Nell’avvincente e fortunatissimo “Romanzo criminale”, uscito nel 2002, lo scrittore e magistrato Giancarlo De Cataldo ricostruisce le efferate imprese della Banda della Magliana. Sullo sfondo, traspare l’occulta sovragestione esercitata da un potere cinico e inafferrabile. Un potere invisibile, magari anche incarnato da interpreti come l’impalpabile Grande Vecchio dei servizi segreti. Un uomo che – tra le altre cose – si diverte un mondo a sparigliare le carte e intorbidire le acque, utilizzando all’occorrenza gli stessi “picciotti”, non sempre consapevoli del gioco di specchi abilmente condotto dall’alto di insospettabili palazzi.

Sapienti illusionismi, ancora una volta proposti al grande pubblico? Lo schema sembra ripetersi persino in questo inizio di 2023, periodo dominato dal brutto film della guerra Nato-Russia e dalla drammatica recita delle armi da fornire a Kiev. A rimetterci è l’Europa, Italia e Germania in primis: la rovinosa crisi energetica è innescata proprio dalle sanzioni suicide inflitte a Mosca su ordine degli Usa. E dunque: è anche per questo che, da qualche settimana, qualcuno ha deciso che gli italiani dovessero improvvisamente occuparsi di tutt’altro, tralasciando per un attimo le polemiche sulla sconcertante comparsata di Zelensky a Sanremo?

MESSINA DENARO E COSPITO: NEL MIRINO IL 41 BIS

Ovvero, in concreto: c’è qualcosa che lega lo strano arresto di Matteo Messina Denaro – clamorosamente “annunciato” due mesi prima da Massimo Giletti, tramite Salvatore Baiardo – e l’antica retorica sulla classica “pista anarchica” oggi prontamente riesumata dai grandi media attorno al caso di Alfredo Cospito, costretto al carcere duro per via di un attentato dinamitardo (senza feriti) ai danni di una caserma dei carabinieri?

Già legato a uomini che furono di Cosa Nostra, Baiardo evoca in televisione la speranza di ammorbidire l’ergastolo ostativo, magari proprio in cambio della possibile “consegna concordata” di Messina Denaro: l’alleggerimento della pena restituirebbe un barlume di speranza agli oltre mille detenuti alle prese con l’incubo del “fine pena mai”. Parallelamente – con il caso Cospito – a finire nel mirino è sempre il carcere: per la precisione il regime dell’articolo 41 bis, pensato per isolare completamente i grandi boss mafiosi.

INGROIA: IN ATTO UNA CHIARA MANOVRA MAFIOSA

Sul tema, Antonio Ingroia è esplicito: posto che il 41 bis inflitto a Cospito appare decisamente abnorme, rispetto ai reati effettivamente commessi e alla reale pericolosità del soggetto, è evidente la “strategia mafiosa” apertamente in atto per arrivare finalmente a colpire il regime detentivo speciale. «E il fatto che spesso sia utilizzato male, cioè anche nei confronti di “soldati semplici” di Cosa Nostra, non dovrebbe assolutamente indurre le autorità a gettarlo nella spazzatura».

Infatti, insiste Ingroia, il rischio maggiore è proprio quello: il 41 bis potrebbe venir rottamato con una scusa, cioè dichiarando che ormai la mafia sarebbe stata “sconfitta”, come già il terrorismo, con la cattura di Messina Denaro. Troppo facile: il carcere duro – dice l’ex magistrato – deve restare una misura a carattere permanente (e non emergenziale) perché permette di isolare i boss stragisti che diversamente, anche dalla prigione, continuerebbero a dirigere i loro “eserciti” criminali.

STRATEGIA DELLA TENSIONE: CI RISIAMO?

A insospettire è ovviamente l’enorme interesse manifestato dai mafiosi, scopertisi di colpo solidali con un anarchico come Cospito, che ha ingaggiato una strenua lotta nonviolenta (sciopero della fame) contro l’estrema severità del 41 bis. Una protesta assolutamente legittima, nel suo caso: lo ammette lo stesso Fulvio Grimaldi, glorioso veterano dell’informazione italiana fin dai tempi della strategia della tensione di cossighiana memoria.

Già, la strategia della tensione: se ne cominciò a parlare dopo la strage di piazza Fontana, poi costata la vita – oltre che alle vittime dell’esplosione – anche a Giuseppe Pinelli, l’attivista anarchico (innocente) precipitato da una finestra della Questura di Milano. Un altro anarchico, il ballerino Pietro Valpreda, prima di vedersi completamente scagionato dovette affrontare tre anni di carcere. A cosa serviva, la pista anarchica? Ovvio: ad allontanare le indagini dai veri colpevoli.

GIULIETTO CHIESA: TERRORISMO A COMANDO

Domanda: è mai davvero finita, la comodissima prassi della strategia della tensione inaugurata nell’Italia degli anni di piombo? Il primo a denunciare l’estensione internazionale del “test” italiano è stato il compianto Giulietto Chiesa, all’indomani dell’11 Settembre: da allora, disse, quella micidiale modalità non ha fatto che ripetersi secondo uno schema tragicamente invariabile: creare un’emergenza a tavolino, anche infiltrando potenziali terrorismi, per poi ottenere – grazie alla diffusa paura sociale indotta – obiettivi altrimenti impensabili.

L’ultimo infame triennio, inaugurato dalla sfilata notturna dei camion militari carichi di bare nelle strade di Bergamo, sembra confermare la regola. Risultato finale: l’immediata e completa sottomissione di decine di milioni di persone, rinchiuse in casa per mesi e poi rilasciate solo grazie a un inaudito regime di semilibertà condizionata, sulla base di leggende sanitarie spacciate per verità scientifiche.

DALLO SPREAD ALL’ISIS. VITTIME, SEMPRE NOI

In Europa, alla confisca della democrazia sostanziale si è arrivati per gradi: come se il “terrorismo finanziario” affidato allo spread, con l’obiettivo di smantellare gli ultimi scampoli di sovranità nazionale, avesse fatto da battistrada all’altro terrorismo – quello dell’Isis – che un certo establishment ha sfruttato per soffocare libertà e diritti, con il pretesto della sicurezza. In altre parole: un antipasto del triste “io resto a casa” collaudato nel 2020, a quel punto con la piena collaborazione delle “vittime”.

Strategia della tensione, dunque: cos’altro erano gli attentati ai danni di Falcone e Borsellino, prima ancora delle bombe mafiose di Milano e Firenze? Il periodo coincideva con l’operazione Mani Pulite e il suo esito politico più decisivo: il Trattato di Maastricht e la capitolazione definitiva di quel che restava del paese di Moro e Mattei, completamente asservito all’élite finanziaria euroatlantica.

LA PISTA ANARCHICA, PER DEPISTARE LE INDAGINI

Se l’Isis e la stessa mafia potrebbero anche essere visti come attori intermedi, cioè sempre subordinati a poteri superiori, un capitolo a parte è quello che ha per tema la manipolazione alla quale vengono periodicamente sottoposti proprio gli anarchici, quasi a indicare oscuramente – ogni volta – l’alba di una possibile, nuova stagione, presentata al pubblico con narrazioni che a prima vista potrebbero sembrare inedite.

Ogni tanto, criminologi e investigatori forniscono un quadro preciso dell’attuale galassia “antagonista”, che si ritiene collegata almeno teoricamente alla storica ideologia dell’anarchismo: per intenderci, la stessa che costò la sedia elettrica ai martiri Sacco e Vanzetti e, prima ancora, armò la mano di Gaetano Bresci contro il Re d’Italia, colpevole – ai suoi occhi – di aver premiato il generale Bava Beccaris per aver preso a cannonate la folla che a Milano chiedeva semplicemente di non morire di fame.

SFRUTTARE GLI ANARCHICI, IERI E OGGI

Gli anarchici li han sempre bastonati”, cantava Guccini nel 1976, in un’Italia infiammata dagli estremismi giovanili, in cui un poeta-cantautore come De André non esitava a professarsi apertamente anarchico. Un altro autore italiano, il grande romanziere Maurizio Maggiani, ha dedicato pagine memorabili all’anarchismo idealistico di chi sognava il sorgere dell’evangelica Umanità Nova, solidale e fraterna quanto utopistica.

Tornando a noi: nella vicenda attuale di Cospito – sottolinea Fulvio Grimaldi – a suscitare imbarazzo non sono certo i nobili ideali a cui il militante si richiama. Semmai, a essere inaccettabile è il metodo prescelto per testimoniarli e rivendicarli: non si può certo pensare di agire nel modo migliore, magari per cambiare il mondo, mettendosi a sparare a qualcuno o confezionando pacchi-bomba.

FALSE FLAG, I BLACK BLOC E CARLO GIULIANI

Riflessioni che possono generare pensieri ulteriori. Per esempio: anche in tempo di pace, l’anarchico puro si considera comunque “in guerra” con l’autorità costituita, a cui non riconosce alcuna legittimità, ritenendola la fonte (occulta e non) di un’altra “guerra”, permanente e subdola, condotta ogni giorno contro il cittadino. E se invece è l’intera società ad essere travolta da veri e propri venti di guerra, come accade oggi? Che senso ha, nel truce 2023, riesumare un’ideologia ormai così minoritaria, esiliata dalla storia e confinata nell’estrema esiguità numerica dei suoi eventuali adepti?

L’ultima volta che i media mainstream proposero in grande stile la “matrice anarchica” come pericolo eversivo fu in occasione del tragico G8 di Genova del luglio 2001, due mesi prima dell’11 Settembre. Sul terreno, a devastare la città sotto gli occhi della polizia, i fantomatici Black Bloc. Ennesima, colossale false flag? In un ricostruzione esemplare (il libro “G8 Gate”), Franco Fracassi cita – tra gli altri – un ex dirigente della Nsa, Wayne Madsen, secondo cui l’intelligence statunitense lavorò per mesi allo scopo di arrivare esattamente alla catastrofe, destinata a spaventare l’opinione pubblica e scoraggiare la nascita di qualsiasi seria opposizione politica, a livello internazionale, capace di contrastare l’imperante globalizzazione neoliberista.

DA GENOVA AI NO-TAV, ALTRI MORTI

Testualmente: il grande potere delle multinazionali – disse Madsen – aveva il sacro terrore del Popolo di Seattle, i cosiddetti NoGlobal. Per questo, Nsa e Fbi crearono il cocktail perfetto perché Genova potesse esplodere: volevano anche il morto, a tutti i costi. E lo ottennero: Carlo Giuliani (non a caso, un anarchico). Anni prima, lo stesso Giuliani aveva sfilato a Torino per protestare contro l’arresto di tre giovani “anarco-insurrezionalisti”, accusati di una decina di attentati dinamitardi in valle di Susa contro il progetto Tav Torino-Lione.

Le imputazioni a loro carico erano terribili: banda armata, associazione terroristica. Due di loro, “Sole e Baleno”, al processo non arrivarono vivi: li trovarono impiccati, mentre erano in stato di detenzione. Poi, le “prove granitiche” vantate nei loro confronti si dissolsero: la magistratura appurò che non erano stati loro a collocare quegli esplosivi in valle di Susa. Bombe “utili”, comunque, a qualcuno? Forse, erano servite a distogliere l’attenzione da un imbarazzante traffico di armi destinate alla ‘ndrangheta, un affare che lambiva apparati statali. Per buon peso, inoltre, quell’opaco “terrorismo alpino” (senza vittime) avrebbe spianato il terreno alla successiva criminalizzazione del movimento NoTav.

OSCURI SEGNALI: QUALCOSA STA PER CAMBIARE?

Non è mai facile leggere tra le righe: negli ultimi anni, poi, siamo stati letteralmente scaraventati in un caos infernale. Un crescendo wagneriano, con i media trasformati in organi orwelliani di propaganda, impegnati a veicolare il contrario della verità. Oscure élite sono uscite allo scoperto, enunciando propositi inquietanti. E il precipitare continuo degli eventi, per lo più drammatici, non lascia il tempo di capire cosa stia avvenendo realmente.

Non manca chi si sforza di cogliere segnali che potrebbero avere il valore di messaggi in codice. L’arresto di Messina Denaro, dopo trent’anni, vuol forse alludere al possibile “inizio della fine” dell’ultimo, infausto trentennio, dominato da trame mondiali ordite in ultima analisi per spegnere la democrazia occidentale, anche sfruttando i killer di Cosa Nostra? Se così fosse, persino un caso come quello di Cospito (o meglio, la speculazione sull’immaginario retrostante: l’anarchismo, che rinvia fatalmente alla strategia della tensione) potrebbe lasciar immaginare il possibile, imminente tramonto di un’epoca sfigurata da menzogne sanguinose?

GIORGIO CATTANEO

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