A distanza di cinque anni dall’isteria pandemica, l’UE rilancia la sua crociata sanitaria con due nuove strategie: la costituzione di scorte e le contromisure mediche. Due iniziative che celano un impianto burocratico di gestione centralizzata che sembra voler cristallizzare lo stato d’eccezione come prassi ordinaria, per perpetuare uno stato di mobilitazione permanente basato sulla teoria dello shock, come spiega Enrica Perucchietti in Dietro le quinte.

A cinque anni dall'inizio della pandemia di Covid-19, l'Unione Europea ha avviato nuove iniziative nel campo della salute pubblica, mirate a costituire scorte strategiche e a sviluppare contromisure mediche. Queste misure, pur presentate come necessarie per garantire la sicurezza sanitaria, sollevano interrogativi sulla loro reale finalità e sulle implicazioni per la governance europea. La creazione di scorte di beni essenziali come cibo, acqua e medicinali è giustificata dalla necessità di affrontare crisi future, ma il rischio è che tali strategie possano servire a centralizzare il potere decisionale, limitando le autonomie nazionali.
Il piano di scorte prevede la creazione di una rete europea per monitorare e gestire i beni essenziali. Tuttavia, la definizione di cosa sia considerato "essenziale" e i criteri di distribuzione delle scorte rimangono poco chiari. Questa opacità è alimentata dalla partecipazione di partenariati pubblico-privati, che, come dimostrato durante la pandemia, possono favorire interessi privati a scapito della trasparenza e della responsabilità pubblica. Le preoccupazioni si amplificano con l'introduzione di contromisure mediche, che includono vaccini e dispositivi di protezione, da attivare in caso di emergenze sanitarie. L'Unione Europea sembra voler anticipare minacce sanitarie, spesso descritte in termini allarmistici, come l'influenza aviaria o virus esotici, creando un clima di paura che giustifica spese ingenti e restrizioni ai diritti individuali.
La nuova architettura di governance sanitaria si basa su una continua evocazione del rischio, trasformando i cittadini in soggetti da gestire piuttosto che in partecipanti attivi alla vita democratica. La retorica della resilienza e dell'efficienza maschera una centralizzazione del potere che tende a rendere lo stato d'emergenza una condizione normale. Questo approccio, con il suo linguaggio tecnico e alienante, rischia di escludere il dibattito pubblico e di ridurre i cittadini a meri oggetti di sorveglianza.
In questo contesto, le iniziative europee si inseriscono in un quadro più ampio di accordi internazionali, come il trattato pandemico dell'OMS, che prevede una crescente integrazione della sovranità sanitaria a favore di organismi sovranazionali. La creazione di un sistema di biosorveglianza globale, basato su intelligenza artificiale e raccolta di dati biometrici, solleva ulteriori dubbi riguardo alla protezione dei diritti fondamentali. La paura, come strumento di controllo, diventa il fondamento di un nuovo ordine europeo, dove ogni emergenza è utilizzata per giustificare misure eccezionali e un incremento della sorveglianza.
Le scelte attuali dell'Unione Europea potrebbero quindi non essere orientate alla tutela dei cittadini, ma piuttosto alla salvaguardia di un sistema che prospera sulle crisi. È fondamentale che i cittadini riflettano su queste dinamiche e si interroghino su come opporsi a un modello di governance che, sotto le spoglie della protezione sanitaria, impone un controllo sempre più invasivo e una limitazione delle libertà individuali.
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