Sui dati biometrici si giocano gli equilibri mondiali

Siamo portati a pensare che i rapporti di forza geopolitici siano determinati da fattori quali gli armamenti militari, la disponibilità di risorse primarie, i beni generatori di ricchezza convenzionale, ovvero la ricchezza in sé quale ingannevole mezzo (assunto a scopo) per possedere tutti gli altri beni.

La breve storia umana è la vera responsabile del significato che, da “padri a figli”, diamo a determinati fattori i quali poi, nella psiche collettiva, assumono il simbolo di quelle forze che possano mutare gli equilibri planetari da sempre basati sulla forza.

Orbene, allo scenario della storia contemporanea bisognerebbe assegnare un nuovo elemento generatore di straordinaria potenza: il trattamento del dato personale biometrico delle persone fisiche poiché indispensabile alle inquietanti ambizioni di dominanza tecnologica.

E invero, se oggi provassimo a togliere il dato personale biometrico dalla descrizione del nostro mondo tecnico sarebbe persino difficile tentare di comprendere verso cosa lo stesso muove.

Ma cosa si intende (giuridicamente) per dato personale biometrico e perché è considerato speciale?

Dal 2016, con l’entrata in vigore della nuova normativa europea in materia di trattamento dati (in buona sostanza il Reg. UE 2016/679 e la Direttiva UE 2016/680), il dato personale c.d. “biometrico” è stato (ad avviso di chi scrive si anche tardivamente) iscritto tra le categorie dei dati personali di carattere speciale poiché, non a torto, ritenuti meritevoli di protezione rafforzata rispetto a quelli di tipo comune.

Una delle grandi novità che ha comportato la normativa europea del 2016 è data proprio dall’assegnazione del dato biometrico alle categorie dei dati di natura particolare o meglio nota come sensibile.

Il Regolamento Generale UE del 2016 n. 679 (conosciuto con l’acronimo di GDPR) definisce dati biometrici quelli ottenuti da un trattamento tecnico specifico che siano relativi alle caratteristiche fisiche, fisiologiche o comportamentali di una persona fisica e che ne consentono l’identificazione univoca (quali un’impronta digitale, l’immagine di un volto, l’iride oculare o il suono della voce).  

Il trattamento di tali dati è in generale vietato dalla normativa in narrata ragione dell’elevato rischio che tale trattamento potrebbe comportare per i diritti e le libertà fondamentali delle persone fisiche. E tale divieto, difatti, può venire meno solo in presenza di certi presupposti (vere e proprie deroghe al divieto reso generale) che ne possono in astratto giustificare il trattamento che, tuttavia, dovrebbe sempre avvenire in presenza di condizioni adeguate di sicurezza, di limitazione e di proporzionalità rispetto allo scopo che si intende perseguire con l’utilizzo dei dati biometrici delle persone.

Una spiegazione insufficiente sul pericolo che i dati biometrici rappresentano

La (insufficiente) spiegazione che viene normalmente data al perché tali dati non possano essere trattati risiede quasi sempre nel fatto che un simile trattamento potrebbe portare le persone a modificare le proprie abitudini di vita: ossia, ad esempio, a non partecipare alla socialità della collettività, ad autolimitare l’espressione del proprio pensiero per il timore di non poterlo fare liberamente poiché potenzialmente identificabili a posteriori per ciò che hanno fatto o detto in ogni tipo di immaginabile relazione sociale, politica, economica o sentimentale.

Questo tipo di spiegazione (“classica”) si ritrova anche ai punti da 18 a 24 delle premesse alla nota proposta di Regolamento sull’Intelligenza Artificiale formulata il 21/04/2021 dalla Commissione UE ove difatti si afferma che

“L’uso di sistemi di intelligenza artificiale per l’identificazione biometrica remota in tempo reale di persone fisiche in spazi accessibili al pubblico evoca un sentimento di costante sorveglianza e dissuade indirettamente l’esercizio della libertà di riunione e di altri diritti fondamentali. Inoltre, l’immediatezza dell’impatto e le limitate opportunità di ulteriori controlli o correzioni in relazione all’uso di tali sistemi che operano in tempo reale comportano rischi maggiori per i diritti e le libertà delle persone interessate dalle attività di contrasto”.

E si tratta di motivazioni che esprimono bene un timore che, al momento, ha portato (e quasi certamente porterà) all’uso del dato biometrico attraverso sistemi di AI almeno nelle seguenti ipotesi poiché necessario a conseguire un interesse pubblico sostanziale il cui perseguimento andrebbe oltre i rischi che un simile trattamento comporta:

  1. per la ricerca di potenziali vittime di reati, compresi i bambini scomparsi;
  2. per determinate minacce alla vita o all’incolumità fisica di persone fisiche o di attacchi terroristici;
  3. per l’individuazione, la localizzazione, l’identificazione o il perseguimento di autori o sospettati dei reati se tali reati sono punibili nello Stato membro con una pena detentiva o un ordine di detenzione di almeno tre anni e secondo la definizione della legislazione nazionale. Ipotesi di utilizzo niente affatto di marginale o scarsa applicazione: tutt’altro!

In timore in questo modo espresso circa l’uso dei dati biometrici rappresenta, senza dubbio, una parte di verità ma non coglie il sostrato più profondo dell’insidioso pericolo reale che il (da tempo in molte parti del mondo sdoganato) trattamento dei dati biometrici costituisce.  

Il tema è, difatti, molto più serio e inquietante di come viene spesso raccontato e, oltretutto, non è affatto di natura capitalistica poiché, se ben letto, non è assegnabile a ragioni di accumulo di ricchezza convenzionale (che, a mesto parere di chi scrive, è un fattore transitorio destinato ad essere superato dalla tecnica dopo un periodo di suo asservimento quale mero mezzo di potenziamento della tecnica stessa) ma, piuttosto, all’inevitabile attrazione verso la dominanza geopolitica di tipo tecnologico che caratterizzerà i prossimi tre decenni di storia.  

L’attrazione verso il dato personale biometrico

Il dato personale biometrico ha un coefficiente di attrazione elevatissimo perché, in definitiva, possiede una caratteristica unica rispetto a tutti gli altri dati personali: esso, una volta tecnologicamente catturato, è in grado di creare di per sé, in modo indefinito, e potenzialmente infinito, tutta una serie di ulteriori dati personali relativi alla persona fisica dalla quale un solo primo dato identificativo è stato ottenuto.

Alla identificazione della persona fisica, conseguita, ad esempio, dalla scansione dell’impronta digitale, dall’iride oculare, ovvero dall’immagine del volto o dal suono della voce, la tecnologia è difatti in grado di fare conseguire la perdurante marcatura degli spostamenti, delle preferenze, dei luoghi ed amici frequentati, dei gusti, delle simpatie, nonché delle inclinazioni politiche, filosofiche e sessuali della stessa nel mentre la persona si muove nel grande apparato tecnico che essa ha creato e che è costretta a vivere.

Tale processo di marcatura può generare, ogni giorno, su ogni singola persona, migliaia di nuovi dati personali che, a loro volta, innescano una intrecciata filiere di ulteriori informazioni (e, quindi di ulteriori dati) in grado di stabilire con un sempre più scarso grado di approssimazione non solo tutto ciò che una persona ha fatto e pensato nel momento in cui i dati sono stati mano a mano acquisiti ma anche ciò che la stessa farà e, quindi, penserà di fare in futuro sino, addirittura, a poterne prevedere le patologie fisiche o mentali e, in ultima battuta, il probabile tempo ed il tipo di morte.    

Il dato biometrico quale fattore generatore di dominanza

Il dato biometrico è quindi, al tempo stesso, generatore ed elemento determinante dell’analisi di tutti i dati personali che un individuo può lasciare o preannunciare di lasciare nel corso della propria vita, tanto da costituire il principale fattore di controllo e di determinismo rispetto a ogni possibile profilo comportamentale, ideologico, ideativo o patologico assegnabile alle persone fisiche.

E’ dunque questo tipo di dato personale che rappresenta l’attuale porta aperta verso una sempre più pervasiva forma di potenza tecnica già iscritta a scenari di inasprimento della nuova schiavitù tecnologica a cui da tempo l’essere umano si è essenzialmente legato.

Lorenzo Tamos

Avv. Lorenzo Tamos, dello Studio Legale Tamos & Partners: è Avvocato del Foro di Milano dal 1996 e patrocinatore presso le giurisdizioni superiori ed internazionali dal 2009

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