Pubblichiamo la versione estesa di un’intervista pubblicata sul quotidiano «La Verità» a cura di Franco Battaglia con il titolo “In Iraq l’Ucraina era l’aggressore” il 21 giugno 2024.

INTERVISTA A DAVID COLANTONI a cura di Franco Battaglia

Davide Colantoni

Ha ricevuto minacce di morte, David Colantoni, per aver scritto un libro. Figlio di Domenico (pittore abruzzese apprezzato in tutto il mondo e illustratore del Caffè, la rivista letteraria che, fondata da Giambattista Vicari, fu un inedito laboratorio culturale dedicato alla letteratura satirica), e sposato con il soprano lirico Natalia Pavlova, discendente di Alexander Pushkin (che sta alla Russia come Alessandro Manzoni sta all’Italia), David brilla soprattutto di luce propria. Per sette mesi l’anno vive a Mosca, gli altri a Milano, dove è anche nato e ha compiuto studi artistici. Indole eclettica, è stato egli stesso collaboratore di varie riviste letterarie come i Nuovi Argomenti (fondata da Alberto Moravia, stretto amico del padre) e Inchiostri, fondata dallo scrittore e americanista Aldo Rosselli (figlio e nipote dei Fratelli Rosselli), col quale ha collaborato per oltre vent’anni. Ha sceneggiato «Io, l’altro», pluripremiato film sul conflitto di civiltà, co-prodotto con Raoul Bova, e ha esposto i propri dipinti in musei e gallerie d’arte a Roma, New York e Miami. E, naturalmente, in Russia, ove nel 2015 il “Moma” di Mosca dedicava una intera giornata espositiva alle sue opere. È anche autore di una singolare teoria sociologica secondo cui al comando del mondo, che per alcuni oggi sarebbe detenuto dalla grande finanza, si sta invece avvicendando quella che David chiama la Neo Classe Armata, nata, a suo dire, dalla professionalizzazione degli eserciti occidentali.

David, dicci delle minacce di morte…

«Sulla mia pagina ufficiale Facebook (64 mila follower, ndr) ho trovato un commento da un profilo con nome «Pes Patron» e con bandiera ucraina e di amministratore anonimo. L’insulto era brutale e osceno».

Ho letto: insulti irripetibili per volgarità e violenza…

«Speravo che fosse finita lì. Invece nella posta ho trovato messaggi vocali peggiori. Una voce straniera con accento veneto diceva che se mi avesse trovato (il che significa che mi sta cercando) giurava che mi avrebbe “sgozzato come una capra”. L’effetto non è stato piacevole. Ho sporto querela e tengo gli occhi più aperti del solito. Il clima è altamente intossicato di violenza sociale. Il giorno prima delle minacce, addirittura il direttore de Linkiesta, Christian Rocca, su X mi si rivolgeva con un “Fottiti, bastardo di Putin”. Il commento è ancora visibile».

A quanto pare colpa del tuo ultimo libro, Quando l’Ucraina invase l’Iraq (Arianna Editrice) che hai presentato al Salone di Torino. Il titolo dice tutto, ma cosa c’è scritto da provocare una simile reazione?

«Il saggio svela un terribile scheletro nell’armadio della coscienza nazionale ucraina, che in questi 2 anni di guerra non è mai stato riesumato, eppur determinante per la costituzione di un giudizio storico-politico sulla catastrofe in cui non solo l’Ucraina, ma tutta Europa sta sprofondando, con la classe dirigente europea che getta benzina sul fuoco».

Come “permettere” all’Ucraina di usare armi Nato contro e dentro la Russia…

«Già. Il libro intreccia due piani, lo storico e il contingente intesi, uno, come processo di emersione di un potere militare occidentale sempre più autonomo dalla autorità politica civile; l’altro, la crisi ucraina, come sintomo terminale di tale processo. Attraverso documenti, trattati e articoli del Kyiv Post, ricostruisco una vicenda paradossale: nel 2003 (l’anno delle false fiale di antrace sventolate all’Onu da Colin Powell) l’Ucraina che oggi lamenta l’invasione fu fra gli occupanti dell’Iraq, Paese che pagò il prezzo terribile di quasi un milione di civili uccisi.  E vi inviò il terzo maggior contingente militare: 7000 uomini».

Questa cosa la scriveva anche Louise Fawcett, professoressa a Oxford, in un suo articolo dell’anno scorso…

«Sì, e infatti la cito ampiamente nel libro. Il consenso al sostegno militare all’Ucraina, dato che non fa parte né della Ue né della Nato, non aveva (e non ha) basi giuridiche, e dunque era legalmente indifendibile, cosicché la costruzione del consenso alla guerra si è concentrata sul piano morale e manicheo: il Bene-Ucraina contro il Male-Russia. “C’è un invaso e c’è un invasore”, è diventata la formula di un giuramento ideologico con cui iniziare ogni dibattito su tale questione».

Per recitare questo ruolo era necessario che l’immagine e la reputazione dell’Ucraina presso la pubblica opinione fossero assolutamente immacolate.

«Esatto. Se si fosse riportato alla luce della coscienza pubblica il fatto che, appena 20 anni fa, fu l’Ucraina a essere l’invasore in una occupazione costata quasi un milione di civili morti, alimentare il già scarso consenso a sostenerla con armi e fiumi di denaro del contribuente sarebbe stato molto più arduo. La difficoltà è evidente da tutti i sondaggi che hanno disegnato una inascoltata pubblica opinione europea sempre contraria all’invio di armi e che chiedeva ai propri dirigenti politici di agire diplomaticamente».

Ci fu anche una petizione, in proposito…

«La petizione a Scholz del 29 aprile 2022 pubblicata dalla testata tedesca Emma Redaktion e firmata da oltre mezzo milione di tedeschi. E ci fu anche un tentativo di referendum italiano contro l’invio delle armi, ma fu completamente oscurato nel pubblico discorso».

Questa vicenda dell’Ucraina in Iraq è di oltre 20 anni fa. In che modo la vedi legata all’attuale situazione?

«In molti modi, e non basta un libro a sintetizzarli. Un esempio? In una conferenza-stampa del 29 novembre 2022 Stoltenberg dichiarava che la Nato addestrava gli Ucraini dal 2014: sembrò una sorta di incredibile rivelazione che fece titolare a caratteri cubitali tutti i quotidiani. Ebbene è un gigantesco falso ideologico, messo lì come per arrestare a quella data la ricerca delle pubbliche opinioni. La verità è che è dal 1992 che la Nato addestra e finanzia le forze armate ucraine con miliardi dollari del contribuente. Nel libro dedico ampia parte a un documento da me ritrovato e scritto dal colonnello ucraino Leonid Polyakov, già vice ministro della Difesa (guarda caso nel 2014), e all’epoca responsabile del gruppo di contatto fra le neonate forze armate ucraine e il Pentagono. Pubblicato dallo US War College Institute, il documento si intitola U.S.-Ukraine Military Relations and the Value of Interoperability: vi si descrive in dettaglio quello che è stato un processo che possiamo definire di clientelizzazione dello Stato maggiore ucraino da parte del Pentagono. Quando gli Ucraini inviavano le Brigata meccanizzate V, VI e VII, e l’81esimo battaglione tattico di forze speciali in Iraq, avevano alle spalle già oltre un decennio di alto addestramento Nato. Di più: erano già presenti da anni in Kosovo, sotto comando Nato, come forza di interposizione per imporre alla Serbia, dopo il bombardamento Nato del 1999, la secessione del Kosovo».

Si era imposta alla Serbia la secessione del Kosovo, ma si sono bombardati in Ucraina i secessionisti del Donbass.

«Appunto. Ma di queste cose non se ne deve parlare perché ciò distruggerebbe la narrativa manichea Ucraina-bene/Russia-Male. Con ufficiali, centri di formazione, scuole, agenzie osmoticamente comunicanti con tutti i vasi della amministrazione e della politica ucraine, con fiumi di denaro elargiti in forma di finanziamenti per addestramento militare, la Nato è in Ucraina da oltre 20 anni prima dei torbidi di Euromaidan del 2014 che portarono al rovesciamento di Yanukovich. Ed era operativa in Ucraina ben 12 anni prima della “rivoluzione arancione” del 2004, quando si arrivò a dichiarare illegittima la prima vittoria elettorale di Yanukovich, con il segretario di Stato Colin Powell che, violando il Memorandum di Budapest, rilasciò il comunicato che gli Usa non accettavano la sua vittoria».

E quindi?

«Beh, se fosse vero che la Nato opera in Ucraina solo da dopo il rovesciamento di Yanukovich, allora essa risulterebbe fondamentalmente estranea ai gravi torbidi del 2014. Se invece, come dimostro inconfutabilmente, essa è operativa in Ucraina fin dal 1992, allora non c’è modo di pensarla estranea alla organizzazione e gestione di ciò che il mainstream ha chiamato rivoluzione popolare, ma che per lo storico è il colpo di Stato del 2014».

Che portò alla guerra civile, prima, e all’intervento della Russia, poi…

«Già. Proprio come aveva predetto l’allora ambasciatore Usa a Mosca, William Burns, oggi Direttore della Cia, al V paragrafo del cablo 08Moscow265 del 1° Febbraio 2008, pubblicato da Julian Assange».

 

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