Era nell’aria, era nei numeri. Tagliando il gas all’Europa, la Russia rinuncia ad un incasso relativamente modesto e sferra un colpo durissimo all’anello più debole del cosiddetto blocco occidentale. Oggi, mercoledì 15 giugno, il colosso russo Gazprom ha ridotto del 15% le forniture all’Italiana ENI.  Ieri, martedì, ha diminuito del 40% il volume del gas consegnato alla Germania: in teoria, perché le lungimiranti sanzioni occidentali impediscono la riconsegna di una turbina del gasdotto Nord Stream I, portata in Canada per la manutenzione e rimasta bloccata laggiù.

In pratica, Putin probabilmente ha colto al balzo la palla della turbina per compiere la prima mossa di una precisa strategia. E’ abbastanza forte per istituire egli stesso sanzioni contro chi ha cercato di sanzionarlo. Nell’UE, Italia e Germania sono i Paesi che più dipendono dal gas russo. Il colpo, oltre che durissimo, è anche ben mirato.

La Russia è sempre stato il maggior fornitore di energia per l’Unione Europea, così povera di risorse naturali. Le sanzioni occidentali sull’esportazione di combustibili fossili, istituite per danneggiare la Russia, fanno soffrire, e molto, l’UE. Però la Russia non soffre affatto, e anzi è ormai in condizione di, diciamo, ricambiare il favore.

La chiave di tutto è il  prezzo di petrolio, gas, carbone. Erano rincarati già prima dell’inizio della guerra; sono andati alle stelle con le sanzioni. Vero che la Russia ora vende meno petrolio e meno gas, ma è altrettanto vero che, vendendoli, incassa ben più di prima: circa  un miliardo di dollari al giorno, salute!, contro i 650 milioni dell’anno scorso.

L’Italia, la Germania, l’intera Unione Europea al contrario sono particolarmente sofferenti a causa del rincaro dell’energia e delle materie prime. Il gas russo, poi, è vitale per Germania e Italia: i maggiori clienti europei di Gazprom. Non a caso a Bruxelles non si è mai nemmeno parlato di istituire sanzioni sul gas russo. E’ impossibile trovare subito altro gas per sostituirlo, come insegna la vicenda del mitologico gas algerino per l’Italia. E ora è la Russia a chiudere i rubinetti.

Al contrario, per la Russia il mancato o ridotto incasso del gas europeo può essere sopportabile. Si calcola infatti che l’esportazione di gas consegnato via gasdotto costituisca poco meno di un quarto dei pingui proventi dell’esportazione di combustibili fossili. Di questo gas, una modesta parte (col relativo incasso) va alla Cina attraverso il gasdotto Power of Siberia: 1300 miliardi di piedi cubici all’anno secondo l’unità di misura angl0sassone, ovvero circa 37 miliardi di metri cubi. Nell’UE, fino a pochi mesi fa, arrivavano 155 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno.

Diminuire o addirittura bloccare le consegne a Germania, Italia ed eventualmente altri comporta per la Russia una perdita: ma non è una perdita grave. Inoltre la disperata ricerca di gas alternativo a quello russo farà prevedibilmente aumentare ancora il prezzo del gas.

La Russia va riducendo da tempo le consegne di gas ai Paesi dell’Unione Europea. Da diverse settimane ha chiuso il gasdotto Yamal, diretto in Germania attraverso la Polonia. Ha chiuso il gas ai Paesi che rifiutano di pagarlo in rubli: Polonia, Bulgaria, Finlandia, Danimarca, Olanda. Peraltro, si tratta di clienti minori. Inoltre l’Ucraina, nella sua foga antirussa, ha bloccato una stazione di pompaggio da cui passa circa il 25% del gas russo che attraversa il suo territorio per raggiungere l’UE.

Ora il gasdotto Nord Stream I verso la Germania ha ridotto le consegne del 40%, e del 15% si riducono le consegne all’Italia. E’ ancora lontano l’inverno, quando il gas servirà anche per il riscaldamento: ma l’inverno si annuncia duro.

GIULIA BURGAZZI

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