E’ in arrivo un Dpcm di Draghi per razionare anche pesantemente l’acqua potabile, con tanto di zona rossa nell’Italia settentrionale. La potabile però, salvo eccezioni locali certo gravi, è l’acqua al momento meno scarsa. E’ anche quella in odore di crescente privatizzazione contro la volontà degli italiani.

In mezza Italia invece scarseggia enormemente l’acqua nei fiumi e nei laghi. Da mesi e mesi al Nord non piove e non nevica. La crisi idrica montava da tempo e il Governo non ha mosso un dito per prepararsi a fronteggiarla.

Lasciando perdere le responsabilità pregresse, ora bisognerebbe stabilire gli usi della scarsa acqua di fiume e di lago ai quali dare la precedenza perché più importanti per l’interesse collettivo. Ad esempio, irrigare innanzitutto i campi e salvare i raccolti o privilegiare la produzione di energia elettrica? Servirebbero sia l’energia sia il cibo: ma è necessario scegliere il male minore.  Conseguentemente, bisognerebbe anche decidere come indennizzare coloro che vengono penalizzati in nome dell’interesse generale. Sarebbe il compito della politica. Ed è esattamente quello che la politica non sta facendo.

Può darsi che il Dpcm in gestazione riguardi anche questi aspetti – non se ne trova traccia però nelle news – ma i Dpcm non vengono redatti dal Parlamento. E’ invece la Protezione Civile ad occuparsi del razionamento dell’acqua.

L’Istat ha dedicato uno studio, nel 2019, ai prelievi d’acqua in Italia ed all’uso che le varie attività fanno dell’acqua. Vi si legge che meno del 6% della potabile è ricavata da fiumi e laghi, cioè dai corpi idrici che ora soprattutto al Nord sono in netta sofferenza, e che un altro 10% scarso è tratto da bacini artificiali, che magari anche loro ora non stanno benissimo. L’uso potabile di fiumi e laghi non è uniformemente diffuso sul territorio nazionale ma tende a concentrarsi in alcune zone. E lì, sì, per la potabile c’è un problema serio, perché gli acquedotti italiani non formano una rete intercomunicante.

Invece l’84% della potabile deriva invece da sorgenti e da pozzi. Sono alimentati da acque che, dopo essere cadute dal cielo sotto forma di pioggia, fanno chissà quali lunghissimi e labirintici giri nel sottosuolo. Certo non per questo bisogna prendere la faccenda alla leggera e nemmeno bisogna sprecare acqua, ma prima che sorgenti e pozzi risentano dell’attuale siccità c’è con ogni probabilità il tempo per rattoppare gli acquedotti colabrodo.

Lo studio Istat dice che gli acquedotti disperdono il 37,4% dell’acqua, con punte del 40% al Sud e del 48% nelle isole.

L’acqua potabile, si ricava ancora dallo studio Istat, rappresenta il 38% scarso dei prelievi. Il resto, di solito tratto da fiumi e laghi ora in sofferenza, va ad agricoltura e zootecnia (quasi il 47% dei prelievi) e all’industria (15% circa).

Sempre da fiumi, laghi, invasi ora in sofferenza viene l’acqua usata per produrre l’energia idroelettrica e per raffreddare le centrali termoelettriche. In questo caso non si tratta però di prelievi: l’acqua, dopo l’uso, viene reimmessa nei corpi idrici superficiali.

In questo momento, causa siccità, la produzione di energia idroelettrica è al minimo. Quattro grandi centrali elettriche sul Po (una idroelettrica e tre termoelettriche) più altre minori minori sono spente o funzionano a ritmo ridotto perché l’acqua non basta.

Privilegiare i prelievi per l’irrigazione o lasciare più acqua in Po per produrre energia? Toccava alla politica stabilire cosa era più importante. Non l’ha fatto. Hanno lasciato che le cose andassero per la loro strada.

E ancora. Ora, quel che resta di acqua nei fiumi dell’Italia settentrionale, è meglio darlo innanzitutto alle industrie – e quali – o ai campi? E nei campi, cosa irrigare e cosa – purtroppo – abbandonare al suo destino? Meglio salvare il mais che beve più di una spugna e che viene usato per fare biogas e mangimi zootecnici? Meglio salvare invece gli ortaggi coltivati in campo aperto?

Ecco. I politici sono lì per prendere decisioni di questo genere in nome dell’interesse collettivo. Non lo stanno facendo. E Palazzo Chigi affida alla Protezione Civile il compito di razionare la potabile: che – facendo gli scongiuri – sarà l’ultima a mancare davvero a livello nazionale.

GIULIA BURGAZZI

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