018 il concetto di bufala e di lotta alla disinformazione non é affatto scomparso in Italia, motivo per il quale é lecito pensare che la lista dei filo putiniani sia opera di qualche esperto che si é formato proprio in quel periodo. E, come avvenuto per il green pass, quello che doveva essere inizialmente uno strumento introdotto per la lotta all’emergente disinformazione russa, é invece rimasto come veicolo di controllo permanente per amateurs e professionisti.

Qualche giorno fa, costretto dalla tensione crescente per la lista pubblicata dal Corriere della Sera, il sottosegretario con delega ai servizi segreti Franco Gabrielli provvede a desecretare l’Hybrid Bulletin, un report sulla disinformazione riguardante la guerra tra Ucraina e Russia, un report che però non pare proprio elencare tutti i nomi, quindi pare inverosimile che siano stati i servizi a compilare la lista in questione, a meno che non vi siano altre liste non note.

Anche il noto sbufalatore David Puente scrive in merito alla questione delle liste filo-russe in un articolo su Open. Il giornalista racconta che non sarebbero stati né i servizi segreti, né il Corriere della sera ad aver stilato liste di nessun genere, ma anzi che sono stati gli stessi filoputiniani, citandosi tra di loro a permettere di ricostruire la rete dei vicini al Cremlino. Quindi in sostanza sarebbero stati i presunti simpatizzanti russi a stilare le proprie liste di amici per poi pubblicarle e renderle note a giornali e pubblico.

Rimane il fatto che la questione russa non é una questione nuova, perché anche l’Italia da anni stila un report contentente le minacce che l’intelligence italiana deve affrontare e gestire ogni anno e la Russia é sempre assolutamente presente, apparentata a estremisti, marxisti e anarchici, quindi il controllo dell’informazione e della propaganda da anni é nel mirino degli anti bufale.

Inoltre pare ovvio che una lista non si compone da sola e che anche se i presunti filo-russi hanno davvero utilizzato hashtag che hanno così facilitato il rimando da un nome ad un altro, qualcuno ha poi effettivamente dovuto ricomporre il puzzle. E seppur non sappiamo se siano queste liste quelle che sarebbero state utilizzate dal Corriere della Sera, su Twitter c’é che sosterrebbe di aver fatto questa operazione e di aver ricostruito la rete attraverso sofisticati programmi anti bufale, cosa che avrebbe dato origine ad una vera e propria inchiesta completa di nomi e cognomi, chiamata “Inchiesta Account Zeta”. Possibile siano gli stessi o collegati agli stessi delle task force di boldriniana memoria?

C’è forse un qualche rapporto tra quella inchiesta e la lista uscita sui media? Ovviamente il dubbio sussiste, ma non possiamo affermarlo con certezza. Si rimanga tuttavia consapevoli che di ogni nostra mossa on line rimane profonda traccia e che non avendo cura di far grande differenza tra libertà di espressione e reato d’opinione, ognuno di noi potrebbe un giorno finire in una qualche lista.

MARTINA GIUNTOLI

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