Si crede ai propri occhi più che alle proprie orecchie”: lo scriveva Erodoto duemilacinquecento anni fa, lo ripete la cronaca del 18 ottobre, nuovo giorno da aggiungere alla lista delle vergogne nazionali per quanto accaduto allo scalo 4 del porto di Trieste.

Ha già fatto il giro del mondo, senza bisogno di commenti, l’immagine del manifestante con la barba bianca e gli occhiali, compostamente seduto a gambe incrociate, sul quale si abbatte una bomba d’acqua lanciata ad altezza d’uomo dagli idranti della polizia. Tale la forza del getto da rendere quasi invisibili altre persone sedute accanto a lui. Hanno riferito i pochi liberi giornalisti presenti (“ai propri occhi si crede di più”) che alcuni manifestanti erano stati sollevati da terra; altri, abbattuti dall’acqua, venivano caricati in ambulanza. Si prova a stemperare con una battuta, ai triestini “ghe piase el vin”, non l’acqua (lo ricordava una famosa canzone di Lelio Luttazzi) e la storia di Trieste ha dato tanti esempi di felice ironia; ma resta la gravità di un episodio che – per il carico di violenza e per la prova di dignità che testimonia – alcuni commentatori hanno accostato a scene memorabili del 1989, su tutte quella del “Rivoltoso Sconosciuto” cinese che blocca i carri armati a Piazza Tien-an-Men.

I manifestanti al porto di Trieste erano portuali che avevano proclamato un legittimo sciopero, sostenuti da altre persone pacifiche e inermi.

Non impedivano alcun accesso ai colleghi che invece preferivano lavorare; rifiutavano tutti, vaccinati e non, l’imposizione del Green Pass “che nulla ha a che fare con la sicurezza sanitaria e la lotta contro il COVID19 ma ha lo scopo di dividere i lavoratori costringendo una loro parte a pagare [i tamponi] per poter lavorare” (come da loro comunicato stampa). Si trattava di una richiesta di dialogo con istituzioni che invece hanno risposto come tutto il mondo ha potuto vedere.

Merita qui riportare alla memoria, oltre ai fatti del 1989, l’affinità che lega lo sciopero di Trieste alle proteste del Parco Gezi a Istanbul nel 2013. Nell’immensa megalopoli mediterranea, incrocio plurimillenario di culture e tradizioni diverse d’Europa e d’Asia, la difesa di quel piccolo spazio verde a rischio di trasformazione in centro commerciale aveva aggregato dapprima un gruppo di ambientalisti, poi una folla composita che aveva praticato le più diverse forme di contestazione civile. Dopo un mese di occupazione, la polizia intervenne ricorrendo a idranti e a lacrimogeni; vi furono i primi feriti e arrestati: il risultato della violenza istituzionale fu la deflagrazione della protesta in tutta la Turchia, senza un chiaro indirizzo politico ma con una diffusa ostilità al presidente Erdogan. Nell’arco di pochi mesi si contarono 11 morti; arrestati e feriti furono infine centinaia, forse migliaia.

Lo smodato uso della forza valse a Erdogan non poche critiche sia nelle sedi istituzionali internazionali sia da parte di numerosi organi della stampa liberal, anche in Italia: quelli avvezzi a rispondere agli interessi degli stessi ambienti oggi invece favorevoli e persino succubi al nostro primo ministro (lui sa “dire di no”, lui “mostra il pugno duro”: specie verso gli inermi, aggiungiamo, non verso i violenti, come hanno mostrato i fatti di sabato 9 ottobre a Roma).

In Italia nessuno finora ha perso la vita, ma un legame non troppo segreto lega l’osannato Mario Draghi all’esecrato presidente turco. Va ricordato infatti che il nostro SuperMario, quando era da poco insediato a Palazzo Chigi, ebbe a rimproverare Erdogan per la “umiliazione” che questi avrebbe inflitto in una occasione istituzionale alla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, facendola accomodare su un divano anziché su una poltrona.

Nell’occasione Draghi sentenziò – elevando a giudizio politico una questione cerimoniale – che Erdogan era un “dittatore di cui si aveva bisogno”, e apparve piuttosto goffo che un primo ministro designato e non eletto, come lui, definisse “dittatore” un presidente eletto; l’improvvida frase non mancò di essere stigmatizzata in Turchia, con conseguente raffreddamento delle relazioni diplomatiche tra Ankara e Roma. Ma, come direbbero a Trieste, “xe pegio el tacon del buso”: Draghi aggiunse infatti, quasi volesse marcare una differenza, che “con questi chiamiamoli dittatori bisogna essere franchi nell’espressione della visione della società ma pronti a cooperare per gli interessi del Paese”. Ma a chi faceva riferimento Draghi quando diceva che di dittatori come Erdogan “si aveva bisogno”? Chi aveva bisogno di chi? E per quale diversa “visione della società”, a fronte del comune abuso della forza?

Ma forse il nostro SuperMario, oltre a tutte le altre qualità, è anche “di profetico spirito dotato” (non se ne avrà a male se la citazione dantesca è estranea all’Inferno tanto caro ai nostri vertici repubblicani) e dunque, riferendosi a Erdogan, egli parlava già e soprattutto di sé, prefigurando l’immagine di se stesso in questi giorni di ottobre.

Perché il sospetto è che il dittatore di cui qualcuno aveva bisogno fosse proprio lui. E dunque il primo ministro getti la maschera (o almeno la mascherina) e ci dica (“bisogna essere franchi”, no?) chi “aveva bisogno” di lui.

Altrimenti dovremo farci bastare un suo discorso agli oligarchi del Gruppo dei Trenta del dicembre 2020, e continuare a domandarci come una repubblica democratica a sovranità popolare e fondata sul lavoro possa avere bisogno di lui come primo ministro. Nonostante quel discorso. O forse – e sarebbe anche peggio – proprio in virtù di quel discorso?

PAOLO CESARETTI

 

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