La scarsità e e il prezzo insopportabile del gas sono il convitato di pietra della campagna elettorale. Il quotidiano La Stampa – non certo un organo di controinformazione – ha ospitato nel fine settimana due autorevoli voci preoccupate che chiedono di razionare subito il gas per evitare guai peggiori durante l’inverno, quando il gas servirà anche per il riscaldamento. Sono quelle di Giancarlo Torlizzi, esperto in commodities (i beni immagazzinabili), e di Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia.

Dunque è vero. I tagli del 7% annunciati (ma non attuati) dal ministro Cingolani non basteranno e bisogna far filtrare l’idea. Tuttavia il vocabolo “razionamento” non compare sulle labbra dei politici. Non dicono a cosa dovremo rinunciare, né chi dovrà rinunciare.

Men che meno si dice l’ovvio: per avere il gas in quantità necessaria e a prezzi decenti, basterebbe eliminare le sanzioni alla Russia. Sono state istituite per compiacere gli Stati Uniti a costo di sacrificare gli interessi nazionali.

E non si parla mai neanche di un’altra cosa. Se si persevera con le sanzioni, i razionamenti, le rinunce, le bollette stratosferiche destinate oltretutto a raddoppiare in ottobre non potranno non seminare un profondo malessere economico e sociale, accompagnato da sentimenti ostili al Governo. I politici non sono mica così ingenui da ignorarlo. Già si vedono le avvisaglie in Germania, che quanto a gas è messa più o meno come l’Italia: un’associazione di artigiani ha chiesto ufficialmente al cancelliere Scholz di cancellare le sanzioni alla Russia, dalle quali discendono scarsità e prezzo del gas.

Cosa farà il nuovo Governo italiano per gestire la situazione potenzialmente esplosiva legata al gas carissimo e per di più verosimilmente scarso e-o razionato? Confinerà tutti a casa con nuovi lockdown Covid?

Comprensibile che i politici evitino l’argomento. Il 25 settembre si vota. La prospettiva allestitaci dalle politiche ultra atlantiste del governo Draghi di unità nazionale (con la relativa ruota di scorta) è tale da far volgere verso ben altri simboli la matita impugnata dagli elettori, se solo fosse chiaro ciò che abbiamo davanti.

Ma proviamo a tratteggiarlo, ciò che abbiamo davanti, attraverso le due interviste pubblicate nel fine settimana da La Stampa. Gli articoli sono riservati agli abbonati, ma è possibile trovare il testo completo.

Sabato 20, La Stampa ha dato la parola a Giancarlo Torlizzi (testo completo), esperto in commodities che già aveva messo in guardia rispetto alla Cina e alle sue ciclopiche scorte di cibo. Le sue parole:

serve un piano europeo di razionamento del gas, nell’immediato non c’è altro da fare che limitare i danni. Gli aumenti continueranno e non potremo reggerli […] Vanno fermati i settori energivori non strategici

Sai che goduria economica e sociale, la chiusura delle fabbriche non strategiche che consumano molta anergia. Ci vuole molta energia anche per produrre la carta ed il vetro, ad esempio. Mancherà la carta igienica, rimarremo senza bottiglie per l’olio e per il vino?

Altro giro, altro regalo. La Stampa ha pubblicato domenica 21 un articolo del presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli (testo completo):

Occorre subito fare ipotesi di razionamento, come si sta facendo in Germania. È fare un po’ terrorismo questo, ma non parlarne è fare gli struzzi, che forse è peggio

I politici non parlano di razionamento, ma in compenso straparlano di controllo dei prezzi di energia elettrica (Letta, PD) e di tetto al prezzo del gas (il ministro degli Esteri Di Maio). Ebbene, non si può. Ce lo chiede l’Europa.

L’Unione Europea ha regole precise in base alle quali si formano il prezzo del gas ed il prezzo dell’energia elettrica, che si produce perlopiù con il gas. Durano finché l’UE non abbandona il neoliberismo grazie ad un’improbabile folgorazione sulla via di Damasco. Uno Stato – l’Italia o qualsiasi altro – non può disattenderle.

Nell’ambito delle regole UE, lo Stato può semmai pagare alle società dell’energia elettrica e del gas la differenza fra il prezzo di mercato e il prezzo pagato dai cittadini attraverso le bollette. Quanti stramiliardi di spesa pubblica sarebbero necessari per un’operazione del genere? Senza contare che l’Italia ha un debito pubblico sempre più stratosferico (ah, il governo dei Migliori!) e l’UE ci chiede di ridurlo il più rapidamente possibile al 60% del PIL.

Ciascuno dunque si prepari all’inverno come meglio può: ma si prepari. Votare col pensiero rivolto alla caldaia del riscaldamento potrebbe non essere una cattiva idea.

GIULIA BURGAZZI

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