Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin non perde occasione per punzecchiare la controparte americana, rivendicando una -paradossale per chi ha vissuto nel ventesimo secolo- inversione dei ruoli tra le due potenze. Proprio l’altro ieri Putin, durante il convegno tenuto dall’importante think tank russo Valdai a Sochi, ha stroncato la cancel culture e l’indottrinamento trans verso i minori.

Per Putin con la cancel culture gli occidentali credono che “l’eliminazione aggressiva di intere pagine della propria storia e la discriminazione rovesciata della maggioranza nell’interesse delle minoranze costituisca un rinnovamento, mentre la Russia – conclude il presidente – deve mantenere i suoi valori spirituali e le sue tradizioni storiche

Le affermazioni di Putin arrivano proprio quando dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, a New York, è stata rimossa la statua di Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti e principale redattore di quella dichiarazione di indipendenza sulla quale si fonda(va) non solo la democrazia americana, ma gran parte del pensiero liberale moderno. Ma Jefferson era figlio del suo tempo e, come ogni figlio del suo tempo, possedeva schiavi essendo un proprietario terriero.

Un rovesciamento di ruoli prettamente ideologico: nel Novecento era la Russia la patria di un’ideologia che voleva cancellare il passato pre-sovietico: si ricorda ad esempio quando venne fatta saltare per aria la cattedrale di Cristo Salvatore (poi ricostruita sotto Eltsin) per far posto ad una piscina. Oggi è invece la Russia che cerca di conservare la memoria del suo passato, mescolando l’eredità zarista e ortodossa con quella sovietica. Una vexata quaestio, dopo la caduta dell’Urss, fu la sorte della mummia di Lenin, che molti chiedevano di seppellire (anche per banali motivi di soldi: il suo mantenimento costa caro). Vladimir Putin si espresse contro questa idea affermando di voler lasciare la salma del fondatore dell’Urss al suo posto perché la rimozione significherebbe che “generazioni intere di russi hanno sbagliato

E Putin non è esattamente un fan di Lenin. Nel 2016 definì il padre dell’Urss “un terrorista che ha piazzato una bomba nel cuore dello Stato” e ancora recentemente ha fatto capire di non vederlo come esempio.

Ma nella Russia putiniana le statue di Lenin campeggiano ancora nelle piazze e convivono con le rinnovate chiese ortodosse che questi fece abbattere, oltre che con le icone e le statue dello zar Nicola II e della sua famiglia che i bolscevichi assassinarono, mentre la bandiera rossa che sventolò sul Reichstag viene esposta orgogliosamente ogni 9 maggio. Inoltre autori dissidenti come Pasternak, Bulgakov o Solzenicyn sono continuamente ripubblicati e si traggono film mainstream dalle loro opere. E se le celebrazioni del centenario della Rivoluzione d’Ottobre furono sottotono fu solo perché Putin non voleva celebrare un evento in cui “russi uccisero altri russi, e le famiglie delle due parti hanno morti da piangere”.

La follia della cancel culture, come detto, ricorda alcune ideologie rivoluzionarie, dal giacobinismo al bolscevismo, che si accanirono ferocemente contro le memorie del passato. E infatti la Cancel Culture è stata proprio definita una rivoluzione dal giornalista francese Brice Couturier, “un rovesciamento di tutto quel che l’Occidente ha compiuto”.

E si possono notare i famosi corsi e ricorsi storici: nel Novecento la “cancel culture” era tipica dei regimi comunisti, in particolare di quello maoista che si accanì sul grande passato della civiltà cinese in maniera ancora più feroce di quanto avessero fatto i bolscevichi russi, mentre in Occidente tutto sommato l’architettura razionalista di stampo fascista condivideva gli spazi con l’intitolazione di strade ai grandi antifascisti Matteotti e Gramsci, e dall’altra parte dell’Oceano la statua del generale Lee e dei grandi generali confederati potevano tranquillamente convivere con gli omaggi a Martin Luther King e coi grandi leader abolizionisti e antisegregazionisti,

Infine Putin se la prende con l’educazione transgender nelle scuole definendola “crimine contro l’umanità”. Anche sulla questione omosessualità la posizione è opposta a quella occidentale, ma spesso fraintesa: l’omosessualità era reato penale in Unione Sovietica, in quanto pratica “borghese e decadente”, ma non lo è nella Russia putiniana. La famosa legge anti-gay riguarda esclusivamente la propaganda “verso i minori” diventando implicitamente una legge anti-pedofilia. Anche questo in nome di quei valori spirituali che la Russia, dopo settant’anni di materialismo, vuole recuperare e che noi stiamo allegramente relegando, appunto, in cantina.

ANDREA SARTORI

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