Se non c’è gas (russo), l’UE impone di condividerlo. Razionamenti in arrivo?

Insieme al gas (che prevedibilmente presto diventerà scarso), l’Unione Europea condividerà una profondissima crisi economica, il razionamento e la povertà. La povertà della gente, va sottolineato. Non certo la povertà di coloro che, al riparo dal processo elettorale (cit. Mario Monti, frase celeberrima), decidono a Bruxelles i destini dei popoli europei.

Uno scoop del blasonato quotidiano spagnolo El País rivela i piani della Commissione Europea per far fronte ad uno stop del gas russo. L’articolo originale è riservato agli abbonati, ma si può leggere il succo in italiano grazie ad esempio all’agenzia AGI.

L’UE vuole approvare entro il 18 maggio le regole per imporre agli Stati membri di mettere in comune, in caso di crisi, il gas che ciascuno di essi riceve. Prevede inoltre il razionamento dell’energia a partire dal settore industriale.

Fin qui lo scoop di El País, di fronte al quale si spalancano vari abissi relativi all’economia di guerra: l’espressione è ora pienamente sdoganata, dato che l’ha usata il ministro Cingolani. L’antefatto, ovviamente, sono le incombenti ma ignote date entro le quali ogni Stato UE dovrà pagare il gas russo in rubli. E’ una cosa che la UE vieta e che infatti l’ossequiente Italia non farà, sebbene sia tenuta a pagare anche per il gas russo non ritirato. Ma niente rubli niente gas, come hanno già sperimentato Polonia e Bulgaria.

Viene dalla Russia circa un terzo del gas importato dall’UE. La Germania è il Paese che, in percentuale, usa più gas russo: il 55% circa delle sue importazioni. L’Italia è a quota 40%. Altro gas per sostituire quello russo, in giro per il pianeta non ce n’è, o se ne trova semmai solo una modesta parte.

In mancanza di gas russo, l’UE dovrà condividere la miseria. Il settimanale tedesco Spiegel pubblica infatti i risultati di uno studio secondo il quale l’economia UE si rinsecchirebbe come nel 2009, l’anno della crisi finanziaria, o come nel 2020, l’anno dei lockdown per il Covid.

Esistono già regole UE in base alle quali, in caso di necessità, gli Stati confinanti devono mettere in comune il gas. E’ lecito quindi pensare che quelle in preparazione siano ben più rigide e pesanti. Il loro corollario è l’inutilità degli sforzi nazionali per reperire gas alternativo a quello russo. Che senso avrebbero questi sforzi, dato che poi il gas bisogna darlo via? La prevedibile conseguenza ulteriore è l’accentramento a Bruxelles di tutte le trattative e di tutti i contratti per il gas. Un ulteriore svuotamento della sovranità nazionale.

In tutto questo, esiste però un’incognita. E’ l’Ungheria. Da tempo ha detto di essere disposta a pagare in rubli il gas russo. L’Ungheria, a quanto si sa, ha una posizione netta e di rottura con i diktat di Bruxelles. Altri Stati UE si sono messi in condizione di pagare in rubli: cosa che però significa fondamentalmente per ora tenersi aperta la porta, ma non (ancora?) attraversarla.

E dunque, sarà interessante vedere se l’Ungheria (e magari anche qualcun altro) vorrà mettere a disposizione dell’intera UE il suo gas russo dopo aver rotto con la UE per procurarselo. Davvero l’irrigidimento di Bruxelles e la sua crescente acquisizione di ulteriori poteri – in questo il caso del gas russo è emblematico – potrebbe essere il preludio, se non ancora di una disintegrazione, di un crescente ridimensionamento territoriale.

Dopo il Brexit l’Unghexit? Del resto, anche l’URSS prima di dissolversi definitivamente cominciò a perdere dei pezzi per strada.

GIULIA BURGAZZI

 

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