Che la guerra tra Russia ed Ucraina sia stata cercata e voluta in tutti i modi dagli Stati Uniti è un dato di fatto. Gli analisti americani sapevano perfettamente che, messo alle strette da una minaccia strategica, il Cremlino avrebbe dovuto contrattaccare. L’ingresso in un’alleanza ostile ed aggressiva come la Nato dell’Ucraina significa la fine della deterrenza nucleare della Russia e la rottura dell’equilibrio di mutua distruzione tra le due superpotenze, e Putin non avrebbe mai potuto permetterlo se non al prezzo di rinunciare per sempre al ruolo di superpotenza.
Quello che però molti non comprendono è che l’obbiettivo principale di questa operazione è proprio l’Europa, da sempre perno di qualsiasi politica di potenza globale. Il controllo del Vecchio Continente è indispensabile per chiunque aspiri al ruolo di padrone del mondo, e gli americani lo sanno benissimo. Impedire un rapporto di collaborazione strategica tra l’Europa, Germania in testa, e la Russia è essenziale per isolare Mosca ma, soprattutto, per tenere l’UE sotto il controllo dello “Zio Sam”.
E mentre noi paghiamo in termini durissimi la sudditanza a Washington, accodandoci alla politica aggressiva ed espansionistica della Nato e varando sanzioni devastanti, destinate a distruggere l’economia dei nostri Paesi (a vantaggio di chi?), la Cina festeggia.
Mentre le materie prime, petrolio e gas per primi, stanno aumentando di prezzo giorno dopo giorno infatti, la Cina si è dichiarata disponibile ad acquistare la quota di oro nero che l’Europa non comprerà più da Mosca. Per la gigantesca industria cinese e per l’immenso mercato interno della Cina il petrolio russo è una vera e propria manna dal cielo.
Ed è notizia di queste ore che dopo le pressioni del governo di londra British Petroleum cederà la sua partecipazione azionaria in Rosneft, la compagnia petrolifera russa, la cui maggioranza è di proprietà dello Stato e di cui la britannica BP era il primo azionista privato. Immediatamente la British Petroleum è crollata in borsa, con un tondo che al momento è del 25% circa, svalutando per circa 25 miliardi, ed anche il Fondo Sovrano norvegese disinveste dalla Russia.
E non è difficile immaginare che sarà proprio Pechino a subentrare agli investimenti europei nello strategico mercato degli idrocarburi russo.
Ma non è solo per ragioni economiche che la Cina festeggia la rottura dei rapporti tra Mosca e Bruxelles. Per Pechino infatti l’alleanza strategica con la Russia è essenziale per controllare l’intera Asia ed assurgere definitivamente a superpotenza principale del pianeta. I russi lo hanno sempre saputo e da sempre hanno visto con preoccupazione la crescita incontrollabile del potere cinese. Per questo hanno sempre cercato, dalla caduta del comunismo, un rapporto strategico con gli europei, scontrandosi però con il muro della nostra sudditanza agli Usa. Basti pensare che appena pochi giorni fa Putin affermava che l’Italia è un partner economico strategico per Mosca, e nel momento di maggiore difficoltà per noi nel reperire il gas offriva a Roma contratti per forniture a un prezzo molto inferiore a quello di mercato.
A questo punto Putin non ha più la possibilità di svincolarsi dall’abbraccio dei cinesi.
E di noi che ne sarà? Ora che gli Usa hanno richiamato tutti all’ordine anche l’Italia è costretta a obbedire e a privarsi di un partner essenziale, ora più che mai.
Il declino del nostro Paese e i problemi dei conti pubblici iniziarono negli anni 70, quando la crisi petrolifera colpì il nostro sistema industriale con costi di produzione cresciuti a dismisura. Con la fine della crisi, negli anni 80, recuperammo terreno, ma il danno, sui nostri conti, rimase come una cicatrice. Oggi, con l’inflazione alle stelle e un debito oltre il 150% del PIl, la mancanza di gas e petrolio rischia di essere il colpo di grazia sul nostro Paese, che si avvierà a un declino ormai irreversibile.
ARNALDO VITANGELI

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