Quando lo Stato ti è nemico: la testimonianza di Vera Sharav

Ci sono momenti nella vita di popoli e nazioni in cui i loro governi hanno come nemico non lo straniero con cui entrano in guerra ma il loro stesso popolo, o una parte più o meno consistente di esso.

L’esempio più tragico che viene facilmente alla mente è la persecuzione degli ebrei tedeschi da parte del governo del Terzo Reich: una persecuzione immane, in nome di un odio insensato e privo di fondamento, che culminò nel tentativo di genocidio scientifico non solo degli ebrei tedeschi ma anche di tutti quelli rastrellati nei Paesi occupati dalle armate del Terzo Reich. Come è noto, presto non furono solo ebrei.

Vi è un aspetto fondamentale nella vicenda della Shoah che può venire facilmente trascurato anche dalla persona più sensibile: i campi di sterminio non apparvero immediatamente dal nulla ma furono il risultato di una progressiva discesa all’inferno che la società tedesca abbracciò con noncuranza ed indifferenza, a volte perfino con gioiosa fiducia. Non furono gli ebrei tedeschi a morire per primi, uccisi con il gas dai nazisti, ma gli ammalati terminali, i folli, i deformi e tutti gli “indesiderabili” che si trovavano negli ospedali tedeschi. Fu il famigerato programma di eugenetica Aktion T4 [1], anticamera dei campi di sterminio, che iniziò prima dell’avvio della Soluzione Finale e che continuò fino alla sconfitta della Germania: il giorno prima i parenti potevano vedere i loro ricoverati in ospedale, il giorno dopo non trovavano più nulla. Tutti uccisi per ordine dello Stato, con medica efficienza, da uomini e donne che avevano accantonato il loro giuramento di Ippocrate. Tutto in nome di un bene più grande.

Segnatevi queste parole: in nome di un bene più grande.

Perché parlare di questa storia? In questi giorni di infinita emergenza pandemica dovuta ad una sindrome influenzale particolarmente pesante ma non invincibile, appaiono dei sinistri parallelismi tra il comportamento dei medici tedeschi durante il Terzo Reich e quello che hanno oggi molti uomini e donne di medicina, in questi giorni covidiani, anche in Italia.

Il Nazismo trovò una valida controparte nella classe medica tedesca di allora, una leale e acritica esecutrice dei suoi piani. Oggi lo schema sembra ripetersi, con governi che non sembrano Nazisti e che della propaganda anti-nazista hanno sempre fatto una comoda e abbondante mangiatoia, ma che si appoggiano per le loro politiche anti-covid su una classe medica apparentemente instupidita e sotto incantesimo. Una classe medica che ha accantonato i metodi usuali della Scienza per seguire, una volta ancora acriticamente, delle disposizioni governative che non migliorano la situazione pandemica ma la peggiorano. Il tutto con l’appoggio entusiasta dei grandi media mainstream che celebrano con spensierata gaiezza chiusure, quarantene e lasciapassare green pass.

È come se si fosse aperta una “finestra di opportunità” (come ha ammesso candidamente herr Klaus Schwab parlando di Gran Reset) ma solo per una parte dell’Umanità, forse la peggiore che si ritiene la migliore. Ancora una volta, per un bene più grande.

Se l’altra volta erano i disabili, i pazzi, le minoranze dei diversi e gli ebrei ad essere additati come nemici della società, adesso sono coloro che non vogliono sottostare a vaccini sperimentali anti-covid quando ci sono farmaci che funzionano bene, a quarantene spietate quanto inutili, alla mancanza di quella socialità che è un bene essenziale dell’umanità. Oggi i nemici sono tutti coloro che rifiutano un controllo sociale capillare attraverso programmi telefonici e i patentini di salute che non proteggono nessuno perché i vaccinati si possono infettare a loro volta e possono a loro volta infettare gli altri.

Si dirà: non è la stessa cosa! C’è un virus in circolazione! La gente muore!

Ma è sempre così. Non è mai come l’altra volta. Ogni volta è diverso. E anche questa volta è diverso: questa volta abbiamo un motivo. È per un bene più grande.

È per un bene più grande che vogliamo vaccinarvi con sieri sperimentali. Una volta. Due volte. Tre volte, magari anche quattro volte.

È per un bene più grande che non potete abbracciarvi e dovete stare lontani gli uni dagli altri.

È per un bene più grande che dovete indossare una, due, tre inutili mascherine. Una visiera. I guanti.

È per un bene più grande che vi vogliamo tracciare come animali in un allevamento.

È per un bene più grande che vogliamo costruire delle “aree di contenimento” per voi che non siete ammalati e che rifiutate il vaccino. Come stiamo già facendo in Australia, per esempio.

Nessuno sembra notare che tra i cantori della nuova normalità covidiana ci sono anche quelli che hanno sempre ritenuto la Terra sovrappopolata da un’umanità capace solo di riprodursi e di inquinare. E sono loro quelli che gridano più forte.

Le voci di chi è contrario, di chi solleva dubbi sulla narrativa ufficiale e pone domande scomode, queste voci vengono silenziate da un fronte compatto di guardiani del discorso che agiscono all’unisono. È come se ci fosse da attuare e difendere un’agenda alla fin fine neanche più tanto nascosta e che vuole raggiungere dei traguardi ben precisi: la riduzione dell’inquinamento attraverso la riduzione della popolazione, un ossessivo controllo sociale, la riduzione dell’umanità non elitaria (sic.) a mero oggetto di sfruttamento, l’eliminazione di quella cosa chiamata “democrazia” oramai considerata inutile ostacolo sul cammino del nuovo radioso futuro.  E tutto, chiaramente, per un bene più grande.

Eppure, ci sono ancora voci che non intendono tacere e farsi silenziare. Vera Sharav [2] è una di queste voci e quella che avevo pensato inizialmente come un’intervista classica è diventata invece subito un’altra cosa e l’immensità dell’esperienza vissuta da questa donna tenace, forte e coraggiosa, ha scardinato l’ordine delle domande che avevo preparato.

La Sharav è stata in un campo di concentramento, destinata allo sterminio finale in un campo di sterminio. Il suo salvataggio non è stato quello che il regime nazista aveva pianificato per lei e milioni di altri ebrei ma è sopravvissuta ed è qui come testimone. Una vera e propria memoria vivente di un orrore che può ripresentarsi ancora se non si vigila attentamente. Un orrore che in realtà si è già manifestato altre volte, come a Tuskegee, in terra americana [3].

“Ho sperimentato il nazismo. Lo so riconoscere quanto si manifesta.” è la frase agghiacciante che la Sharav dice nel corso dell’intervista e che fa a pugni con le opinioni più rassicuranti di Liliana Segre, la sopravvissuta italiana ora idolo della Sinistra al governo qui Italia.

E ancora:

“Questa volta non ci saranno gli Alleati a salvarci. Dobbiamo contare su noi stessi”.

Noi tutti dovremmo agire in base ad un principio di prudenza e tenere ben a mente lo scenario peggiore ma la gente, non solo gli Italiani, è ancora sotto l’incantesimo di una paura instillata ad arte. I più sono restii a seguire una strada diversa che quella più rassicurante offerta della propaganda di regime eppure dovrebbero scuotersi dal torpore che li possiede, prima che sia troppo tardi.

L’intervista è in inglese, dura più di un’ora ma vale la pena guardarla fino in fondo. Lo suggerisco ai lettori.

Su YouTube:

https://www.youtube.com/watch?v=4trbmCY504k

Su Rumble:

https://rumble.com/vmf7yf-vera-sharav-when-the-state-is-enemy-to-thee.html

Su Yandex:

https://disk.yandex.com/i/Y9zWf2vkKYgBEQ

COSTANTINO CEOLDO

 

Note:

[1] Aktion T4:  https://it.wikipedia.org/wiki/Aktion_T4

[2] https://ahrp.org/

[3] Su Tuskegee suggerisco l’ottimo articolo di Annalisa Lo Monaco:

https://comedonchisciotte.org/lesperimento-di-tuskegee-la-piu-vergognosa-ricerca-medica-nella-storia-degli-stati-uniti/

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