di Ingrid Atzei.

 

Eccoci dunque alla vigilia del 21 aprile, quando ricorre il 90° genetliaco dell’Istituto Superiore di Sanità e i ricordi della Sardegna s’intrecciano al vissuto del principale ente che in Italia si sia occupato e si occupi di ‘ricerca su’ e ‘strategie di lotta contro’ le minacce alla salute pubblica.

È, infatti, storia dell’Isola il programma di eradicazione delle anopheline tra la metà e l’inizio della seconda parte del secolo scorso; quel che è meno noto è chi stesse dietro a tale programma. Possiamo trarne indicazione dal volume Malaria in Sardegna e in Italia: come ebbe origine e come fu vinta, ricerca di Maurizio Feo pubblicata nel 2017.

Il saggio, scritto da un medico peninsulare appassionato di storia sarda, si compone di una prima parte storica a carattere generale nella quale l’autore approfondisce la differenza tra plasmodio (reale vettore della malaria) e anopheline (vettore opportunistico del patogeno). Questo distinguo gli offre, nella seconda parte del volume, la possibilità di spiegare le ragioni che hanno reso critico il cosiddetto Sardinian Project (negli anni ‘50/’60 del secolo scorso), ovvero quel progetto di demalarizzazione fortemente voluto dalla Fondazione Rockfeller (sic!) e patrocinato da quello che allora si chiamava Istituto di Salute Pubblica in Roma e che, oggi, ci è noto come ISS, Istituto Superiore di Sanità. La Rockfeller Foundation, già in epoca mussoliniana, finanziò e gestì l’Istituto (cfr. https://www.iss.it/la-nostra-storia).

Le decisioni e le scelte di finanziamento in mano ad una fondazione straniera non piacquero affatto ai sardi, i quali non videro di buon occhio la scelta, senza se e senza ma, voluta dall’ingegner Logan (sì, ingegnere non malariologo; e sì, americano nemmeno italiano) di spandere DDT in ogni anfratto isolano facendo credere che non esistessero pericoli. In realtà, gli studi in merito erano pochi e quelli che c’erano non davano del prodotto una valutazione sicura. Infatti, la macromolecola del disinfettante che si decise di utilizzare, diversamente peraltro da quanto si ritenne opportuno in precedenza, il Dicloro-Difenil-Tricloroetano, viaggia con i grassi – e, pertanto, pure nel latte materno – con conseguenze di tipo teratogeno.

Poiché gli effetti del DDT, già sperimentati nelle aree sulle quali insistevano gli allevamenti americani di bovini, portava nell’Isola l’eco allarmistica di gravi conseguenze sugli animali, sull’uomo e sul sistema ecologico (morte di uccelli, di api e di altri importanti insetti utili per la diversificazione della flora) i sardi dovevano essere convinti a farsi piacere la ”terapia” del DDT a pioggia, nonostante alternative efficaci e meno invasive sebbene un po’ più lunghe. Allora si decise di agire con lucida blandizia comportamentale.

Nelle parole di Feo: «Logan volle anche porre attenzione alla motivazione dei suoi lavoratori, a sollevarne il morale di fronte al gravissimo impegno, affinché la loro opera fosse quanto più puntuale ed efficiente. A questo scopo, furono distribuiti diplomi e titoli, riconoscimenti e indennità speciali. L’informazione, attraverso tutti i mezzi di comunicazione, si fece puntigliosa e onnipresente, allo scopo non solo di informare la popolazione, ma di spingerla ad immedesimarsi nel lavoro di coloro che vi prendevano parte direttamente. Logan sperava così di creare una specie di spirito di corpo popolare che desse un ulteriore impulso a quell’impresa gigantesca».

Dunque, l’idea dell’ingegnere e della Fondazione era quella di imbibire le menti e gli Ego dei sardi di obiettivi ambiziosi non per salvarne la vita o bonificarne le loro aree ma affinché il progetto procedesse in modo puntuale ed efficiente!

In tanti si chiesero allora, e di più in seguito, se fosse davvero necessaria quella sovrabbondante aspersione d’insetticida dalla farmacodinamica ancora poco nota o non ci fosse, piuttosto, l’intenzione di rendere l’Isola accogliente per i militari americani, facendo della Sardegna un’apripista per nuove frontiere…

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