Considerata l’evoluzione dei mezzi digitali e la loro sempre crescente capacità di raggiungere il pubblico, non è più possibile pensare, particolarmente nell’ambito dell’informazione, allo stesso concetto di servizio pubblico che si è venuto a formare nel dopoguerra e che poteva esser concepibile ancora fino a qualche decina d’anni fa.

Attualmente il concetto di servizio pubblico non può più esser circoscritto unicamente all’ambito dell’iniziativa istituzionale pubblica, ma bensì deve esser riconosciuto tale, quindi regolamentato appropriatamente, tutte quelle volte che esso venga a configurarsi di fatto anche per iniziativa privata, ovvero quando tale servizio ne consegua essenzialmente, almeno sotto certi aspetti, le prerogative, raggiungendo un volume di utenza di bastevole rilievo da impattare in maniera sufficientemente significativa nella vita della collettività, a tal punto da non poter più esser oggettivamente considerato alla stregua di una semplice iniziativa privata ed abbandonato in mano a dei singoli che lo gestiscano arbitrariamente.

Per fare un puro esempio, quando un portale web gestisce un traffico di visite per milioni di utenti se non miliardi, non si può più parlare di un’attività inquadrabile linearmente nel semplice ambito dell’iniziativa privata, al pari di un qualsiasi negozio o di una semplice libreria, considerato che oggettivamente non essere presenti su certe piattaforme equivale quasi a non esserci in rete, è assurdo anche solo pensare che un singolo privato possa legittimamente e di proprio arbitrio, decidere come disporre di spazi che sono di tale proporzione, unicamente in virtù del possesso materiale della piattaforma web in questione, potendo essenzialmente imporre a miliardi di persone un regime “di fatto” concepito a proprio esclusivo uso e consumo, nascondendosi dietro una grottesca distorsione del concetto di proprietà privata.

La comprensione di questo meccanismo è fondamentale per aver chiara la falla madornale che da decenni fa da breccia nell’attuale sistema sociale, che si pretende tuttora di definire democratico pur non essendolo più nei fatti, venendo palesemente viziato da ingombranti interferenze che non trovano resistenza, dal momento che in assenza di adeguata regolamentazione, qualsiasi entità privata, può di fatto detenere od istituire una struttura che del servizio pubblico abbia quelle fondamentali prerogative, che gli conferiscano il medesimo coefficiente di influenza sociale, senza che tale struttura sia passata attraverso alcuna forma di vaglio popolare, ma spinta arbitrariamente a forza da qualsiasi capitale privato di entità adeguata, in una posizione di grandissimo potere sulla comunità, ai vertici nell’amministrazione fattiva di un bene, quale il servizio dell’informazione, che dovrebbe invece esser riconosciuto a tutti gli effetti come diritto inviolabile da tutelare in ogni modo possibile. Si tratta quindi a tutti gli effetti di strutture private, che assumono illegittimamente rilevanza paritetica o maggiore delle stesse istituzioni pubbliche, nei confronti dell’opinione pubblica.

Alla luce di questo, appare evidente il paradosso che vede realtà aziendali cresciute a dismisura divenire di fatto vere e proprie istituzioni in grado di influenzare la pubblica opinione e decidere di proprio arbitrio i contenuti ai quali il pubblico debba avere accesso e quali no, pur parlando di decisioni prese da una manciata di imprenditori nei confronti anche di miliardi di persone e tutto questo viene lasciato accadere come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Se chi sta leggendo concorda con tale prospettiva, appare chiaro che non si possa tollerare oltre tale dinamica, perché di fatto è una falla che permette a chiunque abbia mezzi finanziari di una certa rilevanza, di bypassare bellamente lo stato di diritto che dovrebbe invece garantire libertà di espressione, per creare scorrettamente qualcosa che ne invalida le prerogative nell’attuazione, ridisegnando la società in barba alle stesse; vengono così abbandonati inspiegabilmente alla mercé dei mercati, strumenti che vengono usati come armi nell’influenzare la comunità in proporzione troppo rilevante per esser permesso che tale possibilità venga lasciata al capriccio di un uomo solo o di un piccolo gruppo, specie se il pubblico non ha sopra tale strumento la benché minima possibilità di controllo.

È urgente che si colmi tale vuoto legislativo, così che realtà mediatiche cresciute sopra una certa soglia non possano più sottrarsi alla moderazione del vaglio popolare, ma vadano vincolate fortemente da regolamentazioni che ne evidenzino e proteggano l’interesse pubblico, impedendo che questo venga soverchiato arbitrariamente da quello privato.

Il conflitto che non può essere ignorato e che essenzialmente viene a manifestarsi, è che sovente il proprietario che eroga i servizi nell’attuale ambiente mediatico, non solo non è il destinatario primario degli stessi, ma ha interessi sostanzialmente in contrasto con quelli del proprio pubblico.

Particolarmente nell’ambito dell’informazione, considerato che anche la stampa dell’attuale servizio pubblico si è poi vista regolarmente infiltrata, finendo col servire interessi che pubblici non sono, forse sarebbe il caso di chiedersi se non sarebbe meglio trovare una soluzione legislativa che elimini ogni figura intermediaria tra il servizio dell’informazione e il pubblico stesso, vincolando strettamente la possibilità di finanziamento ai Media, in modalità che impossibilitino il venire a crearsi delle tipiche sacche di potere che ben conosciamo e che alienano puntualmente il servizio dell’informazione, rendendolo completamente avulso dall’interesse pubblico, che è la ragion d’essere del servizio dell’informazione stesso.

Viene a tal punto da chiedersi, se possa essere una valida opportunità, quella di regolamentare il servizio dell’informazione partendo proprio dall’ambito dei finanziamenti, rendendo obbligatorio che siano almeno per la maggior parte, corrisposti direttamente dal pubblico stesso senza intermediari, attraverso la sottoscrizione di semplici abbonamenti volontari, rendendo illegale che la maggior parte degli introiti vengano da singole aziende o singoli privati. In questo modo si taglierebbero fuori automaticamente tutti quelli attori che hanno assunto il comando del mondo dell’informazione pressoché unicamente in ragione della propria capacità di investirvi, a prescindere dagli aspetti deontologici o professionali.

Da che mondo e mondo, la gente fa ciò per cui viene pagata, considerato che non desidera che le venga revocato il salario.

Dunque, se si vuole che l’informazione serva gli interessi della popolazione, il sostentamento delle strutture che si occupano della prima devono essere soggette al vaglio diretto del pubblico, senza figure intermediarie frapposte.

In tale contesto, un giornale che fosse sempre il primo a denunciare abusi ed ingiustizie nei confronti della popolazione, sarebbe anche quello maggiormente premiato dalla stessa e potrebbe così continuare a crescere facendo legittimamente gli interessi di chi la finanzia. Allo stesso tempo, i Media che avessero totalizzato maggiori sottoscrizioni, potrebbero ottenere anche maggiori concessioni in materia di finanziamento privato, potendo incassare cifre più alte per vendere spazi pubblicitari all’interno dei propri palinsesti, sempre nel rispetto di quel criterio di proporzionalità, in cui tali Media dovrebbero per legge mantenere nel proprio bilancio, che il proprio finanziamento pervenisse per la stragrande maggioranza dagli abbonamenti volontari pagati dalle singole utenze.

MARCO RIGAMONTI

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